Critone

Da Esopedia, l'Enciclopedia dell'[[Ordine Martinista Antico e Tradizionale|O.M.A.T.]] per gli Iniziati.
Critone
Titolo originaleΚρίτων
Critone - c1.jpg
AutorePlatone
1ª ed. originaleIV sec. a.C.
Generedialogo
Lingua originaleErrore Lua in Modulo:String alla linea 892: attempt to call local 'str' (a table value).
AmbientazioneAtene
PersonaggiSocrate, Critone


Contenuto

I personaggi di questo dialogo sono Socrate e il suo amico e discepolo Critone.

La scena ha luogo dopo la condanna a morte di Socrate, accusato di empietà e corruzione di giovani.

Poiché la condanna non può essere eseguita subito, in quanto bisogna aspettare il ritorno della nave sacra da Delo, Critone si reca da Socrate nel carcere per cercare di dissuaderlo dall'accettare la sentenza e convincerlo invece a fuggire da Atene. Critone tenta di convincere Socrate a fuggire utilizzando il deterrente, terribile per la mentalità greca classica, della derisione popolare, della condanna morale da parte della folla: Critone prevede moltissime ingiurie nei confronti degli amici di Socrate, accusati di non averlo aiutato a fuggire, e lo accusa addirittura di sottrarsi alle proprie responsabilità, di abbandonare i propri doveri per ignavia o paura.

Socrate non viene certo meno ai suoi doveri, visto che la situazione per la sua famiglia non cambierebbe se lui scappasse, né i suoi amici verrebbero condannati; non fa altro che ribadire, in sostanza, quanto già detto nell'Apologia.

Critone non può che condividere il ragionamento che Socrate sviluppa nel dialogo, e quindi accettare la sua scelta di morire.


Interpretazione esoterica

La morte come trasformazione dall'Uomo Vecchio all'Uomo Nuovo

Socrate è stato condannato a morte. Platone dice:


- Critone: “I figli, o non bisogna farli, o bisogna faticarci, a tirarli su ed educarli: ma tu, mi sembra che stai scegliendo la strada più comoda! Invece, essendo uno che sostiene di voler coltivare la virtù per tutta la vita, dovresti fare la scelta che farebbe un uomo nobile e coraggioso. Come mi vergogno, per te e per noi tuoi amici, se penso al pericolo di far la figura di aver gestito tutta questa faccenda con un tantino di vigliaccheria!. […] Ebbene, abbandona questi timori: non è che chiedano tanto per salvarti portandoti via di qui, e poi non vedi come sono a buon mercato questi sicofanti? Neanche per loro ci vorrà molto... Le mie sostanze, che presumo sufficienti, sono a tua disposizione.”
- Socrate: “Unito a una corretta visione delle cose, Critone, il tuo zelo sarebbe anche apprezzabile: ma in caso contrario, quanto più è vivace e tanto più si fa fastidioso. È perciò opportuno esaminare se dobbiamo o no imbarcarci in questa impresa. […]
Sulla base di quanto abbiamo ammesso, esaminiamo ora se sia giusto o ingiusto che io cerchi di evadere senza il consenso degli Ateniesi; e se ci sembra giusto proviamoci, altrimenti lasciamo perdere. Quanto alle tue considerazioni su spesa, reputazione e crescita dei figli, c’è il serio pericolo, Critone, che siano speculazioni da gente che, come facilmente uccide, altrettanto facilmente riporterebbe anche in vita, se solo ne fosse capace: gente cioè, come i più, senza giudizio.”


Socrate, libero dalle catene e pronto a bere la cicuta che lo condurrà a morte certa, dice a Cebete che un uomo, anche sul punto di morire, deve fare le solite cose: prendersi cura di sé stessi, e della propria Anima. La contraddizione sembra implicita: come può un uomo prendersi cura di sé stesso e della propria anima se poi muore? E perché farlo fino alla fine, con ostinazione e determinazione?

La compassione di Socrate in questo punto si spinge ai limiti del sovrumano, sino ad essere contento di andare a morire. Questa Morte ha un significato molto più profondo, ed è quello di 'passaggio dall’Uomo Vecchio all’Uomo Nuovo, una morte non solo fisica ma anche metafisica. Il messaggio finale di Socrate è infatti quello di ascoltare candidi e puliti la propria Anima.

