Fedro (dialogo)

Da Esopedia, l'Enciclopedia dell'[[Ordine Martinista Antico e Tradizionale|O.M.A.T.]] per gli Iniziati.
Fedro
Titolo originaleΦαῖδρος
Altri titoliSull'amore
Papyrus of Plato Phaedrus.jpg
Frammento papiraceo del Fedro (II secolo d.C.)
AutorePlatone
1ª ed. originaleIV secolo a.C.
Generedialogo
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PersonaggiSocrate e Fedro
SerieDialoghi platonici, III tetralogia

Il dialogo platonico Fedro è posteriore alla Repubblica, a cui viene fatto riferimento nell'opera, e presenta notevoli affinità tematiche con il Simposio. La sua stesura può essere ricompresa nell'ultima fase della produzione platonica. I personaggi presenti fanno propendere per un'ambientazione immaginata tra il 420 e il 410 a.C. [1]


Struttura e tematica dell'opera

Platone in un ritratto conservato all'Altes Museum di Berlino

Il dialogo riguarda l'uso e il valore della retorica in connessione con l'educazione e la filosofia: sullo sfondo, a fornire il fondamentale inquadramento concettuale, permane il sistema delle idee e il metodo corretto per pervenire alla conoscenza della Verità e per comunicarla. Fedro, un giovane ateniese appassionato dell'arte del discorso, incontra Socrate e con lui inizia a discorrere di retorica, mentre i due si recano fuori di Atene, nella valle dell'Ilisso, a est della città. Il luogo offre a Platone lo spunto per produrre una delle descrizioni ambientali più belle di tutta la letteratura greca.

In questo scenario di grande tranquillità e bellezza, Fedro racconta a Socrate di aver appena ascoltato un discorso, di cui ha la copia con sé, che l'oratore Lisia ha composto sull'Amore, in particolare sull'opportunità di concedere i propri favori a chi non è innamorato, piuttosto che a chi lo sia. Socrate ascolta il discorso lisiano che Fedro legge e lo trova apprezzabile dal punto di vista della tecnica oratoria, ma scorretto nei presupposti metodologici e la tecnica perde di valore se non è sorretta dalla saggezza del pensiero.

Socrate, a capo coperto, compone quindi un suo discorso su eros, assumendo lo stesso punto di vista di Lisia, ossia su quanto sia preferibile concedersi a chi non è innamorato, ma partendo da una base filosofica che a Lisia mancava, consistente nella preliminare distinzione tra ciò che è Bene e ciò che procura piacere. I tipi di rapporti presi in considerazione sono in gran parte quelli tra un giovane e un uomo dell'alta società, che fungeva da suo precettore e lo avviava alla vita sociale. Si tratta di relazioni comunemente approvate all'epoca, nell'ambito dei codici taciti della Pederastia.

L'Amore di cui Socrate tratta in questo discorso sul modello lisiano costituisce solo uno degli aspetti di eros, la mania umana tendente al piacere. L'intento del filosofo, tuttavia, non è quello di contrapporsi a Lisia sul suo stesso piano: egli ha composto il discorso sull'amore umano, che tende al piacere e che trova maggior soddisfazione e interesse nel concedersi a chi non è innamorato, solo per dimostrare come, dal punto di vista tecnico, si possa elaborare una forma retorica migliore, corretta per deduzione di principi e densa di significato.

Ma non è questo aspetto di eros che può interessare chi tenda alla vera conoscenza. È necessaria, dunque, una palinodia, ossia un nuovo canto in onore di eros, che ne sviluppi ed esponga la vera essenza.


Il dialogo presenta, a questo punto, un terzo discorso, che costituisce il nucleo filosofico dell'opera e si iscrive nella metafisica delle idee che Platone andava disegnando nelle sue opere, ma che soprattutto esponeva e approfondiva nelle lezioni orali all'interno dell'Accademia.


Interpretazione esoterica

Fedro è un uomo ancor giovane, irrequieto, amante dell’arte dei discorsi, entusiasta e in cerca del meglio. Con la sua apertura di spirito riesce a capire il messaggio di Socrate e il suo invito alla filosofia.

