Honorè De Balzac

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Honorè De Balzac

Honorè De Balzac (Tours, 1799 – Parigi, 1850) è stato uno scrittore francese.


Biografia

L’alta statura intellettuale di Balzac domina tutto il XIX secolo letterario non solo della Francia. Giornalista, “industriale” fantasioso e fallimentare perennemente indebitato, figura brillante di una società alla quale finisce per imporsi, dandy, uomo d’azione e sognatore allo stesso tempo, vittima delle contraddizioni del mondo di cui era stato l’implacabile notomizzatore, Balzac finisce col fondersi e confondersi con quel “figlio del secolo” di cui ha contribuito a costruire il mito e a diventare egli stesso una figura dei suoi romanzi. «Voi, il più poetico fra i personaggi che avete inventato» scriverà Baudelaire che lo amò, tirandone questo ritratto: «Il cervello poetico tappezzato di cifre come lo studio di un finanziere. L'uomo dai fallimenti mitologici, dalle imprese iperboliche e fantasmagoriche». Mentre Balzac si attestava sulle “due verità” legittimiste, il trono e l’altare, Hugo riconosce in lui un autore rivoluzionario; mentre i suoi contemporanei lo prendevano per un “realista”, Baudelaire lo salutava come uno straordinario immaginario. La sua opera accoglie queste tensioni dinamiche e critiche. Egli ne è compenetrato, ed è questa complessità irriducibile che trasforma la «Comédie humaine» in un’opera capitale della letteratura mondiale. Per riuscire in letteratura intorno al 1820, occorreva scrivere per il teatro, sicuramente il settore creativo più remunerativo (come oggi scrivere sceneggiature per il cinema o per la pubblicità), oppure scrivere di storia o anche poesia, arte ancora non discreditata, che assicurava quantomeno il prestigio spirituale non certo quello materiale. Balzac tenta una tragedia, «Cromwell». È un fallimento. Per vivere, si fa romanziere fornitore di sale di lettura, e pubblica, sotto diversi pseudonimi, piccoli romanzi anti-romantici e satirici: «Jean Louis, l’ereditiera di Birague» (1822). I suoi pseudonimi hanno una caratteristica comune, quello della nobiltà: Horace de Saint-Aubin, lord R’Hoone.

Vita privata e ispirazione

Nella sua vita privata, gli eventi urgono: le sue s orelle si sposano. Laurence, la più giovane, morirà nel 1825, abbandonata, dopo avere conosciuto un inferno coniugale. Quanto a Balzac, diventa nel 1822 l’amante di Laure de Berny, di gran lunga più grande di lui, che gli fungerà da madre, maestra, iniziatrice al mondo, aiuto finanziario nelle imprese pericolose che presto tenterà. Se la signora Balzac è stata la prima “donna di trent’anni” (allora un’indicazione anagrafica per donne mature) che abbia incontrato, la Sig.ra de Berny è stata il modello di tutte queste donne che abitano il mondo di Balzac, donne mature, spesso disilluse, che amano – già navigate - giovani che iniziano al mondo: tale è la signora de Mortsauf («I gigli delle valli»), o la signora de Bargeton («Illusioni perdute»). Con un andirivieni costante dalla vita personale alla scrittura, Balzac (ancora sotto pseudonimo e perfettamente ignoto) scrive romanzi nei quali i temi della vita privata guadagnano in importanza: «Annette ed il criminale» (1823), il «Colonnello Chabert» (1832) e soprattutto «Wann Chlore» (pubblicato nel 1825), la cui eroina anticipa tutte le giovani donne balzacchiane di là davenire. Inoltre «L’ultima fata» descrive una struttura romanzesca che diventerà ideale e tipica nel suo universo romanzesco: quella della tensione tra l’ideale e la realtà, e del giovane uomo lacerato tra la donna senza cuore e l’angelo. Mancata sul piano del successo letterario, questa prima carriera avrà la sua importanza per la costruzione del seguito.

