Critica della ragion pratica

Da Esopedia, l'Enciclopedia dell'[[Ordine Martinista Antico e Tradizionale|O.M.A.T.]] per gli Iniziati.
Critica della ragion pratica
Kant's Critique of Practical Reason (1899 translation - book cover).jpg
frontespizio di un'edizione inglese del 1898
AutoreImmanuel Kant
1ª ed. originale1788
Generesaggio
Sottogenerefilosofia
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« Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me[1] »
(Epitaffio sulla tomba di Immanuel Kant)

La Critica della ragion pratica (in originale Kritik der praktischen Vernunft) è uno scritto filosofico del pensatore tedesco Immanuel Kant. L'opera, pubblicata nel 1788, è la seconda per ordine cronologico delle tre celebri Critiche di Kant, di cui fanno parte anche la Critica della ragion pura (1781) e la Critica del Giudizio (1790).

Nella Ragion pratica, il filosofo conduce l'analisi critica della ragione nel caso in cui essa sia indirizzata all'azione ed al comportamento, alla pratica per l'appunto. Lo scritto è affine ad altre due opere kantiane, la Fondazione della metafisica dei costumi (1785) e la Metafisica dei costumi (1797): in questi tre scritti, Kant espone sostanzialmente la sua concezione della morale.

Come nella Ragion pura il filosofo si propone di mostrare non cosa l'uomo conosce, ma "come" conosce, ovvero intende evidenziare i "meccanismi" della conoscenza umana, allo stesso modo si pone di fronte al problema della morale: egli non vuole definire quali precetti etici debbano essere seguiti dall'uomo, bensì "come" quest'ultimo debba comportarsi per compiere un'azione autenticamente morale, e quindi in cosa consiste realmente la morale. La sua in definitiva è una morale formale: Kant, infatti, illustra la forma della morale, ma non il suo contenuto (le norme morali).

Il debito con Rousseau

Kant stesso ci dice che per un certo tempo fu attratto dalle concezioni morali dei sentimentalisti inglesi, che in seguito abbandonò insoddisfatto in quanto il loro metodo d'indagine si riduceva ad una semplice analisi psicologica; inoltre il loro eccessivo ottimismo non faceva loro prendere in considerazione ciò che per Kant costituisce l'elemento essenziale della morale: l'obbligatorietà.

Apparentemente vicino alle posizioni dei sentimentalisti sembrava anche Rousseau, il quale basava la morale sul sentimento: Kant, però, comprese che il sentimento di cui parlava Rousseau aveva un significato ben diverso, in quanto andava inteso come il sentimento della dignità umana. Rousseau, cioè, intendeva dire che ciò che rende l'uomo degno di essere considerato tale è proprio il senso morale.

Kant, come aveva fatto nei confronti di David Hume riguardo alla conoscenza, così riconobbe il suo debito nei confronti di Rousseau riguardo alla morale: "Io sono uno studioso e sento tutta la sete di conoscere che può sentire un uomo. Vi fu un tempo nel quale io credetti che questo costituisse tutto il valore dell'umanità; allora io sprezzavo il popolo che è ignorante. È Rousseau che mi ha disingannato. Quella superiorità illusoria è svanita, ho imparato che la scienza è inutile, se non serve a mettere in valore l'umanità."[2]

In tal modo, viene quindi affermata l'indipendenza dell'atto morale dalla scienza e la sua irriducibilità al sentimento, il quale non potrà mai essere confuso con la moralità. Il sentimento è qualcosa di impulsivo, debole, incostante, su cui la morale non può fare affidamento: "una certa dolcezza d'animo che passa facilmente in un caldo senso di pietà, è cosa bella ed amabile, perché rivela una certa partecipazione alle vicende altrui...ma questo sentimento bonario è debole e cieco."

Il dovere

La morale deve basarsi su qualcosa di assolutamente certo e saldo: il dovere. Ognuno infatti percepisce la morale, in modo sicuro e consapevole, come un dovere. L'uomo, quello dotato di ragione, sente di fronte a determinate situazioni di dover compiere una scelta, a cui seguirà il comportamento morale. Anche gli uomini più malvagi, che ancora conservano almeno in parte la razionalità, sentiranno di doversi porre il problema della scelta morale, ovvero di come comportarsi. Questo è il momento che precede ogni reale azione morale.