Questione fondamentale è quella che riguarda la critica della scrittura contenuta nel mito di Thoth: attraverso l’uso della scrittura non si acquista la saggezza ma solo l’apparenza e la presunzione della saggezza.

Qualsiasi scritto ha la grave carenza di dire sempre e soltanto la medesima cosa, di non poter rispondere alle domande e di aver bisogno dell’aiuto dell’autore per difendersi; nessun pensiero scritto è degno di essere preso troppo sul serio.

Ora, di primo acchitto queste argomentazioni possono apparire sconcertanti, perché potrebbero mettere in crisi tutta l’opera scritta di Platone. Si deve però dire subito che Platone non critica la necessità e l’importanza dello scrivere in generale, ma si limita a dire che il Filosofo non deve mettere per iscritto le cose di maggior valore:


- Socrate: “Rimane la questione della convenienza e della non convenienza della scrittura, quando essa vada bene e quando invece sia sconveniente. O no?”
- Fedro: “Sì.”
- Socrate: “Sai allora come, nell’ambito dei discorsi, potrai acquistarti il massimo favore di un dio con le tue azioni e le tue parole?”
- Fedro: “Per niente. E tu?”
- Socrate: “Io posso raccontarti una storia tramandata dagli antichi; il vero essi lo sanno. E se noi lo trovassimo da soli, ci importerebbe ancora qualcosa delle opinioni degli uomini?”
- Fedro: “Hai fatto una domanda ridicola! Ma racconta ciò che dici di aver udito.”
- Socrate: “Ho sentito dunque raccontare che presso Naucrati, in Egitto, c’era uno degli antichi dèi del luogo, al quale era sacro l’uccello che chiamano ibis; il nome della divinità era Theuth. Questi inventò dapprima i numeri, il calcolo, la geometria e l’astronomia, poi il gioco della scacchiera e dei dadi, infine anche la scrittura. Re di tutto l’Egitto era allora Thamus e abitava nella grande città della regione superiore che i Greci chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano il suo dio Ammone.
Theuth, recatosi dal re, gli mostrò le sue arti e disse che dovevano essere trasmesse agli altri Egizi; Thamus gli chiese quale fosse l’utilità di ciascuna di esse, e mentre Theuth le passava in rassegna, a seconda che gli sembrasse parlare bene oppure no, ora disapprovava, ora lodava. Molti, a quanto si racconta, furono i pareri che Thamus espresse nell’uno e nell’altro senso a Theuth su ciascuna arte, e sarebbe troppo lungo ripercorrerli; quando poi fu alla scrittura, Theuth disse: ‘Questa conoscenza, o re, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare, poiché con essa è stato trovato il farmaco della memoria e della sapienza’.
Allora il re rispose: ‘Ingegnosissimo Theuth, c’è chi sa partorire le arti e chi sa giudicare quale danno o quale vantaggio sono destinate ad arrecare a chi intende servirsene. Ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di quello che essa vale. Questa scoperta infatti, per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell’anima di coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da se stessi; perciò tu hai scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità: ascoltando per tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché sono divenuti portatori di opinione anziché sapienti’. […]
- Socrate: “Allora chi crede di tramandare un’arte con la scrittura, e chi a sua volta la riceve nella convinzione che dalla scrittura deriverà qualcosa di chiaro e di saldo, dev’essere ricolmo di molta ingenuità e ignorare realmente il vaticinio di Ammone, se pensa che i discorsi scritti siano qualcosa in più del riportare alla memoria di chi già sa ciò su cui verte lo scritto.”
- Fedro: “Giustissimo.”
- Socrate: “Poiché la scrittura, Fedro, ha questo di potente, e, per la verità, di simile alla pittura. Le creazioni della pittura ti stanno di fronte come cose vive, ma se tu rivolgi loro qualche domanda, restano in venerando silenzio.


In Platone lo sfondo più adatto per la critica della scrittura viene delineato nei dialoghi stessi, i quali lasciano intravedere come l’uso della scrittura può rimanere indietro rispetto alle aspettative che erano state riposte in essa.