Dagli “affari “ ai primi capolavori

Balzac vuole il potere e il denaro. Nell’epoca dell' “Arrichitevi!” di Guizot, affonda anch’egli il suo mestolo nel brodo della società capitalistica in ebollizione, cercando di tirarne su qualcosa. Si lancia negli “affari”: stampa, fonderia. Nel 1828, è la prima catastrofe, modello di tutte le altre. Se Joyce tenterà ragionevolmente di sfruttare la nascente arte cinematografica progettando l’apertura di una sala, Balzac, dalla fantasia rutilante e “ romanzesca”, perseguirà per tutta la vita progetti enormi e fantasiosi: dalla coltura degli ananas nella regione parigina allo sfruttamento in Sardegna di miniere d'argento già abbandonate nell’Antichità... Occorre dunque ritornare alla letteratura: questa volta Balzac tenta il romanzo storico (genere di successo all’insegna di Walter Scott), «L’ultimo Chouan», dove dà delle guerre dell’Ovest durante il periodo rivoluzionario un’immagine antiliberale sposando il punto di vista codino e legittimista; tenta anche un tipo di scrittura quasi sociologica, «La fisiologia del matrimonio», dove descrive in modo umoristico l’istituzione coniugale, pur lasciando filtrare la gravità e la tragicità dell’argomento. Escono dunque le prime «Scene della vita privata»: alla vigilia della rivoluzione di luglio, Balzac - che inizia a firmarsi Honoré de Balzac - è considerato lo specialista della donna e del matrimonio.

Giornalista politico

Diventa giornalista nel gruppo di Émile de Girardin e tiene una regolare rubrica di cronaca politica nel «Voleur»: “Lettres sur Paris”. Siamo agli albori del giornalismo moderno, e mai quest’attività sarà secondaria per Balzac; accompagna tutta la sua creazione, l’àncora nel presente, gli permette di riflettere sulle sue scelte politiche (vira verso il legittimismo nel 1831), modella la sua scrittura e soprattutto lo lancia nel Tout-Paris del momento. Il successo sembra arrivare: «La pelle di zigrino», racconto filosofico nella Parigi del 1830, è salutato dai letterati che contano.

Il successo

Assecondando le tendenze mondane e la propria inclinazione, Balzac, a poco più di trent’anni, raggiunge il successo. I suoi sogni d’integrazione e di riconoscimento sono così intensi che lo conducono a frequentare gli ambienti aristocratici (“le monde”, cui aspirano tutti coloro che la nascita ha posto nei ranghi inferiori, nel démi-monde) e a volere per amante la marchesa di Castries. La nuova reputazione d’esperto in cuori femminili gli vale il ricevimento, nel 1832, di una lettera poeticamente firmata “la straniera”. È di una contessa polacca, Eva Hanska, coniugata e dimorante in Ucraina: l’inizio di una storia romantica, che durerà fino alla morte dell’autore. Intanto, Balzac vive nel lusso, si veste come un dandy pur non avendone il fisico, spende con superiorità gli anticipi versatigli per le opere che non ha ancora scritto, salvo poi sfinirsi per consegnarle nei termini contrattuali. Corre appresso al proprio tempo, dietro le illusioni del mondo. Lavora diciotto ore il giorno, beve torrenti di caffè, e rasenta la pazzia nel giugno del 1832. Parzialmente autobiografico del suo Martinismo, è a tal proposito, il romanzo «Louis Lambert» che porta i segni di questa crisi: Louis, figura d’intellettuale ferito, esaltato, romantico, muore pazzo. Ma tutti i suoi personaggi maschili sono febbricitanti: c’è dietro la Francia di Luigi Filippo, di Guizot, dell’ascesa del capitalismo certamente, ma c’è dietro anche il delirante, il “romanzesco”, l’enorme Balzac.

Creazione di un universo

I romanzi si succedono vertiginosamente (due, tre l’anno), sono le prime fondamenta della mitologia balzacchiana e della sua visione singolare del proprio secolo. A «Louis Lambert» risponde, nel 1833, l’utopia de «Il medico di campagna»: pianificare, per arginare le forze distruttive del desiderio; agire collettivamente, per sostituire alle passioni individuali l’ordine collettivo.

La Rivoluzione, per Balzac, lungi dall’aver messo termine alle ingiustizie e alle disuguaglianze, le ha rafforzate. Ha escluso, marginalizzato migliaia di persone: eroi “popolari”, criminali per fame, giovani senza futuro, donne liberate ma indeboliscono dalla legislazione napoleonica. Il mondo moderno è duro; gli uomini e le donne vi soffrono. Il liberalismo è una menzogna che ha favorito l’aumento degli egoismi e la morale degli interessi. «Il medico di campagna», Benassis, è un cuore ferito, che avendo sofferto, è capace di riflettere in modo critico sulla società in cui vive: ciò che c’è più di romantico in Balzac, è l’evidenza che il dolore fonda la coscienza. Dello stesso spirito - per ritornarne al tema delle forze distruttive della società contro l’individuo-, partecipa «La ricerca dell’assoluto», ricerca di un lucido folle smarrito nel mondo “reale”. A quest’universo reale, lo scrittore volge sempre più le sue attenzioni: le prime “scene della vita di provincia”, «Il curato di Tours» apparso ne l 1833, e l’anno successivo, «Eugénie Grandet» e «L’illustre Gaudissart», ne sono testimonianza. Balzac scrive e pubblica rapidamente: una circolarità di situazioni e di tipi emerge nella fitta schiera dei suoi romanzi. Nel 1833, ipotizza di fare ritornare dei personaggi già creati nei suoi romanzi precedenti. Idea “brillante” secondo l’interessato stesso, che permetterà di mostrare l’unità di ciò che, nato della stessa urgenza artistica, potrà diventare un affresco del mondo moderno. È nel «Papà Goriot» (1834 -1835) che Balzac mette per la prima volta in pratica quest’innovazione, le cui conseguenze saranno fondamentali per l’invenzione della «Commedia umana». I Rastignac, i Rubempré, diventeranno gli eroi mobili di una saga sociale che non ha eguali nella narrativa moderna.