La morale è quindi un fatto di ragione. Ogni essere razionale possiede la morale, in quanto sente il dovere e la necessità di scegliere. Il dovere non ha nulla a che fare con la causalità ed il determinismo del mondo materiale: esso riguarda soltanto la sfera della morale.

"Il dovere, quando si ha dinanzi il semplice corso della natura, non ha alcun senso. Noi non possiamo chiedere che cosa deve avvenire, come non possiamo chiedere quali proprietà deve avere il circolo: ma solo che cosa avviene e quali proprietà il circolo ha."

La necessità del mondo causale interverrà infatti quando tradurremo la scelta in comportamento morale.

In qualità di essere razionale, io non posso non considerare, ad esempio, che sulla strada v'è un uomo malridotto gettato in terra: quest'ultimo è entrato nella sfera della mia razionalità ed in quel momento non posso non pormi il problema morale della scelta, cioè "Devo o non devo soccorrere quest'uomo?". Qualunque sia la risposta a questa inevitabile domanda, la morale si è comunque manifestata.

Anche se poi agissi in modo caritatevole o malvagio, su quell'uomo ho posto in essere il dovere morale, il quale non ha a che fare con il mondo materiale della necessità che interverrà con le sue leggi fisiche nel momento in cui tradurrò in azione la mia scelta: avrò o meno la forza per sollevarlo ed aiutarlo? Ma questo secondo momento non rientra più nella morale kantiana, che non pretende di imporre comportamenti.

La libertà e l'obbligatorietà

La scelta, quindi, è assolutamente libera ed è espressione, come dice Kant, di una volontà pura, nel senso che non vi rientra in nessun modo le condizioni della materialità (che svolgerà il suo ruolo necessitante quando la morale si sarà già manifestata e sarà trasformata in azione).

Ma se la morale è dovere, allora come potrà l'obbligatorietà conciliarsi con l'assoluta libertà formale della scelta? La risposta è nel concetto di autonomia. La morale dell'essere razionale è tale che egli deve obbedire ad un comando (obbligatorietà) che egli stesso si è liberamente dato (libertà), in modo conforme alla sua stessa natura razionale.

L'uomo che compie una determinata azione secondo il dovere morale sa che, per quanto la sua decisione possa essere spiegata naturalisticamente (anche con motivazioni psicologiche), la vera sostanza della sua morale non risiede in questa concatenazione causale ma in una libera volontà che corrisponde all'essenza razionale del suo essere[3].

L'uomo, in definitiva, è un essere appartenente a due mondi: in quanto dotato di capacità sensoriali appartiene a quello naturale, e pertanto è sottoposto alle leggi fenomeniche; in quanto creatura razionale, però, appartiene a ciò che Kant chiama il mondo "intelligibile" o noumeno, cioè il mondo com'è in sé indipendentemente dalle nostre sensazioni o dai nostri legami conoscitivi, e perciò in esso egli è assolutamente libero (autonomo), di una libertà che manifesta nell'obbedienza alla legge morale, all'"imperativo categorico".

Le formulazioni dell'imperativo categorico

La legge morale come imperativo categorico, un comando a cui non si può sfuggire, si distingue dall'"imperativo ipotetico" che consiste nel pronunciare un comando in vista del conseguimento di un fine. Gli imperativi ipotetici si possono riassumere nella formula: se vuoi A fai B; per esempio: "se vuoi andare in Paradiso obbedisci alla legge di Dio". Questo tipo di comandi configurano cioè un'ipotesi (se vuoi andare in Paradiso) la cui realizzazione è condizionata dal mettere in atto forzatamente un comportamento (obbedisci alla legge di Dio).

I caratteri dell'imperativo categorico invece sono tali per cui la sua imperatività:

- non è condizionata da nulla; (l'obbedire non dipende dal voler andare in Paradiso)
- vale per tutti gli uomini in tutte le condizioni; (nell'imperativo ipotetico dell'esempio questo valeva solo per chi crede nel Paradiso)
- esprime una volontà pura, non condizionata empiristicamente (nell'imperativo ipotetico dell'esempio si metteva in atto la volontà di obbedire ma al fine di conseguire il Paradiso).

