Alcibiade primo

Da Esopedia, l'Enciclopedia dell'[[Ordine Martinista Antico e Tradizionale|O.M.A.T.]] per gli Iniziati.
Alcibiade primo
Titolo originaleἈλκιβιάδης A
Altri titoliSulla natura dell'uomo
Plato-Alcibiades.jpg
Frammento papiraceo dell’Alcibiade
AutorePlatone
1ª ed. originaleIV secolo a.C.
Generedialogo
Lingua originaleErrore Lua in Modulo:String alla linea 892: attempt to call local 'str' (a table value).
PersonaggiSocrate e Alcibiade
SerieDialoghi platonici, IV tetralogia

L’Alcibiade primo (o Alcibiade I, in greco: Ἀλκιβιάδης A) è un dialogo di Platone, nel quale Alcibiade ha una conversazione con Socrate. La sua attribuzione a Platone è controversa tra gli studiosi. La datazione del testo è anch'essa variabile, ma viene collocato con buona probabilità nella prima metà del IV secolo a.C.[1]


L’attribuzione del dialogo a Platone non è unanimemente accettata dagli studiosi. Sebbene non ci sia totale accordo sulla sua inautenticità, come invece accade per l’Alcibiade secondo, esso presenta vari elementi che stonano: ad esempio l’inusitata arrendevolezza di Alcibiade (che, seppure giustificabile con la giovane età, non ha nulla a che vedere con la sicurezza e l'irrazionalità dell'Alcibiade del Simposio) e il personaggio di Socrate, che appare sin troppo fedele a sé stesso.[2] C'è una notevole somiglianza, infatti, tra il Socrate quasi stereotipato dell’Alcibiade e quello di Senofonte, che certo non era né si definiva un filosofo.[3]


Struttura e contenuto dell'Alcibiade primo

Il dialogo è ambientato presumibilmente nel 430 a.C., poiché Alcibiade è nato nel 450 a.C. e qui lo si presenta come un giovane appena arrivato alla maggiore età, alla vigilia del suo esordio nella vita politica di Atene.[4] Personalità controversa, Alcibiade fu la rovina di Socrate con le sue follie, a causa di gesti come la mutilazione delle Erme, e il tradimento nei confronti della città, quando si rifugiò a Sparta per evitare il processo conseguente allo scandalo, e da dove poi preparò la rivoluzione oligarchica per rovesciare la democrazia nel frattempo instauratasi. Egli fu stratega in varie battaglie, e morì nel 404 a.C. per opera di un satrapo.

Il dialogo si apre con le parole di Socrate: egli è innamorato di Alcibiade, giovane bello, ricco e di nobile famiglia, ma il suo daimonion (dèmone interiore) gli ha sempre impedito di rivolgergli la parola; nel frattempo, tutti gli altri pretendenti si sono fatti avanti, ottenendo però solo lo scherno del giovane. In vista del prossimo ingresso di Alcibiade nell'assemblea del popolo, tuttavia, il dèmone gli toglie la sua proibizione.[5]

Interpretazione esoterica

Georges Vallin è un autore che propone un confronto articolato con il pensiero occidentale e quello orientale, cercando di recuperare da questo, per quanto possibile, tutti quegli aspetti positivi che sono rintracciabili nelle pieghe della storia dell’Occidente.

Quando si parla di elementi che vanno oltre il mondo e l’esperienza sensibile, e si arriva allo studio degli enti universali, immodificabili e fondamentali della realtà, si parla di metafisica.

La metafisica che si rintraccia in Oriente è infatti rintracciabile anche in Occidente attraverso diversi punti di contatto, tra cui Platone, che veicola degli aspetti di quelle Verità che non possono essere circoscritte in una parte del mondo o di pensiero.

Il dialogo viene condotto con lo stile della dialettica socratica di domanda e risposta e verte sulla decisione di Alcibiade di proporsi come governatore della città, pensando che fosse una persona adatta.


Il Sapiente è colui che sa di non sapere

Sappiamo da Socrate che è bene rendersi conto di non sapere. Allo stesso modo, l’insegnamento della maggioranza è futile, tali presunti maestri sono inaffidabili: sulle cose che non si conoscono (come ad esempio che cosa sia il giusto e l’ingiusto), infatti, c’è il massimo grado di disaccordo.