L’organizzazione di un sistema

Tuttavia, mentre rafforza la sua relazione con la signora Hanska (la raggiungerà a Ginevra nel 1834, a Vienna nel1835), Balzac ne allaccia un’altra, con la contessa Visconti. Continuando a fare “affari”, compra un giornale, «La cronaca di Parigi ». E scrive sempre più forsennatamente, al punto, questa volta, di mettere seriamente a repentaglio la salute: dopo la pubblicazione de «I gigli nella valle», nel 1836, è vittima di un attacco. Anno terribile per lui: mentre viaggia in Italia, Balzac apprende della morte della Signora de Berny, quella che chiamò sempre “Dilecta”; «La cronaca di Parigi» fa fallimento, e Balzac affronta un pesante processo con l’editore Bulloz.

Dal feuilleton al romanzo balzacchiano

Alla fine del 1836, si getta in una nuova avventura giornalistica e letteraria facendo uscire su «La Presse», in dodici puntate, «La Vielle fille». Era l’inizio del «roman-feuilleton» ossia di quel romanzo di diffusione popolare, che era pubblicato nell’ultimo foglio (da dove il termine) dei quotidiani allo scopo di uncinare il lettore, con la storia narrata a puntate, all’acquisto del giornale medesimo. Balzac non poteva restare estraneo ad alcuna delle invenzioni del suo tempo in questo settore: volle per sé fino alla morte un destino di scrittore popolare, di giornalista, di editore. Questa nascita del «roman-feuilleton», nuovo strumento per un nuovo pubblico, coincide con il pieno controllo di quello strumento che egli ha messo a punto: il romanzo balzacchiano, quello ciclico con i personaggi che ritornano. Apre anche l’ultima fase della “carriera” di Balzac e fornisce ad uno dei suoi più famosi romanzi, «Illusioni perdute», le esperienze ancora fresche appena vissute: la potenza della stampa e il ruolo di un’opinione pubblica con la quale occorrerà fare i conti; commercializzazione, industrializzazione dell’impresa letteraria; circolazione delle idee e delle merci, “commercio” dello spirito. La composizione e la pubblicazione delle «Illusioni perdute» si protraggono per sette anni (1837 -1843), fatto che non comporta una diminuzione dell’attività creativa di Balzac: dal 1837 alla morte, avvenuta nel 1850, scrive più di ventitré romanzi, tenta anche la scrittura per il teatro e prova ancora ad avere il “suo giornale”, la «Revue parisienne» (tre numeri). I romanzi di questo scorcio finale della sua vita sono quelli che la posterità ha più amato: «César Birotteau», (1837) «La cugina Bette» (1846) «Il cugino Pons» (1847), passando per «Une ténébreuse affaire», «Le memorie da due giovani spose» (1841) o «Splendori e miserie delle cortigiane» che chiude la vicenda di Lucien de Rubempré iniziata nelle «Illusioni perdute». Alcuni dicono che è il rabbuiarsi definitivo di un mondo che il movimento romantico aveva mostrato sotto le sue due facce, luce e notte: e che adesso altro non è che notte. Ma è da questo perfetto controllo della tecnica narrativa che Balzac realizza una formidabile macchina romanzesca: nel 1841 appare in un contratto il titolo di «Comédie humaine». Nel 1842, Balzac redige la prefazione, dove chiarisce le sue intenzioni sull’organizzazione dell’immensa materia narrata. È nel 1845 infine che elabora l’indice completo della sua “Commedia”, umana, visto che altri hanno scritto quella “divina”. Così come la concepisce nella sua totalità è formata da 137 romanzi, con quasi di 2.000 personaggi (46 romanzi sono restati allo stato di progetto o di semplice schizzo preparatorio).