Quindi l'imperativo morale:

- non è formulabile mediante regole particolari miranti a far compiere questa o quell'azione determinata connessa alle particolari condizioni storiche in cui vivono gli individui;
- non potrà provenire da nessuna autorità esterna all'uomo. Se così fosse il comando morale varrebbe solo per chi riconoscesse quella autorità: verrebbe così a mancare il carattere di universalità.

Nell'ambito allora della morale formale che esclude tutte le morali contenutistiche, eteronome, che hanno il fondamento di sé nel conseguimento di un fine esterno, l'imperativo categorico kantiano è una legge morale che prescrive " come la volontà debba atteggiarsi, non quali singoli atti deve compiere

La prima formulazione dell'imperativo categorico prescrive:

  • "Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come principio di una legislazione universale". In questo imperativo, che comunemente viene espresso anche nella forma "Agisci in modo che tu possa volere che la massima delle tue azioni divenga universale" [4] il termine "massima" vuole significare che il principio soggettivo specifico, la regola estraibile dal mio agire morale, possa assumere un valore oggettivo valido per tutti, divenire cioè una legge universale. «Di qui il criterio secondo cui occorre sempre soltanto domandarsi se la propria massima possa valere allo stesso modo di una legge di natura.» [5]

La seconda formulazione dell'imperativo recita:

  • "Opera in modo da trattare l'umanità che è in te come nella lui persona sempre come fine e mai come semplice mezzo".

L'uomo non deve mai essere solo strumento di un'azione morale, il vero fine di ogni atto buono è l'uomo. È importante nel citare questa frase ricordarsi l'"anche" e il "solo": Kant non era un illuso e sapeva bene che molte delle relazioni interpersonali usano effettivamente l'uomo come mezzo (assegnare un lavoro ad un'altra persona è a tutti gli effetti usarla come "mezzo" in quanto questa viene assunta per fare qualcosa per noi). La frase va quindi interpretata alla luce della limitazione che Kant pone: usiamo pure l'uomo come mezzo, ma ricordandoci che è il fine di ogni atto buono e dandogli quindi la dignità che gli spetta. In virtù di questo, è giusto pagare un muratore affinché ci costruisca la casa ma è sbagliato mandare a morire un'altra persona per salvarci la pelle.

La terza formulazione dell'imperativo categorico ricorda all'uomo che non basta limitarsi alla propria sfera individuale nel compiere azioni morali ma che ciò che si fa possa essere la prima pietra di un " regno della moralità ", che ciò che tu hai fatto sia da esempio e diventi legge per tutti gli altri:

  • "Agisci in modo che la tua volontà possa istituire una legislazione universale"

Il "bene morale" riflesso nella natura

Immanuel Kant, dopo aver parlato del concetto della ragione pratica, che è il bene morale, vuol mostrare come esso si attui nelle azioni umane, in quelle azioni che si devono svolgere nel mondo sensibile, proprio come, nella Critica della ragion pura, dopo aver parlato delle forme pure dell'intelletto, egli era passato al problema di come i concetti puri si applichino alle intuizioni sensibili, di come cioè il mondo delle categorie fosse collegato a quello delle intuizioni. Il problema risolto dallo schematismo trascendentale era quello di "sussumere" (ossia "ricondurre") il particolare nell'universale, di collegare le conoscenze particolari alle forme universali dell'intelletto (categorie), come - ad esempio -, attraverso gli schemi di successione, dai fenomeni particolari che si vedono sensibilmente succedersi nel tempo si arriva a capire il loro legame causale, a riportarli alla categoria di causalità.

Analogamente, a questo punto della riflessione sulla Ragione Pratica, il problema è quello di sussumere (ricondurre) gli atti di volontà riguardanti azioni particolari alla legge pratica pura (che è l'imperativo categorico, del tutto formale e privo di contenuti materiali, che mi prescrive soltanto "fa' il tuo dovere", che mi dice perché devo scegliere di fare o non fare una certa cosa, ma non che cosa fare o non fare).

