Apologia di Socrate

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Apologia di Socrate
Titolo originaleἈπολογία Σωκράτους
Socrates Louvre.jpg
Testa di Socrate, scultura di epoca romana conservata al Museo del Louvre.
AutorePlatone
1ª ed. originale399/388 a.C. (?)
Generedialogo
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AmbientazioneAtene
ProtagonistiSocrate

La figura di Socrate

Socrate è la figura più oscura tra tutti i filosofi greci. L’Apologia di Socrate, il Critone e il Fedone, tutti scritti da Platone, sono libri fondamentali necessari a studiare la sua ricca personalità.

Dei presocratici, i filosofi antecedenti a Socrate, sappiamo molto da frammenti incompleti, ma storicamente identificabili; di Socrate, invece, si sa poco e solo da due fonti: Platone e Senofonte, o in maniera minore e indiretta anche da altri autori che si rifanno sempre ai primi due.

Socrate è in genere molto mal definito: brutto fisicamente, sporco, irritante.

Senofonte narra della disputa fra Socrate e Crizia, che aveva inserito nelle leggi della città il divieto di insegnare l’arte del ragionamento proprio per ostacolare il grande filosofo.


Alla fine della guerra del Peloponneso (430-403/2 a.C.) combattuta fra Sparta ed Atene per acquisire il sopravvento sulla penisola greca, Sparta risulta vittoriosa, bensì tollerante anche verso la città di Atene, che però si vede costretta ad abbattere la propria cinta muraria.

Il governo posto in essere da Sparta presso la città di Atene (ormai vinta) è il cosiddetto “governo dei 30 tiranni”, fra cui Crizia e Callicrate, allievi di Socrate. Solo successivamente tale governo viene esautorato per essere sostituito da un governo democratico: lo stesso governo che, per mezzo dell’accusa di Anito che ritroviamo nell’Apologia, sentenzierà la morte di Socrate.


L'accusa di Socrate e il suo metodo dialettico-maieutico

La scena dello scritto è il tribunale in cui avviene il processo di Socrate nel 399 a.C. Gli accusatori di Socrate sono i Sofisti, come Anito, Meleto e Licone. Questi accusato il grande filosofo di corrompere i giovani con la sua filosofia. L’Apologia è uno dei primi scritti di Platone, anche se la sua intensità e maturità spirituale farebbero pensare che non lo sia.


- Socrate “Avvicinati, Melèto, e dimmi: non annetti tu grande importanza al fatto che i nostri giovani divengano quanto più possibile migliori?”
- Meleto: “Io sì”.
- Socrate: “Di’ allora a costoro chi è capace di renderli migliori. Non v’è dubbio che tu lo sappia, visto che la cosa ti sta tanto a cuore […].”
- Meleto: “Costoro, o Socrate, i giudici.”
- Socrate: “Come dici, Melèto? I giudici sono capaci di educare i giovani e di renderli migliori?”
- Meleto: “Ma certo.”
- Socrate: “Tutti? Oppure alcuni di loro sì, altri no?”
- Meleto: “Tutti.”
- Socrate: “Quale buona novella, per Giunone! Quanta gente capace di fare gli educatori! E tutto il pubblico qui presente, è anch’esso capace di renderli migliori, o no?”
- Meleto: “Certo.”
- Socrate: “Ed anche i componenti del Consiglio?”
- Meleto: “Anche loro.”
- Socrate: “Non vorrai certo escludere i membri dell’Assemblea, Melèto; non è vero?”
- Meleto: “Certamente no.”
- Socrate: “Allora tutti gli Ateniesi, a quanto pare, sono capaci di rendere migliori i giovani, eccetto me. Solo io li corrompo. È questo che dici?”
- Meleto: “Esattamente.”
- Socrate: “Che sciagurato uomo sono io per te! Penso che possiamo dire altrettanto dei cavalli: tutti li migliorano e uno solo li guasta. O forse mi obietterai che solo uno può renderli migliori, o tutt’al più pochissimi, e precisamente i domatori, tanto che gli altri, se mai si occupano di cavalli e li montano, non fanno che guastarli? […]
Sarebbe infatti gran fortuna per i giovani se fosse vero che uno solo li guasta e tutti gli altri invece li migliorano.”
- Socrate: “O Ateniesi, io ho per voi venerazione e affetto, ma debbo obbedire a Dio piuttosto che a voi, e finché avrò un soffio di vita e le forze me lo concederanno, non cesserò di filosofare, di esortarvi e di ammonire chiunque mi capiterà. E così parlerò a lui come è mio costume e gli dirò: ‘O mio ottimo amico, tu che sei Ateniese, cittadino d’una città che è la più grande e la più famosa d’ogni altre per la sua scienza e per la sua potenza, non ti vergogni, tu che ti prendi tanta cura delle tue ricchezze perché si moltiplichino, della tua reputazione e del tuo onore, di non darti affatto della sapienza, della verità e dell’anima perché questa divenga quanto più può migliore?”