Socrate parla di questa “cura di sé stessi e della propria anima” come rispetto delle Leggi, che non sono solo le semplici regole di condotta di uno Stato, ma anche le Leggi metafisiche che permottono all’Anima di elevarsi sopra alla materia, che è il corpo. In un passo alla fine del dialogo del Critone (che si svolge all’alba) nella cella dove è rinchiuso Socrate, sono le Leggi stesse che parlano, a seguito dell’ipotesi di Critone di organizzare una fuga per Socrate:


“Ma da’ ascolto, Socrate, a noi che ti abbiamo allevato: non dare ai figli, alla vita, a null’altro più valore che a ciò che è giusto, affinché al tuo arrivo nell’Ade tu possa richiamare tutto ciò in tua difesa, presso coloro che lì comandano. […]
Se invece evadi così ignominiosamente, ricambiando offesa con offesa e male con male, trasgredendo i patti e gli accordi stretti con noi e facendo del male a chi meno dovresti (a te stesso, agli amici, alla patria, a noi), non solo ti attirerai finché vivi la nostra ostilità, ma anche le nostre sorelle laggiù, le leggi dell’Ade, non ti accoglieranno con benevolenza.”


Socrate sta dicendo che in vita bisogna riferirsi al Giusto, al Buono e al Bello, dando espansione al frammento divino dentro di noi, nell’Anima. Bisogna ascoltare l’Anima che parla, e non ascoltare le Sirene di Ulisse che sono intorno a noi (i piaceri del mondo, gli inganni, le lusinghe,…); è necessario mettersi in contatto con la propria natura più profonda.

Critone accusa Socrate di arrendesi alla morte e di non volersi far aiutare.


La Giustizia riflessa nel karma

Socrate richiama Critone ad una corretta visione delle cose: è il Giusto, colui che giustizia conosce, che bisogna seguire. Non solo non bisogna agire con ingiustizia, ma nemmeno contro ingiustizia, e subirla è comunque molto meglio che farla.

Chi sa subire un’ingiustizia ha capito infatti che tale ingiustizia, per quanto umanamente ingiusta possa sembrare, fa parte anch’essa dell’Amore divino, e si riflette nel karma.

Non bisogna mai fare del male o commettere un’ingiustizia per vendetta: è anche questo che ci dice il nostro Filosofo.

La Giustizia e l’Ingiustizia riflettono la Legge, che in nessun caso va trasgredita: noi siamo, infatti, nati e cresciuti sotto di Essa, e sarebbe ridicolo andarvi contro.

Rispettando la Legge, conoscendola e non trasgredendola si acquisisce la vera Sapienza.

Ciononostante nessuna Legge “pone ostacoli o vieta di andare con le proprie cose, dove gli pare”: ciò riflette il libero arbitrio umano, la capacità di scelta – limitata – di seguire le passioni o quella di dirigere l’Anima verso l’alto. Tale discorso vale a maggiore ragione per Socrate il filosofo, che, proprio perché tale, ha responsabilità accresciute nei confronti della comunità.

Il fulcro del discorso è questo:


- Socrate: “E se ci apparirà chiaro che di un’azione ingiusta si tratta, cerchiamo di non preoccuparci di dover morire o di subire qualsiasi altra pena (e restiamo con tranquillità al nostro posto), dandoci pensiero, piuttosto, di non commettere un’ingiustizia.
Diciamo che non bisogna commettere volontariamente ingiustizia in nessun caso, o per certi versi sì, e per certi altri no? O diciamo - e su questo punto ci siamo già trovati d’accordo, più d’una volta - che il commettere ingiustizia non è affatto cosa buona, né bella? Che tutte le conclusioni una volta raggiunte si siano in questi pochi giorni rimescolate, e tanto abbiamo indugiato nelle nostre appassionate discussioni, Critone, da non renderci conto che nulla ci distingueva, alla nostra età, da dei bambini? O piuttosto le cose stanno come si diceva allora: sia che la gente lo ammetta o no, sia che siamo costretti a sopportare sofferenze peggiori o più lievi di queste, in ogni caso commettere ingiustizia è, per chi lo fa, cosa brutta e turpe? Sì o no?”
- Critone: “Sì.”
- Socrate: “Dunque in nessun caso va commessa ingiustizia.”
- Critone: “Assolutamente no.”
- Socrate: “E dal momento che in nessun caso va commessa ingiustizia, neanche chi la subisca dovrà ricambiarla, come pensa la gente.”
- Critone: “Sembra proprio di no.”
- Socrate: “E ora, Critone, dimmi se il male bisogna farlo o no.”
- Critone: “Certo che no, Socrate.”
- Socrate: “E ora dimmi se è giusto o no che uno contraccambi un male subìto, come la gente pensa.”
- Critone: “In nessun caso.”
- Socrate: “In effetti, far del male a qualcuno è lo stesso che commettere ingiustizia.”