Il credere di sapere inorgoglisce Alcibiade e lo fa cullare sugli allori. Riconoscere di non conoscere una cosa, invece, e quindi sapere di non saperla, è il primo passo per progredire. Sentiamo che cosa si dice a proposito nell’Alcibiade:


- Socrate: “Perché, mio caro, non conoscendolo, non credi di saperlo.”
- Alcibiade: “Ancora, in che senso dici questo?”
- Socrate: “Considera la cosa anche tu con me. Sulle cose che non sai, ma sei consapevole di non sapere, su cose di questo genere ti senti disorientato? Per esempio: riguardo alla preparazione del cibo, tu sai di sicuro di non sapere?”
- Alcibiade: “Assolutamente.”
- Socrate: “Ti fai dunque un’opinione su come va fatta questa preparazione, oppure ti rimetti a chi ne sa?”
- Alcibiade: “Proprio così.” […]
- Socrate: “Dunque ti rendi conto che anche gli errori nell’azione derivano anch’essi da questa ignoranza, quella di credere di sapere pur non sapendo?”
- Alcibiade: “Ancora, come fai a dire questo?”
- Socrate: “Non cerchiamo di intraprendere qualcosa quando pensiamo di sapere ciò che stiamo facendo?
- Alcibiade: “Sì.”
- Socrate: “E quando si pensa di non sapere, non ci affidiamo ad altri?
- Alcibiade: “Come no?”
- Socrate: “Non è forse così che siffatti uomini, tra coloro che non sanno, vivono senza sbagliare, per il fatto che per quelle cose si affidano ad altri?”
- Alcibiade: “Già.”
- Socrate: “Chi sono dunque coloro che sbagliano? Sicuramente non coloro che sanno.”
- Alcibiade: “No, certo.”
- Socrate: “Allora, dal momento che non sono né coloro che sanno né, tra chi non sa, coloro che sanno di non sapere, chi altro resta se non coloro che non sanno, ma credono di sapere?”
- Alcibiade: “Nessun altro, solo loro.”
- Socrate: “Questa non è dunque l’ignoranza causa di mali e la stupidità più deplorevole?”
- Alcibiade: “Proprio.”
- Socrate: “E allora? Puoi menzionare qualcosa che sia più importante del giusto, del bello, del buono e dell’utile?”
- Alcibiade: “No davvero.”
- Socrate: “E non è su queste cose che tu dici di essere disorientato?”
- Alcibiade: “Sì.”
- Socrate: “Se tu sei disorientato, non risulta chiaramente da ciò che è stato detto prima, che tu non solo ignori le cose più importanti, ma oltre tutto, pure ignorandole, credi di saperle?
- Alcibiade: “C’è il rischio che sia così.”
- Socrate: “Ahi ahi, Alcibiade, quale tormento è quello che provi! Io esito a dargli un nome e tuttavia, dal momento che siamo soli, bisognerà parlarne.
Il fatto è, caro mio, che tu coabiti con un’ignoranza del tipo estremo, come a te rivela il ragionamento fatto, e anche tu riveli a te stesso: ed è per questo che ti getti a capofitto nella politica prima di essere educato. Non sei il solo ad aver sofferto questo male, ma anche la maggior parte di coloro che amministrano gli affari di questa città, ad eccezione di pochi e forse del tuo tutore Pericle.”


Colui che non sa deve guardare dentro sé stesso per conoscere

Socrate con l'affermazione “Sembra che tu abbia ascoltato queste parole da te, non da me” sta spiegando il vero metodo maieutico del '‘Conosci te stesso’:


- Socrate: “E dunque come è verosimile che tu sappia ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, cose su cui tu sbagli tanto e dimostri in modo evidente di non averle né apprese da nessuno né scoperte da te stesso?”
- Alcibiade: “Stando a ciò che hai detto, la cosa non è verosimile.”
- Socrate: “Alcibiade, vedi come ti esprimi male ancora una volta?”
- Alcibiade: “In cosa?”
- Socrate: “Quando stabilisci che sia io a dire questo.”
- Alcibiade: “E che? Non sei tu a dire che io ignoro assolutamente ciò che è giusto o ingiusto?”
- Socrate: “Veramente no.”
- Alcibiade: “Allora sono io?”
- Socrate: “Sì.”
- Alcibiade: “E come?”
- Socrate: “Lo saprai così: se io ti domando, tra i numeri uno e due, qual è il maggiore, tu dirai che è il due?”
- Alcibiade: “Io sì.”
- Socrate: “Maggiore di quanto?”
- Alcibiade: “Di uno.”
- Socrate: “Ebbene, chi di noi afferma che due è maggiore di uno?”
- Alcibiade: “Sono io.”
- Socrate: “In questo caso, o Alcibiade, si attua quel detto di Euripide: sembra che tu abbia ‘ascoltato queste parole da te, non da me’; non sono io che dico queste cose, ma tu; tu mi dai la responsabilità a torto.”