Gli ultimi anni

Nel frattempo, con la morte del marito della signora Hanska, il sogno cominciato sette anni prima poteva compiersi: nel 1843, Balzac parte alla volta di San Pietroburgo per raggiungervi la sua Eva, lasciando dietro di sé una scia di debiti che rischiano di farlo arrestare. Ritorna per trovare il suo lavoro, i suoi debiti, la sua fuga perenne, ma il medico gli diagnostica una meningite cronica. Viaggia molto attraverso l’Europa con la sua Straniera, da cui spera anche di avere un bambino (ma la signora Hanska, che nel 1846 ha già quarantacinque anni, non condurrà a termine la sua gravidanza), e trascorre i suoi ultimi due anni tra la Francia e l’Ucraina. La rivoluzione del 1848 gli ispira soltanto riflessioni negative, e, candidato all’Académie Française al seggio di Chateaubriand, ottiene soltanto due voti. Sposa la signora Hanska il 14 marzo 1850, in Ucraina. A fine giugno, non può più scrivere. Esausto, rientra a Parigi per morirvi il 18 agosto. Hugo, che pronunciò il suo elogio funebre al Père-Lachaise, riporta in «Cose viste» il breve scambio che ebbe con il ministro dell’Interno. Mi dice: «Era un grand'uomo». Gli dico: «Era un genio».

L’invenzione balzacchiana del romanzo

Balzac è l’inventore del romanzo del mondo moderno, cioè del mondo dopo la Rivoluzione. Durante tutto il XIX secolo, e durante una buona parte del XX, i romanzieri francesi e stranieri si sono pronunciati per o contro di ciò che è rapidamente diventato il “modello balzacchiano”. Questo romanzo è totale - Balzac rivendicava lo spirito si stematico contro la tentazione del “mosaicismo” - nel senso che egli si vanta esplicitamente di un’ipotesi scientifica: Balzac vuole elaborare la tassonomia e la classificazione dei tipi umani, come Cuvier o Geoffroy Saint-Hilaire facevano per le specie animali. Crede che il corpo sociale sia identico alla fauna naturale. Ritiene anche che il lavoro dello scrittore, simile in ciò a quello stesso dello scienziato, sia di descrivere e spiegare: «Dovrà essere cercata all’interno della stessa società la ragione delle sue dinamiche», afferma nella prefazione della «Comédie humaine».

La realtà storica e sociale

L’ambiente dove questo programma estetico deve compiersi è quello della realtà storica e sociale: romantico, Balzac sa che, dopo la Rivoluzione, ogni uomo, potente o umile, è entrato da protagonista nella storia. La storia dà a ciascuno la forma del suo destino; dispone dei cuori, delle scelte che si credevano personali. Avanza, ed ha un senso: scrivere il passato serve a comprendere il presente, o anticipare il futuro. La storia, trama del testo, è anche la vera finalità della poetica balzacchiana; “storico fedele e completo”, “più storico che romanziere”, ma capace di trionfare dove la storia fallisce: «Ho fatto meglio dello storico, perché sono più libero», così Balzac si raffigura affermando ancora che il suo ruolo è di fare l’inventario della società francese e di essere il “segretario” di questa società. Che essa sia recente (epopea napoleonica, Restaurazione), appena distante nel ricordo (guerra di Vandea), o anche contemporanea (Monarchia di Luglio ), la storia è ovunque: fondo, forma, dinamica del testo. Per afferrarla, il migliore strumento è il romanzo: poiché questo, grazie a Balzac, è un genere totale, che contiene tutto, «l’invenzione, lo stile, il pensiero, la conoscenza, la sensazione». Flessibile, realistico o visionario, con lo sguardo teso a cogliere l’universale o il particolare, l’artista può tutto dire e tutto illuminare, fare concorrenza non solo allo “stato civile”, ma alla scienza: analogico e deduttivo come lei, e come essa preso d’accessi di verità.

Una concezione globale

Dacché «ogni romanzo è soltanto un capitolo del grande romanzo della Società» (prefazione di «Illusioni perdute»), ne consegue che l’organizzazione globale di tutti i suoi libri doveva essere, per Balzac, lo strumento perfetto di quest’espressione totale del reale. Aveva una visione filosofica globale della vita, predominata dall’idea della concentrazione necessaria sull’energia, perlopiù individuale contrapposta alle forze collettive della società e della storia. Ogni individuo, per Balzac, possiede, infatti, una certa quantità d’energia che l’azione o la volontà utilizzano. Che si eserciti dentro di sé o nel mondo esterno, il desiderio guida l’essere. Quest’idea forte già suggeriva a Balzac una concezione centripeta della sua opera. Ragionava per insiemi, per grandi movimenti, per strutture. La «Commedia umana» è la sistematizzazione della sua filosofia: nel 1833 escogita l’invenzione del “ritorno dei personaggi”, messa in atto nel «Papà Goriot».