In nessun caso va commessa ingiustizia.

Socrate fa notare a Critone come non bisogna mai curarsi dell’opinione della gente, poiché la gente comune, è “ dormiente”, cioè non conosce.

Anche se c’è da tenere in considerazione che la gente non è in grado di fare i mali peggiori, poiché allora sarebbe in grado di fare anche il Bene migliore:


- Socrate: “Magari, Critone, la gente fosse capace di fare i mali peggiori! Sarebbe allora capace anche del più gran bene, e sarebbe bello. Ma non sono capaci né dell’una né dell’altra cosa, non sanno far diventare un uomo né saggio né stolto, e si muovono invece come capita. […]
Direi di prendere, per cominciare, il tuo argomento dell’opinione della gente. Avevamo o no ragione ad affermare ripetutamente che di alcune opinioni bisogna tener conto, di altre no? […] Ti soddisfa quest’affermazione che non tutte le opinioni umane sono apprezzabili, ma alcune sì e altre no, e non quelle di tutti ma di alcuni sì e di altri no? Che mi dici? Non è corretto?”
- Critone: “Lo è.”


Alla ricerca dell'alto Bene con l'opinione del Saggio

Per Socrate, infatti, la gente comune non può fare volontariamente il male, ma al tempo stesso deve scoprire come fare il Bene, e questa scoperta è la più grande Virtù.

L’uomo non si deve muovere come capita, ma il compito del filosofo – e di tutti – è quello di concentrarsi verso un alto scopo e seguirlo fino in fondo, senza distogliersi dal cammino, e utilizzando gli strumenti che la natura umana ci ha messo a disposizione.

Allo stesso modo, la vera opinione da tenere in conto è quella del saggio, l’unica che conta e che non porta alla rovina. Critone, infatti, esprime le sue perplessità nel seguente passo:


- Critone: “Ma tu vedi, Socrate, che dell’opinione della gente è pur necessario curarsi. Proprio la situazione in cui siamo dimostra che la gente è in grado di fare non poco male, per non dire il peggiore, a chi vede calunniato.”


Ma subito Platone, a confutarlo, ribatte:


- Socrate: “Ora dimmi come la mettevamo su quest’altro punto. Uno che si dedica specificatamente alla ginnastica fa attenzione all’elogio, al biasimo e all’opinione di chiunque o solamente di un medico o di un istruttore?”
- Critone: “Solamente di costui.”
- Socrate: “[…] Riguardo cioè al giusto e all’ingiusto, al brutto e al bello, al buono e al cattivo, su cui ora dobbiamo decidere, dobbiamo seguire e temere l’opinione della gente o di quell’unico - se c’è - che se ne intende, che bisogna riverire e temere più che tutti quanti gli altri? E se non daremo retta a lui, finiremo per corrompere e guastare quella parte di noi che per opera di ciò che è giusto diventa migliore, e con l’ingiusto si deteriora. È una sciocchezza, questa?”
- Critone: “Ti dò ragione, Socrate. […]”
- Socrate: “Ora, ci è mai possibile vivere con un corpo malandato e corrotto?”
- Critone: “Assolutamente no.”
- Socrate: “E ci sarebbe invece possibile vivere se fosse corrotta quella parte di noi che viene guastata dall’ingiusto, mentre dal giusto riceve giovamento? […]
Allora, carissimo, dovremo curarci di cosa dirà di noi non la gente, ma colui che di giusto e ingiusto se ne intende, lui solo, e la verità stessa. Quindi non è corretto, in primo luogo, questa tua proposta di curarci dell’opinione della gente sul giusto, il bello, il buono e i loro contrari.”


Abbiamo analizzato questo aspetto non solo per notare che la vera opinione che conta è quella di chi veramente conosce, ma anche per notare che l’uomo deve tendere verso il Bene e non verso il Male.