Socrate non è un democratico, ma non è nemmeno schierato per l’oligarchia (il governo di pochi): è infatti uno spirito libero, abituato a ragionare con la propria testa.

La sua condanna a morte non è stata per niente gradita allo stesso governo democratico che l’aveva sentenziata, perché ha messo in discussione il funzionamento della “grande democrazia” di Atene. Ma Socrate volutamente, e con la propria ironia, si fece uccidere.

La concezione di democrazia ateniese è diversa dal significato di “democrazia” inteso comunemente: Socrate non era contrario alla idea di democrazia intesa come “potere del popolo”, cioè potere dei cittadini con censo (cavalieri e mercanti) con l’esclusione di schiavi e stranieri.

'Avversa però l’idea di oclocrazia, cioè il “governo di tutti” che prevedeva il potere in mano della moltitudine inesperta.


Il processo a Socrate è stato descritto da Platone e 8-9 anni dopo da Senofonte che, sebbene fosse uno storico, era intellettualmente molto differente dal primo: Platone è stato infatti allievo di Socrate per 20 anni, mentre Senofonte solo per 2 per poi allearsi – da mercenario – con l’esercito persiano.

L’Oracolo di Delfi afferma che Socrate è il più sapiente, perché è colui che non sa, ma sa di non sapere:


“Debbo riconoscerlo, o Ateniesi, io debbo questa fama ad una certa qual sapienza che posseggo. Ma quale sapienza? La sapienza propria dell’uomo, io credo; e può darsi che io veramente la possegga, mentre quelli di cui parlavo poc’anzi, ne possederebbero un’altra che è più che umana, o che so io, ma che certamente io non posseggo, e se qualcuno me l’attribuisce mente e cerca solo di calunniarmi. […]
Se vi sono sembrato alquanto presuntuoso, perché ad attribuirmi tale sapienza, se pur ne posseggo alcuna, non sono io, ma uno che per voi è degno di fede: il dio di Delfo. […]
Cherefonte […] interrogò il Dio per sapere se vi fosse qualcuno più sapiente di me. La Pitia rispose che nessuno era più sapiente.


In Platone appare tutta la portata della dialettica socratica, che conduce dalla molteplicità all’unità attraverso il riconoscimento di valore universale in quanto maggiore forma di Sapienza, attuata dal Sapiente per eccellenza: Socrate. La dialettica socratica si basa infatti sulla dimostrazione con ragionamenti progressivi dall’alto verso il basso e viceversa, che la gente comune non sa, non conosce, non è sapiente. Socrate dunque non solo è umile, ma è anche il sapiente per eccellenza.


Quando la previsione dell’Oracolo di Delfi riconosce il Filosofo come il più sapiente, riconoscendo altresì legittimità al metodo dialettico, questa affermazione non è accettata e riconosciuta passivamente da Socrate: egli coniuga la fede verso il dio, ma – in maniera del tutto simile a San Tommaso – ne vuole la dimostrazione.

Questo connubio tra Fede e Ragione è alla base del pensiero socratico: il metodo dialettico fa sì infatti che l’interlocutore venga messo alle strette ed inizi a riflettere su se stesso.

L’Uomo totale, formato a 360° non è formato da una sola cosa e specializzato solo in quella.


“Infine andai anche presso gli artigiani, convinto di non sapere nulla di quelle tante e belle cose che sanno invece costoro. E fu la volta in cui non mi ingannai, poiché essi sapevano cose che io ignoravo del tutto, per cui potevo reputarli, sotto questo aspetto almeno, molto più sapienti di me.
Purtroppo però, o Ateniesi, anche i valenti artigiani mi parve che cadessero nello stesso errore dei poeti, poiché ciascuno di loro, per il fatto che eccelleva nella sua arte, si reputava sapiente in cose di maggior momento; e questa loro stoltezza finiva con l’oscurare quella loro sapienza.
Per giustificare l’oracolo, provai allora a interrogare me stesso e vedere se io avessi voluto essere tale quale sono, né per nulla sapiente della loro sapienza, né ignorante della loro ignoranza, o non piuttosto possedere, come loro l’una cosa e l’altra. Risposi a me e all’oracolo che valeva molto meglio per me essere tale e quale sono.”