Nel Fedro, il personaggio da cui il dialogo prende il titolo, viene raffigurato come un ammiratore entusiasta degli scritti. La scrittura viene sopravvalutata fin dal tempo di Thoth, il dio egizio che la inventò. Presa di per sé, essa è sterile, e non produce un’autentica comprensione, bensì una conoscenza superficiale di molte cose; inoltre, ripete il proprio annuncio con le stesse parole, senza poter rispondere alle domande.


Platone non reputa augurabile il rendere accessibile a chiunque e in modo indiscriminato le proprie convinzioni filosofiche. Se chi riceve fosse inadatto, incomberebbe il pericolo di un fraintendimento, e dal fraintendimento potrebbero derivare un’ostilità e un disprezzo ingiustificati verso la filosofia. Per questo motivo il sapiente deve preoccuparsi di tenere sotto controllo ciò che dice e a chi lo dice: egli deve e può scegliere la persona cui rivolgersi, e può stabilire di parlare o di tacere.

Nel Fedro leggiamo che una mancanza essenziale della scrittura è data dal fatto di non essere in grado di portare soccorso a sé medesima in caso di attacco.

Allo stesso tempo, non tutti gli autori di scritti sono in grado di soccorrere oralmente i propri scritti.

Solo il Filosofo se ne mostrerebbe capace: il soccorso agli scritti deve essere pertanto Filosofico, con la “F” maiuscola. Questo soccorso platonico non è da intendere come chiarimento del proprio pensiero.

L’essenza del soccorso platonico, al contrario, consiste nel trascendere il pensiero originario:


“Chi invece ritiene che nel discorso scritto su qualsiasi argomento vi sia necessariamente molto gioco e che nessun discorso con pregio di grande serietà sia mai stato scritto né in versi né in prosa, ma che i migliori di essi siano realmente un mezzo per aiutare la memoria di chi già conosce l’argomento, e ritiene che solo nei discorsi sul giusto, sul bello e sul bene, pronunciati come insegnamento allo scopo di far apprendere e scritti realmente nell’anima, vi sia chiarezza, compiutezza e pregio di serietà.”


La scrittura non aiuta la memoria, ma produce dimenticanza, perché non si memorizzano più le cose dall’interno attraverso un processo di interiorizzazione, ma le si leggono dall’esterno.

La non interiorizzazione delle cose è mera erudizione, cioè apparenza di sapienza.

La scrittura è utile senz’altro per la trasmissione dell’informazione, ma non aiuta né la memorizzazione, né l’associazione di idee, né lo sviluppo del sapere in maniera collettiva tipico delle culture orali.

Perciò, lo scritto è qualcosa di impersonale e non realmente condivisibile, oltre che manipolabile rispetto al senso originario dell’autore.


L'auriga: la duplice tendenza dell'anima

Il Fedro parla dell’anima, intesa anche come strumento funzionale.

Originariamente l’anima era presso gli dei e viveva al seguito degli dei una vita divina; successivamente è caduta in un corpo sulla terra per una colpa.

L’immagine di Platone è bellissima: l’anima è come un auriga alata tirato da due cavalli.

I due cavalli delle anime degli uomini sono di razza diversa: uno è buono, l’altro cattivo, e la guida risulta difficile. L’auriga simboleggia la ragione, i due cavalli le parti non logiche dell’anima.

Le anime procedono al seguito degli dei, volando per le strade del cielo, e la loro mèta è quella di arrivare sino alla sommità del cielo per contemplare ciò che sta al di là del cielo, uno spazio che Platone chiama Iperuranio o mondo delle Idee, “la pianura della verità”.

A differenza delle anime divine, per le nostre anime è dura impresa il poter contemplare l’Essere che è al di là del cielo, e il poter pascersi nella “pianura della Verità”, soprattutto a causa del cavallo di razza cattiva, che tira in basso. Così avviene che alcune anime riescono a vedere l’Essere, o almeno una parte di esso, e per questo motivo continuano a vivere con gli dei. Invece altre anime non riescono a giungere alla “pianura della Verità”: si ammassano, fanno ressa, e, non riuscendo a salire l’erta che porta alla sommità del cielo, si scontrano e si calpestano; nasce una zuffa, in cui le ali si spezzano, e, fattesi per conseguenza pesanti, queste anime precipitano sulla terra.