Come si passa, dunque, dal formalismo della moralità (l'imperativo categorico, vuoto di contenuti particolari) all'agire concreto? Secondo Kant, l'individuo dovrebbe domandare a sé stesso se l'azione che ha in mente di compiere (cioè quella massima particolare che ispira la sua volontà individuale in questo momento), la si potrebbe accettare come plausibile quando dovesse accadere per una legge di natura (e dunque questa azione dovesse avvenire necessariamente, senza eccezioni).

Ad esempio: ti stai chiedendo se sarebbe moralmente accettabile la tua scelta di dire il falso? Prova ad immaginare che cosa succederebbe se tutte le persone, a prescindere dalla loro volontà, fossero costrette dalla natura a mentire, proprio come sono costrette a respirare, o ad invecchiare, o a muoversi su due gambe e non volando; come sarebbe la vita in un mondo così? Proprio come appare chiaramente che sarebbe impossibile vivere in un mondo così (in cui le persone fossero costrette a mentire da una legge di natura), allo stesso modo appare chiaramente che la scelta da te presa in considerazione (cioè di mentire in questa determinata circostanza) non è riconducibile all'imperativo categorico del bene morale, e quindi non è moralmente accettabile.

La "natura", dunque, diventa il "tipo" della legge morale (e infatti Kant designa questa parte della sua riflessione etica con il sostantivo "tipica").

Oltre ad una corrispondenza “architettonica” con la Critica della Ragione Pura, vi è comunque un significato più profondo. Che cosa significa affermare che la possibilità di erigere a legge universale una massima, una regola di comportamento individuale, è il "tipo" della moralità, ossia è l’immagine, il riflesso della moralità nel mondo fenomenico? Vuol dire affermare che quel carattere che hanno le azioni moralmente buone, di poter essere oggetto di una legge ugualmente valida per tutti, non è la moralità in sé, bensì il riflesso che la moralità (che è una qualità del mondo noumenico) produce nel mondo fenomenico della realtà umana.

Si può perciò riconoscere che un’azione è buona quando ha questo contrassegno: che si possa auspicare che tutti la compiano. La sua moralità, tuttavia, non consiste in questo contrassegno, ma in una qualità intelligibile, che però non si può intuire con una esperienza sensibile: se ne possono vedere soltanto le conseguenze, se ne vede soltanto il "tipo" - nel senso originario del greco typos, "impronta, stampo" - nel mondo sensibile, proprio come il noumeno non può essere raggiunto dalla ragione umana, ma se ne postula l'esistenza quando si sperimenta il fenomeno.

Analogia della pratica con la teoretica

Il carattere essenzialmente razionale della morale si rivela, secondo Kant, per la sua analogia per quanto riguarda la razionalità nel campo teoretico. Le azioni determinate dagli impulsi infatti egli ritiene che possano essere assimilate ai giudizi sintetici a posteriori. Qui la mia volontà è determinata da una oggettività rappresentata dalla mia sensibilità, da una mia spinta oggettivamente psicologica.

Le azioni invece dettate dalla ragione ma per fini egoistici (gli imperativi ipotetici) sono assimilabili ai giudizi analitici quelli per cui nel soggetto è già contenuto il predicato ("Il triangolo ha tre angoli"). Infatti nell'imperativo ipotetico ad es.: "Se vuoi diventare ricco devi agire in un determinato modo", nell'analisi della ipotesi è già contenuta la conclusione.

L'imperativo categorico è infine analogo ai giudizi sintetici a priori per cui il suo comando è formale, non prescrive alcun'azione determinata ma nello stesso tempo è reale (trascendentale).

Il valore della metafisica

Ogni morale non può essere limitata nel conseguimento del bene. Non posso propormi di conseguire il bene fino ad un certo punto e non oltre. Il fine dell'azione morale quindi deve essere il "sommo bene". Ma cosa s'intende per sommo bene? Per alcuni semplicemente il sommo bene, inteso come "il bene più alto", consiste nell'obbedire agli imperativi categorici. Prendendo come guida gli imperativi categorici ognuno quindi può raggiungere il sommo bene. Ma altri il sommo bene lo intendono come "il bene più completo" da raggiungere tramite una condizione prima: "la virtù" e una conseguenza necessaria: "la felicità".