La concezione di anima

Socrate e Platone sono i due filosofi che per primi introducono la concezione di anima.

Essi mettono a sistema le due concezioni principali del tempo: quella orfica e quella omerica.


  • Per l’Orfismo, l’Anima è considerata una specie di demone che si insinua nel corpo (dal greco, sema = soma = tomba) e qui si purifica in più vite, secondo l’idea indiana della metempsicosi, che si potrebbe tradurre, anche se non è la stessa cosa, con “reincarnazione”.
  • Per Omero, invece, così come appare anche nelle due opere dell’Iliade e dell’Odissea, l’Anima coincide con la vita.

Socrate, mettendo insieme le due concezioni orfica (anima come demone) e omerica (anima come vita), fa coincidere l’uomo con la sua Anima: l’Uomo è la sua Anima.


In greco, la parola demone non aveva l’accezione negativa di oggi. In greco il daimòn era un genio sovrumano, un essere divino, venerabile, beato.

Era un’entità astratta (e non un dio personale) che suggerisce a Socrate cosa non fare.

Ed è sempre in questa accezione che bisogna intenderlo in Socrate e Platone.

Questa entità non suggerisce al Filosofo cosa fare, altrimenti ne limiterebbe le responsabilità e il libero arbitrio nella manifestazione materiale; e ciò dimostra anche che per Socrate non è l’uomo la misura di tutte le cose, ma Dio, trasposto in noi attraverso la nostra anima.


- Socrate: “C’è qualcuno, o Melèto, che crede che ci siano cose umane, senza credere che ci siano uomini?... […]
C’è qualcuno che crede che non ci siano cavalli, ma cose cavalline sì? Flautisti no, ma suonate di flauto sì? No, mio caro amico, non c’è. Rispondo io a te e agli altri qui presenti, visto che non vuoi rispondere
tu. Ma a questo devi pur rispondere: c’è qualcuno che creda che vi siano cose demoniache, ma demoni no? […]
E i demoni, secondo che si crede, non sono Dei o figli di Dei? Sì o no?”
- Meleto: “Sì, certamente.”
- Socrate: “Allora, se come tu affermi, io credo nei demoni, e i demoni sono Dei, ecco che tu proponi, come dicevo poco fa, un enimma per prenderti gioco di noi.”

La coerenza del filosofo e l'importanza del sacro

In Socrate non vi è mai alcun compromesso, e dimostra di non recedere di un solo passo rispetto a quegli ideali che ha promosso e propugnato per tutta la vita.

Ai tempi di Platone essere filosofo significava aderire ad un ben preciso stile di vita: il filosofo era colui che era “capace di vedere l’Intero”; non un semplice speculatore di idee e teorie affrontate dal punto di vista puramente intellettuale.

Il fine che egli si poneva non era tanto quello di sviluppare un’abilità concettuale fine a sé stessa, quanto piuttosto di utilizzare tale abilità per trasformare l’uomo e la società intera. Ed è proprio questa totale adesione che porterà Socrate a desiderare sopra ogni cosa, sopra la vita stessa, di rimanere fedele ai suoi princìpi, per dare all’umanità intera un insegnamento profondamente etico e coerente.


La Conoscenza di cui parla Platone è la conoscenza dell’universale, dell’unità suprema, della costante a cui fanno capo tutte le singole cose, una sintesi che è una facoltà propria dell’anima.

Gli accusatori di Socrate, che poi lo fanno condannare a morte, lo accusano di essere un sofista, senza rendersi conto che sofisti sono loro stessi. Il Filosofo vero è come un domatore di cavalli: per curare l’Anima con il metodo socratico non bisogna far chiacchiere da sofista, ma serve fermezza ed esperienza alla stregua di quelle che il domatore di cavalli esercita sulla bestia.


“Costoro dunque, ed amo ripeterlo ancora, poco o nulla hanno detto di vero; ma da me non udrete che la verità.
E per Giove, o Ateniesi, io non parlerò a voi con linguaggio ornato intessuto di frasi e di parole belle ed eleganti, come sono usi fare costoro. Io vi parlerò invece così, semplicemente, come le espressioni si presenteranno a me, ma improntate tutte, ne sono certo, a giustizia: non aspettatevi dunque altro da me. Non starebbe infatti bene, o cittadini, che un uomo della mia età si presentasse a voi cincischiando i suoi discorsi, come fanno i nostri giovanetti.”