Studi del mondo moderno

Nel 1834, Balzac concepisce di ordinare a tutta la sua opera dividendola in tre parti: “studi di costume”, “studi filosofici”, “studi analitici”. Ne l 1835, cercando un titolo per l’intero progetto, pensa a “studi sociali”. Nel 1842 infine, trova il titolo di “ commedia umana” e redige la prefazione famosa, dove spiega la sua visione "zoologica" dei tipi umani. Questo titolo, dall’ambizione sproporzionata, ricorda che il mondo è un vasto teatro dove gli uomini svolgono, alla peggio, il loro ruolo prima di morire, ma designa anche l’opera come il modello fittizio attraverso il quale il romanziere penetra nei meccanismi e li rivela. Poiché tale è la sfida: smontare, dimostrare, appassionatamente svelare: condurre a termine il lavoro di scavo e di disvelamento dei “moralistes” classici del Grande Secolo, ma nel contempo coniugare questo lavoro di estrema raffinatezza intellettuale con i mezzi dozzinali e popolari offerti dal genere romanzo. Gli “studi dei costumi” dovevano rappresentare “tutti gli effetti sociali”, tracciare “la storia del cuore umano punto a punto”. Dopo gli effetti, le cause: gli “studi filosofici” diranno “perché le sensazioni, perché la vita”. La ricerca dei principi infine era riservata agli “studi analitici”. A edificio ultimato, Balzac avrebbe scritto le “Mille e una notte dell’Occidente”, secondo la sua espressione.

Le “Mille e una notte dell’Occidente”

Occorre prendere questo delirante progetto sul serio. Penetrare nella Commedia umana, è, in effetti, superare una soglia magica: dal fondo della provincia francese emergono figure reali e fantastiche, individualizzate all’estremo e tuttavia tipiche. Giovani ambiziosi che il miraggio parigino strapperà alla loro monotonia, giovani donne distrutte da usurai folli, vegliardi smisurati, donne di trenta anni che dispongono di riserve infinite d’amore, celibi, nobili rispettabili ma smarriti nel ricordo di altre età, filantropi disperati venuti a cercare l’ombra ed il silenzio... dietro le persiane chiuse, nelle dimore minuziosamente visitate, descritte - poiché, per Balzac, i luoghi producono e rivelano le persone -, drammi si annodano, rancori e odi serpeggiano, passioni si scatenano.

A una provincia delle eredità, dell’accumulo dei beni, dell’ombra e delle fortune sedimentate risponde una Parigi in piena metamorfosi, scintillante. Città di tutte le tentazioni, di tutte le possibilità e di tutti i fallimenti. Città abbagliante fantastica sotto la penna balzacchiana. Inferno, vero dio del mondo di Balzac, dove si fissano i valori degli uomini e delle cose (dove «dietro ogni angolo si nasconde un interesse») dove si aggirano le più belle donne, dove i bellimbusti fanno le loro uscite e dove riescono soltanto gli squali, i lupi cervieri del mondo moderno. La Commedia umana: più di 2.000 personaggi, centrifugati negli interessi, nelle passioni, nelle sofferenze; lacerati dalla vanità, l’ambizione, l’egoismo... poiché le “Mille e una notte dell’Occidente” di Balzac sono politiche, sociali, economiche! Alla magia dell’Oriente risponde la realtà dell’Occidente.

Il realismo balzacchiano

Il realismo balzacchiano - alcuni hanno detto la “volgarità” balzacchiana - è fatto inizialmente di una convinzione: la realtà è afferrabile dalla scrittura. Poiché, per Balzac, essere realistici non è riprodurre la ”realtà". Quale allora?

Descrivere per comprendere

Il principale compito è comprendere: che il mondo muta, che emergono nuovi soggetti, nuove forze, che la storia sconvolge le condizioni e le mentalità, che le città si trasformano, che la borghesia non ha gli stessi valori della nobiltà... dipingere la vita moderna, nei suoi lati oscuri e luminosi. Dunq ue, parlare di denaro, poiché il denaro guida il mondo, mostro di cui nulla uguaglia la violenza distruttiva e la potenza inventiva, metafora del desiderio e del successo. Riuscire, nel mondo moderno, è realmente altra cosa che “fare fortuna”? Descrivere dunque. Entrare nei dettagli che danno il senso: Balzac sa il potere degli abiti, la funzione dei mobili, il ruolo degli oggetti. Balzac sa che avere vuol dire essere. Prevede che il mondo moderno sarà quello del feticismo della merce di cui dirà Marx, che peraltro verso lo eleggerà a proprio scrittore. Ma soprattutto occorre interpretare, comprendere, dunque reinventare: la verità della natura e quella dell’arte non sono le stesse. Per essere realistici, occorre essere surrealisti: per essere un romanziere realista, occorre essere epico e mitico, proiettare le vicende degli uomini comuni nel grande schermo del romanzo totale. Il migliore mezzo del “realismo” balzacchiano, è l’immaginazione che stilizza, caratterizza, ricompone: Balzac prende un individuo, ne fa un tipo, passa al mito (Grandet, Vautrin, Rastignac, Goriot ed anche «la donna di trent’anni»...). Balzac prende una casa, ed essa diventa un corpo fantastico, affronta Parigi, e Parigi diventa labirinto ed inferno...

