Corpus Hermeticum

Da Esopedia, l'Enciclopedia dell'[[Ordine Martinista Antico e Tradizionale|O.M.A.T.]] per gli Iniziati.

Origini storiche sottostanti alla nascita del Corpus

Una delle funzioni dei numerosi sacerdoti egiziani addetti ai templi egiziani consisteva nel redigere il calendario delle feste, nel compilare la lista dei giorni fausti e di quelli nefasti. Una più complessa scienza astrologica rivelata dal dio Thoth (Ermete) e che, dapprima praticata nei templi, si era diffusa durante l'epoca ellenistica fra le cerchie di iniziati in Egitto, si fregiava del nome di filosofia.

Tale filosofia, non indicava, come successivamente in Grecia, un puro esercizio della ragione teso a comprendere e organizzare il mondo, ma una dottrina segreta, puramente religiosa, nella quale alla base vi era un insegnamento mistico fondato sull'oracolo di una divinità.

Coloro che, successivamente, credettero di rifarsi alla filosofia egiziana partivano da un errore fondamentale: quello di credere che le fonti cui attingevano fossero antiche, sacre fonti di sapienza egiziana (di poco posteriori ai patriarchi e profeti ebraici, e di gran lunga anteriori a Platone), quando invece erano state scritte fra il II e il III secolo d.C., e quindi erano circoscritte all’ambiente pagano del Cristianesimo primitivo.

Il Corpus

Premesse storiche

Già dal I secolo d.C. il nome di Ermete venne ad essere associato a una letteratura filosofica in forma di trattati molto brevi la cui raccolta produsse, nel II secolo, un certo numero di piccoli corpus.

Gli scritti più antichi sono forse i lunghi brani di un libro sacro intitolato Koré Kosmou (Pupilla o Vergine del mondo) che, fortemente impregnato di mitologia egiziana, concerne più che altro la religione dell'Egitto.

Il più notevole monumento dell'ermetismo è costituito dal Corpus Hermeticum propriamente detto, che oggi comprende diciassette trattati; dal Discorso Perfetto, di cui ci resta soltanto la traduzione latina, l'Asclepius, erroneamente attribuita ad Apuleio, redatta senza dubbio nel IV secolo e già nota a Sant'Agostino; e infine da una ventina di passi sparsi nell'opera di Stobeo.

Tale Corpus ha in comune soltanto il carattere formale, visto che si presentano tutti come rivelazioni di Ermete ai propri discepoli (Tat, Asclepio, il re Ammon, Kamefis).

Il complesso ermetico è però composto da autori sconosciuti, probabilmente tutti greci, che perlopiù contengono elementi di filosofia popolare greca, di platonismo, di stoicismo, con influenze ebraiche e persiane.

Sembra che tali autori siano vissuti a considerevole distanza uno dall’altro, tanto che il trattato non è una raccolta preordinata di scritti, ma sembrano piuttosto annotazioni individuali con presupposti che partono sempre dal contesto astrologico, dove vi è anche una differente visione dei mondi: riappare cioè la distinzione fatta da Festugiére fra lo gnosticismo pessimista (il mondo materiale regolato da stelle e pianeti è male e quindi è da rifuggire) e la visione ottimista (la materia è impregnata di divino e pertanto ha delle parti buone).

D’altro canto, gnosticismo e magia vanno di pari passo: lo gnostico pessimista ha bisogno di conoscere le parole e i segni magici con i quali liberarsi dal maligno potere materiale; lo gnostico ottimista non ha alcuna paura di attirare, attraverso magia simpatica, invocazioni e talismani, quegli stessi poteri dell’universo che ritiene buoni.

Il II sec. d.C. è caratterizzato storicamente da una pax romana che aveva raggiunto il culmine della sua diffusione, le comunicazioni efficienti e la cultura prevalente quella greco-romana con il predominio delle sette arti liberali. La risposta ai problemi spirituali solo in parte poteva venire dalla filosofia greca, che era intesa congiuntamente a misticismo e magia, come una via per conseguire una conoscenza intuitiva del divino.

