Fedone

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Fedone
Titolo originaleΦαίδων
Altri titoliSull'anima
Chodowiecki Socrates.jpg
D.N. Chodowiecki, Morte di Socrate (XVIII-XIX secolo)
AutorePlatone
1ª ed. originaleIV secolo a.C.
Generedialogo
Lingua originaleErrore Lua in Modulo:String alla linea 892: attempt to call local 'str' (a table value).
PersonaggiSocrate, Fedone, Echecrate, Critone, Simmia, Cebète, il messo degli Undici, il carceriere, vari altri discepoli socratici
SerieDialoghi platonici, I tetralogia

Il Fedone (Φαίδων) è uno dei più celebri dialoghi di Platone. Ultimo dialogo della prima tetralogia di Trasillo, sembrerebbe un dialogo giovanile del filosofo, anche in considerazione del contesto in cui si svolge (la morte di Socrate).

Lo studio stilistico dell'opera, tuttavia, più narrativa che dialogica, motiva alcuni studiosi ad assegnare l'opera al periodo della maturità.[1]

L’accordo sulla datazione (386-385 a.C.) dipenderebbe principalmente da due elementi: il forte condizionamento pitagorico della discussione, che fa pensare a una composizione prossima al primo viaggio siciliano e ai contatti con la comunità pitagorica di Archita da Taranto, ma anche l’assenza di esplicite intenzioni pedagogiche che spinge a ritenere il dialogo precedente alla fondazione dell’Accademia.

Ma già Diogene Laerzio cita un aneddoto (inventato ma significativo) che durante la prima lettura del Fedone, l'uditorio composto da concittadini ateniesi abituati ai dialoghi socratici (Logoi Sokratikoi, genere letterario sorto dopo la morte di Socrate ad opera dei tanti discepoli) abbandonò il luogo della lettura (non riconoscendo il personaggio), finché ad ascoltare fino alla fine non rimase che un meteco: Aristotele.


Contenuto

Argomento centrale è l'immortalità dell'anima, in sostegno della quale Platone porta quattro diverse argomentazioni: la palingenesi, la dottrina della reminiscenza (più dettagliatamente esposta nel Menone), la differenza sostanziale fra l'anima e il corpo e la constatazione che l'idea della morte non può risiedere nell'anima, che è partecipe invece dell'idea della vita.

Giovanni Reale, nella raccolta da lui curata dell’Opera Omnia platonica, evidenzia: «Platone non presenta in questi dialoghi un documento storico, ma mette in bocca a Socrate le proprie convinzioni metafisiche e fornisce la grandiosa dimostrazione del mondo intelligibile delle Idee e dell'essere metasensibile».[2]

Nel dialogo, Echecrate, membro della scuola pitagorica di Fliunte, chiede a Fedone di narrare a lui e ai suoi allievi le ultime ore di Socrate, poiché le notizie giunte da Atene al riguardo sono poche e vaghe. Fedone, presente al momento dell'esecuzione, accetta di buon grado, e inizia a narrare ciò che accadde quel giorno, riportando i discorsi intrattenuti da Socrate con i due filosofi tebani Simmia e Cebète.

Dopo un mese di prigionia,[3] è infine giunto per Socrate il giorno dell'esecuzione, momento per lungo tempo rimandato, poiché dovevano far ritorno le navi che ogni anno venivano mandate a Delo in onore di Apollo, per ringraziarlo di aver aiutato Teseo a liberare Atene dal pericolo del Minotauro.

Il dialogo di Platone è l’unica fonte che riporta notizie circa questa legenda attraverso le parole di Fedone, e solitamente il viaggio aveva la durata di un mese. E' per questo che Socrate dovette attendere un mese prima che la condanna venisse eseguita.[4]

Appresa la notizia dal messo degli Undici, Critone, Fedone e gli altri allievi della cerchia socratica si riuniscono attorno al maestro in carcere, per passare insieme a lui le ultime ore. Scena emblematica a cui si trovano di fronte è la tranquillità d'animo del filosofo, il quale - dietro invito di Apollo, apparsogli in sogno - ha iniziato a comporre poesie, mettendo in musica i propri insegnamenti (60d-61c).