Egli non è in grado di fare i mali peggiori, ma è in grado di farne, comunque.

Socrate prima di morire sta rinchiuso in una prigione.

Per Socrate la prigione per eccellenza è il proprio corpo, che è da lui visto come la tomba dell’Anima. Non a caso in greco le due parole si somigliano: “soma” il corpo, è similare a “sema”, tomba, da intendersi come prigione dell’anima. La morte è per lui dunque una liberazione dalla propria prigione.

Socrate vuole morire perché deve rispettare le leggi di Atene e la condanna inflittagli da giudici, senza fuggire come invece propostogli dal discepolo Critone, suo fedelissimo e pronto a far di tutto per aiutarlo.


Le Leggi immutabili e divine

Se Socrate ha deciso di rimanere ad Atene, è perché credeva nelle sue leggi, le stesse leggi con cui egli stesso è stato educato, stipulando una sorta di “contratto” tra i cittadini e le leggi stesse.

Le Leggi cui si riferisce Socrate non sono però solo le leggi date da uomini per uomini, che comunque devono essere rispettate perché implicitamente accettate dai cittadini, ma anche Leggi immutabili di origine divina: la vera Legge non è quella che danno gli umani, i dormienti, ma la Legge di Dio.

Perciò quanto più la legge umana si avvicina a quella divina, tanto più essa va rispettata.

La Legge da cui Socrate non è fuggito non è solo quella formale umana, ma la sua legge interiore che più si avvicinava a quella divina in quanto filosofo, ovvero iniziato, e che gli imponeva coerenza, buona condotta, rispetto e diffusione del Bene tramite il suo comportamento:


- Socrate: “Ecco quel che ho da dire. O meglio, una domanda: se si concorda con qualcuno sulla giustezza di qualcosa, la si dovrà fare o evitare?”
- Critone: “La si dovrà fare.”
- Socrate: “Stai bene attento, allora, a quel che ne consegue. Allontanandoci da qui senza previo consenso della città facciamo del male a qualcuno, e proprio a chi meno dovremmo, oppure no? E rimaniamo fedeli ai principi che avevamo riconosciuto giusti, oppure no?”
- Critone: “Alla tua domanda, Socrate, non so rispondere: non capisco.”
- Socrate: “Prova, allora, a metterla così. Poniamo che mentre siamo lì lì per fuggire di qui (o comunque vogliamo chiamare questa cosa) venissero le leggi e la città tutta, si piazzassero davanti a noi e ci chiedessero: ‘Dimmi, Socrate, che cosa hai in mente di fare? Quale può essere il tuo intento, con questo gesto, se non di fare quanto ti è possibile per distruggere noi, le leggi, e la città intera?... O pensi che possa sopravvivere, e non essere sovvertita, una città in cui le sentenze pronunciate non hanno efficacia, e possono essere invalidate e annullate da privati cittadini? […]
‘Ora, Socrate’ potrebbero soggiungere le leggi ‘giudica se è davvero ingiusto, come andiamo affermando, il trattamento che ci riservi in questo momento. Noi infatti ti abbiamo messo al mondo, e allevato, ed educato, e abbiamo distribuito fra te e i tuoi concittadini tutti i beni di cui disponevamo: e purtuttavia dichiariamo subito, col darne il permesso a ogni ateniese che lo desideri, che se, raggiunta la condizione di cittadino e osservando come vanno le cose nella città e noi, le leggi, non ci trova di suo gradimento, può benissimo prendere le sue cose e andare dove preferisce. E nessuna di noi leggi pone ostacoli o vieta di andare con le proprie cose, dove gli pare […]
E soggiungerebbero: ‘Così tu non fai che violare i patti, gli accordi fatti con noi: non vi avevi consentito perché costretto, o ingannato, e un bel po’ di tempo hai avuto, per pensarci su: in settant’anni avresti ben avuto modo di partirtene se noi non ti andavamo bene, o se non trovavi giusti i nostri accordi.’[…]
Allora lasciamo perdere, Critone: e scegliamo questa via, visto che ce la addita la divinità.


Edizioni

  • Giovanni Reale (a cura di), Platone - Tutti gli scritti, Prima edizione, Bompiani, 2000.

Vedi anche

Ebook

Collegamenti esterni

Versione integrale del testo in pdf

Filosofia Portale Filosofia: accedi alle voci di Esopedia che trattano di Filosofia