Il dio egiziano Thoth, scriba degli dei e depositario della sapienza, dio della scrittura, della magia e psicopompo, era stato identificato dai greci con Ermete e dai Latini con Mercurio, e contraddistinto dall’epiteto di “tre volte grande” (Trismegisto). A seguito di un tale processo di assimilazione tra divinità greche ed egizie, avvenuto nell’atmosfera sincretistica dell’Impero romano, Ermete Trismegisto divenne il dio rivelatore della verità e mediatore tra gli uomini e gli dei.

Ermete Trismegisto era considerato una persona reale, un sacerdote egiziano, e creduto tale anche dai Padri della Chiesa, in particolare Lattanzio e Agostino, anche se i giudizi sul Corpus sono per loro negativi: condannano fermamente, infatti, tutto ciò che si riferisca e parli di magia. Tale condanna, però, si basa proprio sulla certezza storica delle affermazioni ermetiche riportate nei Trattati e sulla presunzione della sua stesura proprio ai tempi degli Antichi Egizi (III millennio a.C.).

Fino a quando non si scopre l’infondatezza di tale credenza, Ermete Trismegisto come autore del Corpus viene accostato a Mosè, anche per le affinità che il lettore riscontrava tra il Pimandro e la Genesi; egli, nella genealogia della prisca theologia (genealogia dei sapienti) era successivo solo a Zoroastro (cui venivano attribuiti gli Oracoli caldaici, anch’essi scoperti essere del II secolo d.C.) e prima di Orfeo (con i suoi inni orfici, sempre II secolo d.C.).

Formazione dei Trattati del Corpus

Non è noto quando il Corpus Hermeticum sia stato per la prima volta riunito in raccolta, ma sappiamo che era già noto a Michele Psello nell’XI secolo.

Probabilmente, l’esistenza del testo venne resa nota in occidente, insieme a quella di altri testi antichi ancora sconosciuti o andati perduti come il Timeo di Platone, in occasione del Concilio che avrebbe dovuto sanare lo scisma d’Oriente, tenutosi nella Firenze di Cosimo de’ Medici nel 1438. L’imperatore Giovanni VIII di Bisanzio e il patriarca di Costantinopoli Gennadio II arrivarono infatti in Italia con un seguito di 650 fra studiosi, eruditi e ecclesiastici.

Nel 1460, Cosimo riuscì ad avere la copia originale appartenuta a Michele Psello attraverso il monaco italiano Leonardo da Pistoia che l’aveva scoperta poco tempo prima in Macedonia.

Cosimo ordinò a Marsilio Ficino di interrompere subito la traduzione di un libro di Platone per concentrarsi sul Corpus.


E’ nel 1614 che Isaac Casaubon scopre la sua vera datazione, cosa che demolisce la magia rinascimentale e il relativo fondamento ermetico-cabalistico: lo studioso non ritrova, infatti, una sola parola su Ermete Trismegisto né negli Oracoli sibillini né in Platone, né in Aristotele e nemmeno in altri autori pagani; gli scritti ermetici, al contrario, sono densi di elementi platonici (tratti del Timeo) e in parte cristiani (Genesi, Vangelo di S. Giovanni, Epistola ai Romani, Salmi), che dimostrano l’infondatezza della sua stesura nel III o II millennio a.C.; lo stile non è quello di un greco primitivo come si poteva immaginare, ma viene usato un vocabolario tardo.

Nonostante ciò, alcuni autori (ad esempio Fludd o Kirchner) non si arresero di fronte all’evidenza e continuarono a presentare la raccolta ermetica con la datazione più arcaica.

Diverso è invece l’approccio di alcuni autori (ad esempio, More e Cudworth) che tentano di isolare gli elementi del Corpus, di cui ne riconoscono la datazione casauboniana, pre-esistenti la sua stesura: a cominciare dalla dottrina della pre-esistenza dell’anima, passando per elementi platonici e pitagorici, sino all’affermazione di un’unica suprema divinità onnipotente.


Ciò vuol dire anche che l’importante scoperta di Casaubon non toglie valore al Corpus, che rimane una fondamentale raccolta di esperienza ermetico-esoterica.

L’ermetismo in effetti non lo si può definire né una corrente filosofica né una religione, bensì una raccolta esoterica com’era d’uso nel periodo ellenico ed anche romano, sotto forma di dialogo tra il saggio ed il discepolo.