Interpretazione esoterica

Derivazione dall'orfismo

La premessa per capire bene ciò che scrive Platone nel Fedone riguarda il culto orfico, un culto di derivazione dionisiaca, cioè che aveva ad oggetto il dio greco Dioniso.

Secondo il culto orfico la Natura primordiale era caotica e unica, non duale, dove “cielo e terra, e luce e tenebre” non erano separati. La separazione dualistica fra Cielo e Terra avverrà successivamente: con tale visione dualistica si introduce nell’orfismo anche la sanzione corrispondente alle idee di Bene e di Male.


Tre sono le essenze primordiali:

  • il Principio della Vita;
  • il Tempo
  • la Materia

L’ordinamento del mondo avviene attraverso la lotta tra Chronos (Tempo) e Ophioneus (principio del Caos).

Per quanto riguarda il mondo materiale, questo è illusorio (si veda la concezione hindù di maya), ed è qualcosa di separato e di diverso dall’esistenza originaria.

Lo scopo dell’orfismo era quello di liberarsi dal ciclo delle rinascite (si veda anche samsara, karma, Liberazione e Nirvana), e liberare così la scintilla divina dalla scorza impura dell’Uomo, la cui anima deve scontare i peccati in questo mondo.


L’idea del “corpo” = “tomba” rappresenta bene la prigione in cui l’anima è rinchiusa.

Socrate dice:


“Veramente la cosa, così com’è, può anche sembrare irragionevole, eppure, una sua logica ce l’ha. A questo proposito c’è una frase nei Misteri che dice: ‘In una sorta di prigione siamo rinchiusi noi uomini, e non è lecito liberarsi da soli, né evaderne.’
Una frase, per me, tanto profonda quanto oscura. Ma una cosa tuttavia è chiara, Cebete, che cioè gli dei si prendono cura di noi e, noi uomini, siamo un po’ come un loro possesso. Non ti pare?”


Platone non era un orfico, ma, come molti filosofi del suo tempo, ne fu influenzato.

In realtà nella Grecia antica si registra progressivamente uno spostamento dal culto orfico dionisiaco a quello solare verso il dio Apollo (culto apollineo) e verso i Misteri eleusini.


La tensione dualistica nella vita terrena

“Socrate, intanto, che s’era seduto sul letto, piegando una gamba, cominciò a grattarsela a lungo: ‘Che strana cosa, amici, sembra quella che gli uomini chiamano piacere. E che straordinario rapporto tra questo e il suo contrario, cioè il dolore. E pensare che essi convivono nell’uomo e pur si respingono sempre e chi cerca e riesce a cogliere l’uno, si vede costretto, sempre, a sobbarcarsi anche l’altro come se, pur essendo due, fossero attaccati entrambi a uno stesso capo.’
‘Credo,’ soggiunse, ‘che se Esopo ci avesse pensato su ne avrebbe fatto una favola presso a poco così: ‘Dio, volendo riconciliare questi due, sempre in guerra tra loro e non riuscendovi, li legò insieme per la testa così che dove va l’uno va anche l’altro.’ È quello che è capitato a me: per la catena, qui, alla gamba, poco fa, io sentivo dolore; ed ecco che ora sento piacere’.”


Socrate ci sta dicendo che tutta la vita è permeata di contrari: conviviamo in questo mondo con gli opposti.

Ciò ci fa intuire che conviviamo anche con una perenne situazione di tensione, di “guerra” fra contrari, dove nulla può essere perfetto.

Questa tensione materiale del mondo terreno, può tendere all’Unità: il Desiderio di riunirsi alla divinità fa intuire che se ci si può riunire, e allora si è già immortali, perché qualcosa di mortale non può altrimenti riunirsi a qualcosa di immortale.


Dice Socrate che da una cosa nasce il suo contrario per mezzo di una trasformazione graduale: dalla vita nasce la morte, e dalla morte la vita.

La morte è solo una trasformazione e permette all’anima l’accumulo di esperienze.