Colui che insegna deve essere Sapiente

Ma Socrate non trascura nemmeno il fatto che colui che insegna deve essere sapiente:


- Socrate: “Siamo tornati al punto di partenza. Da chi le hai apprese? Dillo anche a me.”
- Alcibiade: “Dalla maggior parte delle persone.”
- Socrate: “Non ricorri certo a maestri affidabili, facendo riferimento alla maggior parte delle persone.”
- Alcibiade: “Perché, costoro non sono capaci di insegnare?”
- Socrate: “Neppure a insegnare come giocare e come non giocare al tric-trac! E queste sono cose meno
importanti della giustizia. E che? Non pensi sia così?”
- Alcibiade: “Già.”
- Socrate: “Coloro che non sanno insegnare le cose più futili sarebbero capaci di insegnare le più importanti?
- Alcibiade: “Io credo di sì: sono certo capaci di insegnare molte cose più serie del tric-trac.”
- Socrate: “Quali sono queste cose?”
- Alcibiade: “Per esempio, è da loro che ho imparato anche a parlare greco, e non saprei dire quale maestro me l’abbia insegnato, e faccio riferimento a quelli che tu dici maestri non seri.”
- Socrate: “Ma, mio buon amico, questa è una cosa che la maggior parte delle persone insegna, e dovrebbe essere lodata a buon diritto per questo insegnamento.”
- Alcibiade: “E perché questo?”
- Socrate: “Perché essi possiedono, in questo campo, ciò che occorre a dei buoni maestri.”
- Alcibiade: “In che senso?”
- Socrate: “Non sai che per insegnare una cosa qualsiasi, bisogna prima di tutto saperla da se stessi? Non è vero?”
- Alcibiade: “E come no, in effetti?”
- Socrate: “E coloro che sanno, non devono accordarsi tra loro e evitare di formulare opinioni differenti?
- Alcibiade: “Esatto.”
- Socrate: “Se dissentono su una qualche cosa, dirai che la sanno?”
- Alcibiade: “No, davvero.”
- Socrate: “E allora come potrebbero insegnarla?”
- Alcibiade: “In nessun modo.”


Prendersi cura di sé stessi è prendersi cura della propria anima

Platone lo dice in maniera molto chiara: l’essenza dell’uomo è l’anima, mentre il corpo è il suo strumento. L’anima è immutabile; il corpo il suo complemento oggetto, l’attributo. Il corpo è una forma, e come tutte le forme è destinata a trasformazione. Per questo motivo ciò che dobbiamo curare è l’anima, sebbene non bisognerebbe svilire nemmeno il corpo, che è la manifestazione dell’anima, apprezzarlo e servirsene, ma mai metterlo in primo piano.


La Conoscenza, quella Vera, è quella interiorizzata, fatta propria direttamente dall’anima; non è un ascoltare attraverso le orecchie, bensì un guardarsi dentro; e non è cosa di cui ci si dimentica, perché quando si tocca con mano (anche se mai per intero) l’essenza, si è già iniziata l’unione con essa.

L’anima comanda sul corpo:


- Socrate: “E con la ginnastica ci prendiamo cura del corpo, con la tessitura e, con altre arti di ciò che appartiene al corpo?”
- Alcibiade: “È assolutamente vero.”
- Socrate: “Dunque con un’arte ci prendiamo cura di ciascuna cosa, presa per sé, mentre con un’altra arte ci prendiamo cura di ciò che appartiene a quella cosa.”
- Alcibiade: “È evidente.”
- Socrate: “Allora quando ti prendi cura di ciò che ti appartiene, non ti prendi cura di te stesso.
- Alcibiade: “In nessun modo.”
- Socrate: “Infatti, a quel che sembra, non è la stessa arte quella con cui ci si prende cura di se stessi e di ciò che appartiene a se stessi.”
- Alcibiade: “No, è chiaro.”
- Socrate: “Suvvia, con quale arte potremmo prenderci cura di noi stessi?”
- Alcibiade: “Non so dirlo.”
- Socrate: “Ebbene, su un punto almeno siamo d’accordo, che è un’arte con la quale non potremmo migliorare qualsivoglia delle cose che ci appartengono, ma con la quale potremmo migliorare noi stessi?
- Alcibiade: “Ciò che dici è vero.”
- Socrate: “E poi, avremmo potuto conoscere quale arte migliora le scarpe, senza conoscere le scarpe?”
- Alcibiade: “È impossibile.”
- Socrate: “Né quale arte migliora gli anelli, se non conoscessimo l’anello.”
- Alcibiade: “È vero.”
- Socrate: “E allora? Quale arte rende migliori se stessi, potremmo noi conoscerla se ignoriamo che cosa mai siamo noi stessi?”
- Alcibiade: “È impossibile.”