L’arte

È per questo che al centro di tutta l’opera balzacchiana si trova la riflessione sull’arte e sull’artista. Personaggio “romantico” per eccellenza, l’artista occupa l’immaginazione di Balzac. Uomo del desiderio, dedito alla ricerca dell’assoluto, dotato di una vista acuta che sa decifrare i misteri della natura, della vita, della società, capace di svegliare le forme immerse nel nulla, demiurgo... e disperato specchio infine, dove qualsiasi cosa viene a riflettersi. La letteratura ha il compito di riprodurre la natura con il pensiero. Il creatore prometeico osserva, esprime, ricorda e inventa: il romanzo balzacchiano è quest’alambicco alchemico dove il reale trasmuta nel mito e nel simbolo, dove emerge ciò che non si conosceva, dove l’immagine e la condensazione della scrittura rendono visibile e leggibile ciò che era soltanto frammento, polvere, pezzetti di “realtà” prive di qualsiasi significato. Balzac è dunque Sheherazade: con lui, le realtà prosaiche del mondo moderno, i piccoli affari della piccola borghesia, le speculazioni meschine e le passioni umane, troppo umane, sono tratte dall’ombra per essere consegnate alla poesia duratura della leggenda.

Balzac l’esoterista

Massone e Compagnone, nel Dictionnaire des Francs-Maçons européens di Michel Gaudart de Loulages e Hubert Lamant (Dualpha, Paris, 2005) è scritto : « BALZAC Honoré de, écrivain – Français. Né le 20 mai 1799 à Tours (Indre-et-Loire) – décédé le 18 août 1850 à Paris. Fils de Bernard-François de Balzac, dont la notice précède. Romancier, auteur du cycle romanesque: La Comédie Humaine. Il justifie toutefois sa présence dans cet ouvrage en tant que louveteau (fils de F∴M∴) et membre de l’Ordre Martiniste où il fut initié par Hyacinthe de La Touche. Per quel che riguarda le informazioni sul padre sullo stesso volume si trova che: “BALZAC Bernard-François BALSSA, dit de, Juriste – français. Né le 22 juillet 1746 à La Nougayrié, comune de Montirat (Tarn) – décédé le 19 juin 1829 à Paris. Secrétaire au Conseil du roi, directeur des subsitances de la 22 e division militaire à Tours, adjoint au maire de Tours (1799), administrateur de l’hôpital de Tours. Membre de la Loge La Parfaite Union O∴ Tours (1804) ».

Nella sua Commedia umana, scrisse una serie di tre volumi ispirati dal Compagnonaggio.

  • L’Histoire des Treize,
  • La fille aux yeux d’or,
  • Seraphite.