Il cristianesimo, dal canto suo, cercò di combattere le dottrine ermetiche dichiarandole eretiche. Si svilupperanno quindi correnti orientate a dimostrare la non contraddizione tra cristianesimo ed ermetismo, mantenendo o escludendo la magia.

Trattati

Il Pimandro

Nel Pimandro (nome attribuito al trattato da Ficino stesso al momento della traduzione, nel 1463), composto da quattordici trattati contenenti anche elementi ebraici, si descrive la creazione del mondo in termini parzialmente simili a quelli della Genesi.

Le parti in cui si articola il Pimandro, che ricordiamo essere il principale e più organico dei trattati, sono pertanto quattro: l’apparizione di Pimandro, che identifica se stesso con il Nous; la parte cosmogonica; la parte antropogonica, che è la dottrina centrale di tutta la rivelazione; la parte finale che descrive l’ascesa dell’anima gnostica dopo la morte.

Per quanto concerne la gerarchia del divino, il trattato, presenta una serie di intermediari tra il Primo Dio e il Mondo, desunti da Filone, da un lato, e dai Medioplatonici dall’altro, che denotano la tendenza tipica della Gnosi (sia quella pagana, sia quella eretico-cristiana) a moltiplicare tali intermediari:


  • - al vertice sta il Dio supremo, Luce suprema e Intelletto supremo, avente natura maschile-femminile (in assonanza con il pensiero gnostico), e quindi capace di generare da solo;
  • - segue il Logos, che è figlio primogenito del Dio supremo;
  • - dal Dio supremo deriva anche un Intelletto demiurgico, che è, quindi, un secondogenito, ma è espressamente detto “consustanziale” rispetto al Logos;
  • - segue l’Anthropos, ossia l’Uomo incorporeo, esso pure derivato da Dio e “immagine di Dio”;
  • - vi è, infine, l’Intelletto dato all’uomo terreno (rigorosamente distinto dall’anima e nettamente superiore a essa) che è quanto di Divino c’è nell’uomo e, anzi, è Dio stesso nell’uomo e gioca un ruolo essenziale nell’etica e nella mistica ermetica.


Il Logos e l’Intelletto demiurgico sono i creatori del cosmo. Essi agiscono in diverso modo sulla Tenebra, che originariamente si distacca e dualisticamente si oppone al Dio-luce e il cui rapporto con la oscurità non viene determinato. Vengono prodotte le sette sfere celesti e messe in movimento. Dal movimento di queste sfere vengono quindi prodotti gli esseri viventi privi di ragione (dapprima bisessuali).


L’Anthropos o Uomo incorporeo, terzogenito del Dio supremo, vuole imitare l’Intelletto demiurgico e creare anch’esso qualcosa. Ottenuto il consenso del Padre, l’Anthropos attraversa le sette sfere celesti fino alla luna, ricevendo, per partecipazione, le potenze di ciascuna di esse, e poi si affaccia dalla sfera della luna e vede la natura sublunare.

Ben presto l’Anthropos si innamora di questa natura e, viceversa, la natura si innamora dell’Uomo incorporeo. Da tale unione nasce l’uomo terrestre, con la sua duplice natura spirituale e corporea.

Tutto resta in questa condizione fino a quando, per volontà del Dio supremo, i due sessi degli uomini (e degli animali, già nati per effetto del movimento dei pianeti) vengono divisi e ricevono il biblico comando di crescere e moltiplicarsi e di salvarsi.


Pertanto l’uomo è terzo nella triade di creazioni divine successive, dalla Parola (Logos) che è un’entità divina e un principio che conferisce ordine, si passa alla Mente-Artefice (Nous-Demiurgo), per arrivare all’Anthropos.

La Parola e il Demiurgo devono adempiere a un compito cosmogonico, mentre l’Uomo è stato generato dal primo Dio dopo la fondazione del sistema cosmico e fuori di esso; egli è comunque un’emanazione della stessa sostanza di Dio, ed ha un dominio sulla fauna terrestre ma anche sul macrocosmo astrale.

Egli possiede in sé la natura dell’Armonia è ha in se i poteri dei sette governanti delle rispettive sfere.