La serie di passi seguenti è fondamentale:


- Socrate: “Dunque l’uomo è altra cosa dal suo corpo?”
- Alcibiade: “Sembra di sì.”
- Socrate: “Che cos’è allora un uomo?”
- Alcibiade: “Non so dire.”
- Socrate: “Dunque tu puoi dire che è ciò che si serve del corpo.”
- Alcibiade: “Sì.”
- Socrate: “Ma che cos’altro si serve di questo se non l’anima?”
- Alcibiade: “Niente altro.”
- Socrate: “E non lo fa forse esercitando il comando?”
- Alcibiade: “Sì.”
- Socrate: “E io credo che su quest’altra cosa nessuno potrebbe pensare diversamente.”
- Alcibiade: “Quale?”
- Socrate: “Che l’uomo è una sola di tre cose.
- Alcibiade: “Di quali cose?”
- Socrate: “Anima o corpo o le due cose insieme, e questo come un tutto intero.
- Alcibiade: “E allora?”
- Socrate: “Ma non abbiamo convenuto che ciò che comanda al corpo è l’uomo?
- Alcibiade: “L’abbiamo convenuto.”
- Socrate: “Forse che il corpo si dà ordini da se stesso?”
- Alcibiade: “Assolutamente no.”
- Socrate: “E infatti abbiamo detto che è lui a ricevere degli ordini.”
- Alcibiade: “Sì.”
- Socrate: “Allora non dovrebbe essere questo ciò che cerchiamo.”
- Alcibiade: “Non sembra così.” […]
- Socrate: “Dal momento che né il corpo né le due cose insieme sono l’uomo, resta, credo, o che l’uomo non sia niente o, se è qualcosa, risulta che non è nient’altro che anima.”
- Alcibiade: “Precisamente.”
- Socrate: “Potrebbe andar bene pensarla così, che io e te conversiamo insieme, servendoci di parole, ma si tratta di un’anima che si rivolge a un’anima?”
- Alcibiade: “Certo, è così.”
- Socrate: “Bene questo è proprio ciò che dicemmo poco fa, cioè che Socrate conversa con Alcibiade servendosi di un discorso, non rivolgendo le parole al suo volto, come sembra, ma ad Alcibiade: ma questo è l’anima.”
- Alcibiade: “A me sembra così.”
- Socrate: “Dunque, colui che ci ordina di conoscere se stesso ci ordina di conoscere l’anima.
- Alcibiade: Così pare.”
- Socrate: “E colui che conosce qualcuna delle parti del suo corpo conosce le cose che sono sue, ma non conosce se stesso.
- Alcibiade: “È così.”


Amare significa amare l'anima e non il corpo o le proprietà terrene

Amare un uomo è amare la sua anima, non il suo corpo.

Tutto ciò che è fuori dall’anima è qualcosa che ci appartiene, che corrisponde al possesso materiale, ma può essere potato senza indugi perché la parte vitale della pianta è ben altra.

L’amore terreno non è che un basso amore rispetto all’Alto, ma figlio delle stesse Leggi: l’oggetto dell’amore è però diverso ed è collegato al corpo, al cadavere che inevitabilmente ognuno di noi si porta dietro:


- Socrate: “Dunque, ancora, colui che si prende cura del corpo cura ciò che è suo e non se stesso?”
- Alcibiade: “È probabile.”
- Socrate: “E colui che si dedica ai soldi non si prende cura né di se stesso né di ciò che è suo, ma di cose ancora più lontane da ciò che gli è proprio?”
- Alcibiade: “Io lo credo.”
- Socrate: “E dunque l’affarista non fa più i propri affari.”
- Alcibiade: “Giusto.”
- Socrate: “Se qualcuno è stato amante del corpo di Alcibiade, non amò Alcibiade, ma qualcosa di ciò che appartiene ad Alcibiade.”
- Alcibiade: “Dici il vero.”
- Socrate: “E invece, ti ama colui che ama la tua anima?”
- Alcibiade: “Sembra inevitabile, in base al tuo discorso.”
- Socrate: “E non è forse vero che colui che ama il tuo corpo, quando cessa il suo fiorire, se ne va?
- Alcibiade: Sembra così.”
- Socrate: “Non è invece vero che colui che ama l’anima non la lascia finché prosegue per la via del
miglioramento?”
- Alcibiade: “È verosimile.”
- Socrate: “In che modo potremmo dunque conoscere nella maniera migliore questa? Poiché, una volta che l’abbiamo conosciuta, senza dubbio conosceremo anche noi stessi. Ma, per gli dèi, quel giusto precetto dell’iscrizione delfica, che abbiamo ricordato or ora, non l’abbiamo capito?”
- Alcibiade: “Con questo ragionamento cosa vuoi dire, o Socrate?”
- Socrate: “Ti dirò cosa sospetto che dica e che ci consigli quella iscrizione. Temo però che non sia individuabile da nessuna parte una sua esemplificazione, se non solo riferendoci alla vista. […]
Se dunque un occhio ha intenzione di guardare se stesso, deve guardare in un occhio e in quel punto dell’occhio nel quale si trova a risiedere la virtù propria dell’occhio: e questa non è la vista?”
- Alcibiade: “È così.”
- Socrate: “Dunque, caro Alcibiade, anche l’anima, se vuole conoscere se stessa, deve guardare a un’altra anima, e in particolar modo in quella sua parte nella quale risiede la virtù propria dell’anima, la saggezza, o a qualcos’altro a cui questa parte possa risultare simile. […]
Ma analogamente chi ignora ciò che gli appartiene dovrebbe in qualche modo ignorare ciò che appartiene agli altri.”
- Alcibiade: “Certo.”