Per realizzare il bene più completo, quello cioè che procuri quella felicità, irraggiungibile su questa terra, occorrerà allora credere che la propria esistenza possa proseguire all'infinito e che si raggiunga l'immortalità affinché si arrivi al massimo della virtù, alla santità e che ci sia un Essere divino in grado di assicurare una giusta proporzione tra la virtù raggiunta e la felicità da attribuire. Bisognerà cioè "postulare" per l'azione morale diretta al bene più completo che ci sia:

  • un'anima immortale,
  • che esista Dio
  • e che si possa andare oltre il limite naturale, che l'azione di chi vuole raggiungere la santità sia infinita postulando cioè un agire senza alcun condizionamento finito, come dire l'assoluta libertà, per chi opera in vista di quel fine.

Ecco quindi comparire come "postulati della ragion pratica" quelle che erano le tre idee della Ragione metafisica[6] che non trovavano spiegazione nella dialettica trascendentale e che dimostravano l'illusorietà e l'inganno della metafisica quando pretendeva di presentarsi come scienza. Ora quelle stesse idee fallaci sul piano teorico acquistano invece valore sul piano pratico, morale, divengono corollari della legge morale.

Alla base dei corollari della ragion pratica non vi è un "so" ma un "voglio": "voglio che esista Dio, voglio che la mia esistenza in questo mondo sia anche un'esistenza nel mondo intelligibile, voglio che la mia durata sia senza fine."

Se i postulati non potranno mai assumere il valore di un vero e proprio sapere nello stesso tempo però nessun progresso scientifico potrà mai metterli in dubbio, anzi è proprio la loro insostenibilità razionale che darà valore all'azione morale. Se l'immortalità dell'anima, l'esistenza di Dio fossero verità certe, come tali renderebbero impossibile ogni autentica azione morale. Se gli uomini praticassero il bene per paura di un castigo o per speranza di un bene e non per un dovere razionale connesso alla nostra stessa natura, la morale diverrebbe "eteronoma"[7], perdendo ogni significato.

Note

  1. La citazione è tratta dalla conclusione della Critica della ragion pratica: «Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell'oscurità, o fossero nel trascendente, fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo, a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io invisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l'intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria. Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di natura animale che deve restituire nuovamente al pianeta (un semplice punto nell'universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale. Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall'animalità e anche dall'intero mondo sensibile, almeno per quanto si può inferire dalla determinazione conforme a fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all'infinito.» (Critica della ragion pratica, Laterza Editore, Bari, 1966, pp. 201-202)
  2. Questa e tutte le altre citazioni nella voce sono tratte da I.Kant, "Critica della Ragion pratica", Bari 1970)
  3. [1] Sulla dicotomia tra mondo della morale e mondo naturale in Kant e nelle scienze biologiche, si veda quest'intervista a Giovanni Felice Azzone, compresa nella serie dell'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche
  4. Istituto Italiano per gli studi filosofici
  5. Enciclopedia Garzanti di Filosofia (1987) p.477
  6. L'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima, l'infinito
  7. avrebbe cioè il suo valore non in se stessa ma in una legge a lei estranea com'è in tutte le morali delle religioni rivelate

Bibliografia essenziale

  • Theodor W. Adorno: Probleme der Moralphilosophie. Frankfurt am Main 1996, ISBN 3-518-58225-9

(Adorno si occupa in questo corso di lezione del 1963 quasi esclusivamente della morale kantiana)

  • Allison, Henry E., Kant's Theory of Freedom, Cambridge: University Press, 1990.
  • B, Lewis W., A Commentary on Kant's Critique of Practical Reason, Chicago: University Press, 1960 [dt. 1974].
  • Gonnelli Filippo, Guida alla lettura della “Critica della ragion pratica” di Kant, (Guide ai classici, 6), Roma; Bari: Laterza, 1999.
  • O'Farrell Francis, Per leggere la Critica della Ragione pratica di Kant, Roma: PUG, 1990.

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