L’entità originaria e acosmica dell’uomo è perciò ricoperta da incrostazioni che vanno a formare le facoltà e le inclinazioni con cui l’uomo si mette in rapporto con la natura. Il principio in lui “segreto” è quello che gli gnostici identificavano con il pneuma, mentre le incrostazioni sono la sua “psiche”, di cui ci si deve liberare per permettere la risalita dell’anima.


Un aspetto molto importante riguarda il tema narcisistico e la caduta dell’uomo nella natura inferiore: egli, rispecchiandosi dall’alto negli elementi inferiori, è trascinato sempre più giù dalla propria bellezza riflessa; un tema caro anche agli gnostici che parlavano di riflesso della Luce superiore nella Tenebra sottostante, una sorta di amore della Luce per la Tenebra (in cui sprofonda volontariamente) e di amore della Tenebra per la Luce (di cui si impossessa). Tale interpretazione sviluppa un simbolismo sulla tragedia divina di discesa che non è però caratterizzata né da colpa che viene dall’alto, né da una vera e propria invasione dal basso.

Le visioni, in questo senso, sono differenti: se per alcuni non v’è discesa ma solo “riflesso” nella materia, per altri vi è inganno della Tenebra.


L’Adamo ermetico è più umano di quello ebraico: la sua caduta è, in fondo, una manifestazione del suo potere; ama se stesso, la Natura e la materia in cui cade, ma conserva comunque il suo carattere divino.

In alcuni trattati si ammette esplicitamente che la morte è la rottura dell’unione degli elementi di un corpo, e che l’opera di rigenerazione dell’uomo consiste nella fuga dalla schiavitù della materia (gnosi pessimistica) oppure nel conoscere e riflettere il mondo nella propria mente – derivante dalla stessa sostanza di Dio – affinché si conosca Dio (gnosi ottimistica).

Per fare ciò si parla sempre di infusione nell’anima dell’uomo di potestà divine, le Virtù.

Dunque, la salvezza non potrà consistere se non nella liberazione e nel distacco dalla materia.

Il mezzo per realizzare questa liberazione è sempre, secondo la dottrina del Corpus Hermeticum, la Gnosi, attraverso la quale l’uomo non deve aspettare la morte fisica ma si può ri-generare liberandosi dalle potenze negative e malvagie delle tenebre mediante le divine potenze del bene, fino a ottenere un completo distacco dal corpo, purificando il suo intelletto ed estaticamente congiungendosi all’Intelletto divino, per divina grazia.

Il trattato del Pimandro, può in linea generale, essere classificato anche come trattato gnostico se si va al di là del solo e ristretto ambito cristiano. Gli scritti ermetici, infatti, composti originariamente in greco, sono del tutto pagani e mancano di ogni critica sia verso il giudaismo sia verso il cristianesimo.

Poiché nel Pimandro la figura divina dell’Uomo Primordiale si rivela proprio grazie allo sprofondare tragico nella natura terrena, non si può parlare – come invece avviene nello gnosticismo puro – di un dualismo tra Dio e Demiurgo, che anzi è incaricato dal Padre di dare un senso al caos della Tenebra. La potenza creatrice del cosmo nel Pimandro non è pertanto malvagia, ma è rappresenta un ordinatore, un Artigiano.

L'Asclepio

L’Asclepio viene pubblicato come appendice del Corpus Hermeticum.

L’originale greco è andato perduto e possediamo solo una traduzione latina: questo trattato sembra essersi perduto in Occidente dopo Sant’Agostino e, attraverso alcuni autori, riprese a circolare solo dal XII secolo.

Sembrerebbe che sia stato questo scritto a mantenere viva la tradizione ermetica durante il Medioevo: in esso ci si propone di descrivere la religione e ai processi magici degli egiziani attraverso una vera e propria magia astrale, che si basava sul presupposto di un’astrologia considerata alla stregua di una scienza esatta.

Gli elementi che vengono assorbiti dall’astrologia ellenistica sono ad esempio i 36 decani che governavano le divisioni decimali dello zodiaco (a loro volta ripresi, come molti altri elementi, dall’astrologia caldea). Vi è descritta l’arte di imprigionare le anime dei demoni o degli angeli in statue con l’aiuto di ere, gemme e profumi, come anche i metodi per far parlare e profetizzare tali statue. In altri papiri vi sono formule per costruire artefatti ed animarli.