L'Uomo è dormiente e si deve risvegliare attraverso l'anima

Alcibiade, “allievo” di Socrate, è perfetto? No: egli vuol gestire gli affari della città, ma non è sapiente, non conosce la Virtù, né agisce secondo Giustizia:


- Socrate: “Se allora vuoi gestire gli affari della città in modo retto e onorevole, devi trasmettere ai cittadini la virtù.”
- Alcibiade: “Certo, come no?”
- Socrate: “Ma in che modo si può trasmettere ciò che non si ha?”
- Alcibiade: “E come?”
- Socrate: “Bisogna per prima cosa che tu ti renda padrone della virtù e così deve fare chiunque altro voglia stare al governo e curarsi non soltanto privatamente di se stesso e dei propri interessi, ma della città e degli interessi della città. […]
Se invece agite in modo ingiusto, guardando a ciò che è empio e tenebroso, agirete, è presumibile, in modo analogo, senza conoscere voi stessi.
- Alcibiade: “È naturale.”
- Socrate: “Infatti colui che abbia possibilità di fare ciò che vuole, caro Alcibiade, ma non ha raziocinio, che destino è verosimile che gli capiti, sia egli un privato o si tratti di una città? Ad esempio a un malato, che abbia facoltà di fare ciò che vuole, privo del raziocinio del medico, e agisca come un tiranno che non si lasci reprimere da nessuno in nulla, cosa accadrà? Non è probabile, come è naturale, che mandi in rovina il suo corpo? […]
Non bisogna dunque, ottimo Alcibiade, procurarsi il potere tirannico né per se stesso né per la città, se volete essere felici, bensì la virtù.”
- Alcibiade: “Dici cose vere.”
- Socrate: “Ma prima di avere raggiunto la virtù è meglio essere guidati da una persona migliore piuttosto che comandare, anche per un uomo, non solo per un fanciullo.”
- Alcibiade: “È evidente.”
- Socrate: “E adesso ti rendi conto di quale sia la tua condizione? Quella di un uomo libero oppure no?
- Alcibiade: “Io credo di rendermene conto fin troppo.”
- Socrate: “Allora sai come uscire da questa tua condizione presente? Per non farne il nome, a proposito di un bell’uomo.”
- Alcibiade: “Sì, lo so.”
- Socrate: “In che modo?”
- Alcibiade: “Se lo vuoi tu, o Socrate.”
- Socrate: “Non dici bene, o Alcibiade.”
- Alcibiade: “Ma come bisogna dire?”
- Socrate: “Se dio vuole.


Note

  1. G. Arrighetti, Introduzione a Platone, Alcibiade primo. Alcibiade secondo, a cura di D. Puliga, Milano 1995, p. 24.
  2. G. Arrighetti, Introduzione a Platone, Alcibiade primo. Alcibiade secondo, a cura di D. Puliga, Milano 1995, pp. 21-22.
  3. G. Arrighetti, Introduzione a Platone, Alcibiade primo. Alcibiade secondo, a cura di D. Puliga, Milano 1995, p. 22.
  4. G. Arrighetti, Introduzione a Platone, Alcibiade primo. Alcibiade secondo, a cura di D. Puliga, Milano 1995, p. 12-13.
  5. Alcibiade I 103a-104c.

Edizioni

Voci correlate

Filosofia Portale Filosofia: accedi alle voci di Esopedia che trattano di filosofia