La struttura dell’anima varia quindi a seconda del veicolo con cui si trova a “convivere”: essa come parte razionale guida il Carro e deve comandare la tensione tra la parte irascibile e la ancor più disordinata parte concupiscibile.

Leggiamo le parole del Filosofo:


“Occorre poi tenere presente che in ciascuno di noi ci sono due princìpi che ci governano e ci guidano, e che noi seguiamo dove essi ci guidano: l’uno, innato, è il desiderio dei piaceri, l’altro è un’opinione acquisita che aspira al sommo bene.
Talvolta questi due princìpi dentro di noi si trovano d’accordo, talvolta invece sono in disaccordo; talvolta prevale l’uno, talvolta l’altro.
Pertanto, quando l’opinione guida con il ragionamento al sommo bene e prevale, la sua vittoria ha il nome di temperanza; mentre se il desiderio trascina fuori di ragione verso i piaceri e domina in noi, il suo dominio viene chiamato dissolutezza. La dissolutezza ha molti nomi, dato che è composta di molte membra e molte parti; e quella che tra queste forme si distingue conferisce a chi la possiede il soprannome derivato da essa, che non è né bello né meritevole da acquistarsi.
Il desiderio relativo al cibo, che prevale sulla ragione del bene migliore e sugli altri desideri, è chiamato ingordigia e farà sì che chi lo possiede venga chiamato con lo stesso nome; quello che tiranneggia nell’ubriachezza e conduce in tale stato chi lo possiede, è chiaro quale epiteto gli toccherà; così, anche per gli altri nomi fratelli di questi che designano desideri fratelli, a seconda di quello che via via signoreggia, è ben evidente come conviene chiamarli.”
“Si immagini l’anima simile a una forza costituita per sua natura da una biga alata e da un auriga.
I cavalli e gli aurighi degli dèi sono tutti buoni e nati da buoni, quelli degli altri sono misti.
E innanzitutto l’auriga che è in noi guida un carro a due, poi dei due cavalli uno è bello, buono e nato da cavalli d’ugual specie, l’altro è contrario e nato da stirpe contraria; perciò la guida, per quanto ci riguarda, è di necessità difficile e molesta. […]
Se è perfetta e alata, essa vola in alto e governa tutto il mondo, se invece ha perduto le ali viene trascinata giù finché non s’aggrappa a qualcosa di solido; qui stabilisce la sua dimora e assume un corpo terreno, che per la forza derivata da essa sembra muoversi da sé.
Questo insieme, composto di anima e corpo, fu chiamato vivente ed ebbe il soprannome di mortale. Viceversa ciò che è immortale non può essere spiegato con un solo discorso razionale, ma senza averlo visto e inteso in maniera adeguata ci figuriamo un dio, un essere vivente e immortale, fornito di un’anima e di un corpo eternamente connaturati.”


L’anima, come sappiamo, nella sua originaria vita al seguito degli dei, ha visto l’Iperuranio e le Idee: poi, perdendo le ali e precipitando nei corpi, ha tutto dimenticato.

Ma, sia pure a fatica, l’anima ricorda la Bellezza ed è presa dal desiderio di levarsi in volo per ritornare là da dove è scesa.

L’ala ha il significato di alzare ciò che è pesante, e avvicinarlo tramite Intuizione ed Intelligenza alle Idee (reminescenza).

Perdere le ali da parte dell’anima è attaccarsi alla materialità.


“Ma di queste cose si pensi e si dica così come piace al dio; noi cerchiamo di cogliere la causa della perdita delle ali, per la quale esse si staccano dall’anima. E la causa è all’incirca questa. La potenza dell’ala tende per sua natura a portare in alto ciò che è pesante, sollevandolo dove abita la stirpe degli dèi, e in certo modo partecipa del divino più di tutte le cose inerenti il corpo. Il divino è bello, sapiente, buono, e tutto ciò che è tale; da queste qualità l’ala dell’anima e nutrita e accresciuta in sommo grado, mentre viene consunta e rovinata da ciò che è brutto, cattivo e contrario ad esse.”