Balzac fu iniziato al Martinismo da Hyacinthe Joseph-Alexandre Thabaud de Latouche, giornalista e scrittore. La sua autobiografia Martinista, sempre nella Commedia Umana, si trova nel testo Histoire intellectuelle de Louis Lambert, ou de l’Art Royal, di cui diamo un brano che ben descrive le meditazioni Martiniste: “Spesso mi dicevo, quando ero immerso nella calma e nel silenzio e le nostre facoltà interiori sono addormentate, quando ci abbandoniamo alla dolcezza del riposo e cala una sorte di tenebre in noi e cadiamo nella contemplazione delle cose esteriori, improvvisamente un’idea si slancia, passa con la rapidità di un lampo attraverso gli spazi infiniti di cui la percezione ci perviene dalla nostra vita interiore. Quest’idea brillante, spuntata come un fuoco fatuo, si spenge a volte senza ritorno: esistenza effimera, simile a quella dei bambini che esprimono ai genitori una gioia o un dispiacere senza limiti, una specie di fiore nato già morto ne i campi del pensiero. A volte l’idea, anziché scaturire con forza e poi morire senza consistenza, si eleva, si avventura nei limbi sconosciuti degli organi da dove prende nascita; si matura attraverso una lunga infanzia, si sviluppa, s’ingrandisce, diviene feconda e si esplica all’esterno, nella grazia della gioventù e dotata di tutti gli attributi di una lunga vita; sostiene gli sguardi più curiosi, li attira, non li molla mai. L’esame che provoca impone l’ammirazione che suscitano le opere a lungo elaborate. A volte le idee nascono a sciame, l’una producendo l’altra e incatenandosi, spesso irritanti, eccessive, folli. A volte si levano pallide, confuse, deperiscono per mancanza di forza o d’alimento; la sostanza generatrice manca. Infine, in certi giorni, si precipitano negli abissi per schiarirne le immense profondità. Ci spossano e abbattano la nostra anima. Le idee sono in noi un sistema completo, simile ad uno dei regni della natura, una sorta di florilegio di cui l’iconografia sarà rintracciata solo da una mente geniale, che passerà forse per matta. Sì, tutto, in noi e al di fuori, attesta la vita di queste creazioni affascinanti che vedo come fiori, obbedendo a chissà quale rivelazione della loro natura! La loro produzione, come scopo dell’uomo, non è, d’altro canto più stupefacente che quella dei profumi e dei colori delle piante. I profumi sono forse delle idee! Pensando che anche la linea ove finisce la carne del dito e dove inizia l’unghia contiene l’inesplicabile e invisibile mistero della trasformazione costante dei nostri fluidi in materia cornea, bisogna riconoscere che niente è impossibile nelle meravigliose modificazioni della sostanza umana. Ma non si riscontra, dunque, nella natura morale dei fenomeni di movimento e staticità una similitudine con quelli della natura fisica? L’aspettativa, per scegliere un esempio che possa essere vivamente sentito da tutti, non è così dolorosa che per l’effetto della legge in virtù della quale il peso di un corpo è moltiplicato dalla sua velocità. La pesantezza dei sentimenti che produce l’attesa non si accresce forse per l’assommarsi costante delle passate sofferenze al dolore del momento?

Infine a che, se non a una sostanza elettrica, può attribuirsi la magia per mezzo della quale la Volontà s’intronizza così maestosamente negli sguardi, per fulminare gli ostacoli agli ordini del genio, tuona nella voce, o filtra, malgrado l’ipocrisia, attraverso l’inviluppo umano? La corrente di questo re dei fluidi che, seguendo l’alta pressione del Pensiero o del Sentimento, si spande a fiotti, o diminuisce e si assottiglia, poi si accumula per fiorire in un lampo, è il ministro occulto al quale si devono gli sforzi, sia funesti sia fausti, delle arti e delle passioni, se le intonazioni della voce, rude, soave, terribile, lasciva, orripilante, seduttrice a volta a volta, e che vibra nel cuore, nei precordi o nel cervello secondo i nostri voleri; ma anche le prestigiosità del tatto, da dove procedono le trasfusioni mentali di tanti artisti le cui mani creatrici sanno, dopo mille studi appassionati, evocare la natura. Sia, infine, le gradazioni infinite del vedere, da ll’inerte atonia fino alle sue proiezioni più terribili e abbaglianti. In questo sistema Dio non perde alcuna delle sue prerogative. Il Pensiero materiale me ne ha raccontate di nuove grandezze!”.

BIBLIOGRAFIA DELLA COMÉDIE UMANE

ÉTUDES PHILOSOPHIQUES, par M. de Balzac, 1835-1840. 10 volumes. In-12. [R 8° Cc 315 [L'édition devait comprendre 6 livraisons de 5 volumes. Les tomes VI-X, XIV, XVIII, XXVI-XXVII, XXX n'ont jamais paru. L'ordre de parution des volumes est le suivant : 1ère livraison, tomes I-V; 2e livraison, tomes Xl, XXII, XXIII, XXIV, XXV; 3e livraison, tomes XII, XIII, XV, XVI, XVII; 4e livraison, tomes XIX, XX,XXI, XXVIII, XXIX].