Ecco i passi nell'opera di Platone:


“Ecco perché non mi rattristo, come gli altri, al pensiero di morire ma, anzi, mi consola la speranza che al di là della morte, come da tempo si afferma, qualcosa ci sia e assai migliore per i buoni che per i malvagi […] Ma a voi, come se foste miei giudici, voglio esporre le mie ragioni e dirvi perché io credo che un uomo che abbia dedicato tutta la sua vita alla filosofia, quand’è sul punto di morire, non ha alcun timore, ma, anzi, una legittima speranza di ottenere, nell’al di là, premi grandissimi. Come questo sia vero, miei cari, cercherò di dimostrarvelo.”
- “Orbene, a nostro avviso, la morte è qualcosa?” […]
- “E che altro è se non separazione dell’anima dal corpo? E il morire cos’è se non un distinguersi del corpo dall’anima, un isolarsi in sé, un separarsi dall’anima e, questa, a sua volta, dal corpo? Che altro è la morte se non questo?” […]
- “Guarda, ora, mio caro, se sei d’accordo con me, perché questo è importante per comprendere meglio quello di cui discutiamo. Ti pare che un vero filosofo possa curarsi di piaceri come quelli del mangiare e del bere?”
- “E degli altri piaceri del corpo, come, per esempio, bei vestiti, scarpe di marca, altri ornamenti del genere, tu credi che il filosofo li tenga in gran conto e, comunque, più di quanto la necessità lo richieda? […] Non è chiaro, tanto per cominciare, che, in tutto questo, il filosofo cerca di liberare, per quanto possibile, l’anima da ogni influenza del corpo, riuscendovi assai meglio degli altri?”
“Se ciascun essere nasce in questo modo, cioè dal suo contrario (laddove, ovviamente, esiste una tale antitesi), per esempio, il bello dal brutto, che è il suo contrario, il giusto dall’ingiusto e così via di seguito. In conclusione, dobbiamo esaminare se ogni cosa che ha un suo contrario, non nasca necessariamente da esso. Per esempio, quando una cosa diventa più grande, non è forse divenuta tale da piccola che era prima?”
“E quando una cosa diviene più piccola, non diventa tale da più grande che era prima?”
“Per lo stesso motivo, quindi, dal più forte non nasce il più debole e dal più lento il più veloce?”


Dalla Vita nasce la Morte e dalla Morte la Vita

La morte è una trasformazione, e la trasformazione riguarda tutte le “forme”, le cose materiali; sarebbe meglio dire tutte le cose composte.

Ciò che invece è immutabile e invisibile sono le cose non composte, immutabili ed eterne, che non si decompongono né si trasformano, le cosiddette Essenze delle cose, invisibili ma indistruttibili.


L’anima è una di queste. L’anima è invisibile perché diversa dal corpo, che invece appartiene agli enti visibili.

Socrate ci dice che non bisogna annullare i sensi, ma metterli in secondo piano rispetto alla ragione, che li deve dominare: per avvicinarsi il più possibile alla Conoscenza in purezza bisogna essere contaminati il meno possibile dalla natura sensibile, che è ingannevole.


“E per quanto riguarda l’acquisto della sapienza, pensi che il corpo possa essere d’impedimento se noi ne chiediamo il concorso? Voglio dire questo, cioè: la vista o l’udito danno agli uomini la certezza assoluta oppure, come ci dicono i poeti, noi nulla vediamo e nulla udiamo con precisione? E se questi sensi non sono né sicuri, né adeguati, noi non possiamo fare affidamento sugli altri che, in effetti, sono ancora più approssimativi e difettosi, non credi?”

Allo stesso modo, ad un corpo che ha la Vita occorre l’Anima, e se l’anima entra sempre in qualcosa che ha vita, la Morte non coinvolge l’Anima, ma solo la forma.


- “E allora rispondi a questo: che cosa occorre perché un corpo sia vivo?”
- “L’anima penso,” rispose.
- “L’anima allora, in qualunque cosa entri, porta sempre la vita?”
- “Sì, certamente.”
- “E c’è il contrario della vita o no”
- “Sicuro che c’è,” disse.
- “E cos’è?”
- “La morte.”
- “Ma, allora, l’anima è immortale.”
- “Sì, immortale.”
- “Ma, ora, tornando all’immortale, se siamo d’accordo che esso è indistruttibile, l’anima oltre ad essere immortale sarà anche indistruttibile.”