“Io poi non fui mai maestro di nessuno: se qualcuno, giovane o vecchio, ha desiderato di ascoltarmi quando parlavo ed attendevo ad esplicare la mia missione, io non glielo ho mai impedito. Non sono stato di quelli che parlano solo con chi li paga e allontanano chi non paga; ma a ricchi e poveri indifferentemente io ho concesso di interrogarmi e di interloquire, se hanno voluto, su ciò che m’avveniva di dire.”


“Ma considerate bene, o Ateniesi, che il difficile non è evitare la morte quanto piuttosto evitare la malvagità, che ci viene incontro più veloce della morte. Ed ora io, come tardo e vecchio, sono stato raggiunto da quella che è più tarda ; i miei accusatori, invece, come più gagliardi e veloci, da quella che è più veloce, la malvagità.”


“Vi prego dunque, e mi pare bene a ragione, che lasciate che io mi esprima alla mia maniera, buona o cattiva che sia. La sola cosa cui dovete badare, e badare molto scrupolosamente, è di vedere se io dica cose giuste o no. Questo, infatti, è l’ufficio proprio del giudice; quello dell’oratore è di dire la verità.”


Con Socrate il riferimento è sempre al sacro, ad un principio superiore, che è ineliminabile, inossidabile, e indispensabile:


“Ma una cosa so di certo: che il fare ingiustizia e disobbedire a un nostro superiore, sia esso Dio o uomo, è cosa cattiva e vergognosa. Giammai dunque io temerò né fuggirò quello che non so se sia un bene, ma piuttosto il male che so essere tale.”


“E dovete sperare bene anche voi, o giudici, dinanzi alla morte e credere fermamente che a colui che è buono non può accadere nulla di male, né da vivo né da morto, e che gli Dei si prenderanno cura della sua sorte.”


Socrate va a morire e lo fa accompagnato dalla sua stessa ironia: paradossalmente, però, il fatto che non abbia adulato gli accusatori fa sì che proprio la sua morte metta in luce i limiti e le distorsioni della democrazia ateniese, tanto più che la Morte è un guadagno, un ritorno alla Vita:


“Vada pure come a Dio piacerà: il mio dovere è di obbedire alla legge e di espletare la mia difesa […]
Giacché, o Ateniesi, il temere la morte altro non è che parere sapienti senza esserlo, cioè a dire credere di sapere ciò che si ignora; poiché nessuno sa se la morte, che l’uomo teme come se conoscesse già che è il maggiore di tutti i mali, non sia invece per essere il più gran bene. […]
Essi potrebbero bene uccidermi, mandarmi in esilio, privarmi dei diritti politici, reputando tali cose, i più grandi mali; ma io non li reputo tali.
Per me male è fare quello che fa costui: tentare di uccidere ingiustamente un uomo. […]
Ecco perché, o Ateniesi, io non intendo difendermi per me stesso, come potrebbe pensare qualcuno, ma per voi, perché, condannandomi, non abbiate a peccare contro Dio, disprezzando il dono che Egli vi ha dato.
Ma vedo che è tempo ormai di andar via, io a morire,
voi a vivere. Chi di noi avrà sorte migliore, occulto è a
ognuno, tranne che a Dio.”


La Sapienza è di colui che sa di non sapere

L’Oracolo di Delfi ha detto che Socrate è il più Sapiente perché è colui che non sa, ma sa di non sapere.

Socrate va anche alla ricerca di qualcuno più Sapiente di lui, e non riesce a trovarlo. Allo stesso tempo, però, lui riconosce chi è il vero Sapiente:


“No, Ateniesi, sapiente è solo Dio che per mezzo di quell’oracolo ci ha voluto dire che la sapienza umana vale poco o nulla. Ed è chiaro che se ha nominato Socrate, Egli ha voluto servirsi del mio nome a mo’ di esempio, come per dire: ‘O uomini, sapientissimo fra di voi è colui che, come Socrate, sa che la propria sapienza è nulla’.
Né ho smesso questa mia indagine, perché vado ancora oggi interrogando, secondo il pensiero di Dio, chiunque mi sembri sapiente, sia esso cittadino o forestiero.
E quando mi accorgo che egli non lo è affatto, allora metto in luce la sua ignoranza per dimostrare che Dio ha ragione. E a questa occupazione dedico tutto il mio tempo, così che non me ne resta per attendere lodevolmente né agli affari della città, né ai miei personali, ed essendomi consacrato solo al servizio di Dio, vivo in estrema povertà.”

Edizioni

  • Platone, Apologia di Socrate, Prima edizione, Bompiani, 2000, p. 192.

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