I. Introduction aux Études philosophiques, par M. Félix Davin. La Peau de chagrin, 1er volume... - Paris, Werdet, 1835. II. La Peau de chagrin. Deuxième volume... - Paris Werdet, 1835. III. La Peau de chagrin. Troisième volume... - Paris, Werdet, 1835. IV. La Peau de chagrin (fin). Adieu. - Paris, Werdet, 1835. V. Le Réquisitionnaire. El Verdugo. L'Élixir de longue vie. Un drame au bord de la mer. - Paris, Werdet, 1835. XI. Maître Cornélius. - Paris, Werdet, 1836. XXII. Jésus-Christ en Flandre. Melmoth réconcilié. L'Église.- Paris, Werdet 1836. XXIII. Histoire intellectuelle de Louis Lambert...- Paris, Werdet, 1836. XXIV. Histoire intellectuelle de Louis Lambert (fin). L'Interdiction (inédit). - Paris, Werdet, 1836. XXV. L'Interdiction (fin). - Paris, Werdet, 1836. XII. La Messe de l'athée (inédit). Les Deux Rêves. Facino Cane (inédit). Les Martyrs ignorés. - Paris, Delloye et Lecou, 1837. XIII. Le Secret des Ruggieri. - Paris, Werdet, 1836. [la couverture porte : Delloye et Lecou, 1837]. XV. L'Enfant maudit. (Première partie) : Comment vécut la mère. - Paris, Werdet, 1836. [la couverture porte : Delloye et Lecou, 1837]. XVI. L'Enfant maudit. (Deuxième partie) : La Perle brisée. Une passion dans le désert. - Paris, Werdet, 1836. [la couverture porte : Delloye et Lec ou, 1837]. XVII. L'Auberge rouge. Le Chef-d'oeuvre inconnu. - Paris, Delloye et Lecou, 1837. XIX. Le Livre des douleurs... I. Gambara. - Paris, H. Souverain, 1840. [imprimé dès 1837]. XX. Le Livre des douleurs... II. Les Proscrits. Massimilla Doni I. -Paris, H. Souverain, 1840. [imprimé dès 1837] XXI. Le Livre des douleurs... III. Massimilla Doni II. - Paris, H. Souverain 1840. XXVIII. Le Livre des douleurs... IV. Séraphîta I. - Paris, H. Souverain, 1840. XXIX. Le Livre des douleurs... V. Séraphîta II. - Paris, H. Souverain, 1840

Note

Bibliografia

Feconda è stata la sua produzione letteraria, che comprende oltre un centinaio di opere. Numerosi risultano anche i saggi e gli articoli pubblicati sui più importanti periodici specializzati. Qui di seguito riportiamo le sue opere più significative.

  • La filosofia del fascismo, Foggia, Nigri, 1940;
  • Foggia nella prospettiva democratica e repubblicana tra inediti, preludi e memorie, S.l., s.n., 1981? Estr. da: Archivio trimestrale, n. 4., ott.-dic. 1981;
  • L'arte : saggio filosofico, Foggia, Arpaia, 1939;
  • Cagliostro, Milano, Sansoni, 1970
  • Apulia, 1975? Estr. da: Rassegna di studi dauni, n. 3-4, luglio-dicembre 1975;
  • Carlo Gentile, Da Roma a San Marino: il contributo di Luigi Zuppetta alla difesa dei diritti civili e della legislazione dello stato moderno 1853-1858, Foggia, Bastogi, 1975. Testo " (ISBN non esistente) " ignorato (aiuto)
  • Carlo Gentile, Giuseppe Garibaldi, Foggia, Bastogi, 1981. Testo " (ISBN non esistente) " ignorato (aiuto)
  • Carlo Gentile, Giuseppe Ricciardi mazziniano e antimazziniano, Napoli, 1974. Testo " (ISBN non esistente) " ignorato (aiuto)
  • Carlo Gentile, Giuseppe Mazzini uomo universale, Roma, Soc. Ed. Erasmo, 1971. Testo " (ISBN non esistente) " ignorato (aiuto)
  • Carlo Gentile, Saggi massonici di poesia. Giovanni Pascoli, Livorno, Bastogi, 1976. Testo " (ISBN non esistente) " ignorato (aiuto)
  • Carlo Gentile, Pietro Giannone, Edward Gibbon e il Triregno, Livorno, Bastogi, 1976. Testo " (ISBN non esistente) " ignorato (aiuto)
  • Carlo Gentile, Alla ricerca di Hiram. I tre gradi della Libera Muratoria, Foggia, Bastogi, 1980, ISBN 9788881853502.
  • Carlo Gentile, Dal Maestro Segreto all'Aquila Sovrana, Foggia, Bastogi, 1979, ISBN 9788862731935.
  • Carlo Gentile, Giordano Bruno ieri e oggi, Foggia, Bastogi, 1982, ISBN 8860421462.
  • Carlo Gentile, L'altro D'Annunzio, Foggia, Bastogi, 1982. Testo " (ISBN non esistente) " ignorato (aiuto)
  • Carlo Gentile, Il Gran Maestro dell'Umanità: Giuseppe Garibaldi, Foggia, Bastogi, 2007, ISBN 8881859627ISBN non valido (aiuto).
  • Carlo Gentile, Il mistero di Cagliostro ed il sistema Egiziano, Foggia, Bastogi, 1997, ISBN 8881850540.

Curò inoltre, assieme a Elvio Sciubba la monumentale opera di Albert Pike Morals and Dogma.

Voci correlate

Collegamenti esterni