Vediamo che per Platone la trasformazione e il passaggio tra vita, morte e Nuova Vita non è immediato e repentino, ma è un processo:


- “Però c’è un fatto che tra due contrari c’è qualcosa di intermedio, come un duplice processo generativo che va da un estremo all’altro e viceversa. Prendiamo una cosa più grande e una più piccola: tra le due non c’è, rispettivamente, un processo di crescita e di decrescita per cui noi diciamo che l’una cresce e l’altra diminuisce?
E allora? C’è qualcosa di contrario alla vita, come alla veglia c’è il sonno?
E questi due stati non si generano l’uno dall’altro, poiché sono reciprocamente contrari ed essendo due, non è anche duplice il loro processo generativo?
Dimmi ora tu, riguardo alla vita e alla morte. Non convieni che la vita è il contrario della morte?
- “Io sì.”
- “E che l’una si genera dall’altra?”
- “Sì.”
- “Che cosa nasce dunque dalla vita?”
- “La morte.”
- “E dalla morte?”, incalzò Socrate.
- “Ah, bisogna convenire,” ammise, “che nasce la vita.”


- “E allora, vediamo un po’ che succede,” riprese Socrate. “Noi diciamo, senza alcun dubbio, che vi è l’eguale, non voglio dire nel senso di un pezzo di legno che è eguale a un altro pezzo di legno o di una pietra eguale a un’altra e così via, ma alludo a qualcosa che è all’infuori di tutti questi oggetti eguali, diversa, cioè all’Eguale in sé. Dobbiamo dire che esiste o no?”
- “Certo che dobbiamo affermarlo, per dio,” disse Simmia. […]
- “E noi, quindi, non siamo d’accordo che se uno, vedendo una cosa pensa: ‘quest’oggetto che io ora vedo, tende ad essere simile a un’altra realtà, ma non riesce a conformarvici per una sua imperfezione, anzi ne resta inferiore’; non siamo d’accordo che per pensare così, indubbiamente, è necessario che abbia conosciuto prima questa realtà cui egli fa assomigliare il suo oggetto per quanto difettoso?”


Ora inizia il processo conoscitivo: come conoscere la realtà delle cose e non la finzione della Forma? Come conoscere l’essenza della Nuova Vita e non rimanere ancorati alla vita vecchia prima della morte?


L'anima razionale è superiore alla parte sensibile e concupiscibile

“Quand’è, dunque, che l’anima coglie la verità? Evidente che, quando essa si accinge a considerare qualche questione e lo fa con l’aiuto dei sensi, cade in inganno.
E allora, non è attraverso l’attività razionale, più che con ogni altra, che l’anima coglie in pieno la verità del reale?'
E, senza dubbio, l’anima esplica questa sua attività quando nessun turbamento, da parte dei sensi, venga a distoglierla, né la vista, né l’udito, né il dolore o il piacere; solo quando resta tutta isolata e raccolta in sé, trascurando il corpo, staccandosi completamente da esso, senza più alcun contatto, essa può cogliere la verità.
Non è quindi per questo che l’anima del filosofo disprezza il corpo e lo fugge e, d’altra parte, desidera isolarsi in se stessa?”


L’attività razionale deve prevalere sui sensi. Ma che cosa significa? Ecco il significato profondo di questa asserzione:


“Esiste come un sentiero che ci porta nella direzione giusta, ma fino a che avremo un corpo e la nostra anima sarà confusa a una simile bruttura, noi non giungeremo mai a possedere ciò che desideriamo, che è, poi, quello che noi chiamiamo verità.
E non solo il nostro corpo ci procura infiniti fastidi, per il fatto stesso che, ovviamente, dobbiamo nutrirlo, ma quando si ammala, sorgono sempre nuovi impedimenti che ci distolgono dalla nostra ricerca della verità; e, poi, ancora, amori, desideri, timori, visioni fallaci d’ogni genere, vanità innumerevoli, non fanno che frastornarci (è la parola giusta) così che, fino a quando siamo in sua balia, non possiamo concentrarci su nulla.”
“Dunque, è chiaro che se vogliamo giungere alla pura conoscenza di qualche cosa, dobbiamo staccarci dal corpo e contemplare con la sola anima le cose in sé. Soltanto allora, a quel che sembra, noi avremo ciò che desideriamo e che dichiariamo di amare: la sapienza, ma dopo che saremo morti e non certo da vivi, come tutto questo discorso vuol dimostrare.
Se, infatti, non ci è possibile conoscere nulla nella sua purezza, perché siamo legati al corpo, due sono le cose: o in nessun modo ci è dato acquistare il sapere o esso ci sarà concesso solo dopo morti, perché soltanto allora l’anima sarà libera dal corpo e tutta sola con se stessa, prima no.


La vera contemplazione e conoscenza della Realtà avviene solo quando ci si è staccati completamente dal corpo, e si è morti:


“E questa purificazione non la si raggiunge, come dice anche l’antica tradizione, separando, più che sia possibile, l’anima dal corpo, esercitandola a restarne staccata, tutta in sé raccolta, nella presente come nella vita futura, libera dal corpo che è il suo carcere?”

Dunque, prima di tutto, stiamo attenti che in noi non si insinui la convinzione che ogni tesi sia falsa, ma che, piuttosto, non ci sia proprio in noi qualcosa che non va. Comportiamoci virilmente quindi e cerchiamo di vederci chiaro.


L'immortalità dell'anima

E se esistono due realtà, una visibile ed una invisibile, quella più Vera è proprio quella invisibile, che è frutto di sedimentazioni, di trasformazioni e miglioramenti:


- “Che cioè l’anima di ogni uomo quando prova un dolore o un piacere intenso per qualche cosa, crede che ciò che le produce questa intensa emozione, sia l’unica realtà, vera ed evidente, mentre non lo è affatto. Si tratta, invece, solo della realtà visibile. Non è forse così?”
- “Sicuro.”
“Ebbene, tutte queste cose tu le puoi vedere, toccare, percepire con i sensi, mentre quelle immutabili non puoi coglierle se non attraverso il pensiero e la meditazione. Non si sottraggono, forse, alla nostra vista, non sono esse invisibili? […]
E allora, vuoi che ammettiamo due realtà, una visibile e l’altra invisibile?
E che quella invisibile resta sempre immutabile, mentre la visibile mai?”
- “E dimmi”, continuò Socrate, “noi non siam fatti, per una parte, di corpo e per l’altra, di anima? “E a quale delle due realtà credi che, per natura, il corpo sia più affine?”
- “È chiaro a tutti,” rispose, “che è più affine a quella visibile.”
- “E l’anima? Alla visibile o all’invisibile?”
- “A quest’ultima, Socrate, almeno per l’uomo […]”
- “Quindi l’anima somiglia, più del corpo, alla realtà invisibile e il corpo a quella visibile. […]
E allora, Cebete, vedi un po’ se da tutto questo che si è detto, possiamo concludere che l’anima è simile a ciò che è divino, immortale, intelligibile, uniforme, indissolubile, mentre il corpo è simile all’umano, al mortale, all’inintelligibile, al multiforme, al dissolubile, insomma a ciò che non è mai eguale a se stesso.


Note

  1. L. Brandwood, Stylometry and chronology, in The Cambridge Companion to Plato, edited by R. Kraut, Cambridge 1992, p. 109, 115.
  2. Platone, Tutti gli scritti, a ura di G. Reale, Bompiani, Milano 2008, p. 123-4, nota 19.
  3. Socrate rimase in carcere trenta giorni. Cfr. Senofonte, Memorabili IV.8.2.
  4. Il Fedone con introduzione e note di Nilo Casini, Le Monnier, Firenze 1987, p.5


Edizioni

  • Giovanni Reale (a cura di), Platone - Tutti gli scritti, Prima edizione, Bompiani, 2000.

Voci correlate


Collegamenti esterni

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