L’anima è un principio immortale che ribolle per reintegrarsi nella sua sede naturale ultraterrena:


“Il principio però non è generato. Infatti è necessario che tutto ciò che nasce si generi da un principio, ma quest’ultimo non abbia origine da qualcosa, poiché se un principio nascesse da qualcosa non sarebbe più un principio.”


Ecco l’emozione dell’anima in fermento:


A questo punto essa ribolle tutta quanta e trabocca, e la stessa sensazione che prova chi mette i denti nel momento in cui essi spuntano, ossia prurito e irritazione alle gengive, la prova anche l’anima di chi comincia a mettere le ali: quando le ali spuntano ribolle e prova un senso di irritazione e solletico. Dunque, quando l’anima, mirando la bellezza del fanciullo, riceve delle parti che da essa provengono e fluiscono (e che appunto per questo sono chiamate flusso d’amore) e ne viene irrigata e scaldata, si riprende dal dolore e si allieta. Quando invece ne è separata e inaridisce, le bocche dei condotti donde spunta fuori l’ala si disseccano e si serrano, impedendone il germoglio; ma esso, rimasto chiuso dentro assieme al flusso d’amore, pulsando come le arterie pizzica nei condotti, ciascun germoglio nel proprio, tanto che l’anima, pungolata tutt’intorno, è presa da assillo e dolore, e tornandole il ricordo della bellezza si allieta.”
Seguono le altre anime, che aspirano tutte quante a salire in alto, ma non essendone capaci vengono sommerse e trasportate tutt’intorno, calpestandosi tra loro, accalcandosi e cercando di arrivare una prima dell’altra. Nasce così una confusione e una lotta condita del massimo sudore, nella quale per lo scarso valore degli aurighi molte anime restano azzoppate, e a molte altre si spezzano molte penne; tutte, data la grande fatica, se ne partono senza aver raggiunto la contemplazione dell’essere e una volta tornate indietro si nutrono del cibo dell’opinione. La ragione per cui esse mettono tanto impegno per vedere dov’è sita la pianura della verità è questa: il cibo adatto alla parte migliore dell’anima viene dal prato che si trova là, e di esso si nutre la natura dell’ala con cui l’anima si solleva in volo.”
“Perciò giustamente solo l’anima del filosofo mette le ali, poiché grazie al ricordo, secondo le sue facoltà, la sua mente è sempre rivolta alle entità in virtù delle quali un dio è divino. Quindi l’uomo che si avvale rettamente di tali reminiscenze, essendo sempre iniziato a misteri perfetti, diventa lui solo realmente perfetto; dato però che si distacca dalle occupazioni degli uomini e si fa accosto al divino.”


La levatrice d'anime per il Ricordo di sé

Il Filosofo è colui che Conosce veramente, ed è anche quello che comunica la sua Conoscenza all’anima delle persone, insegnando in base a quanto queste possano capire e comprendere l’insegnamento.


- Socrate: “In quale dei due campi siamo più facilmente ingannabili e la retorica ha maggior potere?”
- Fedro: “Quello in cui vaghiamo nell’incertezza, è evidente.” […]
- Socrate: “Ritieni dunque che sia possibile comprendere la natura dell’anima in modo degno di menzione senza conoscere la natura dell’insieme?”
- Fedro: “Se si deve dare qualche credito a Ippocrate, che è degli Asclepiadi, senza questo metodo non è possibile neanche comprendere la natura del corpo.”
- Socrate: “Se prima uno non conosce il vero riguardo a ciascun argomento su cui parla o scrive e non è in grado di definire ogni cosa in se stessa, e una volta che l’ha definita non sa dividerla secondo le sue specie fino ad arrivare a ciò che non è più divisibile, quindi, dopo aver scrutato a fondo allo stesso modo la natura dell’anima, trovando la specie adatta a ciascuna natura non dispone e regola il discorso secondo questo procedimento, offrendo discorsi variegati a un’anima variegata e dalla piena armonia, discorsi semplici a un’anima semplice, non sarà possibile, per quanto è conforme a natura, maneggiare con arte la stirpe dei discorsi né per insegnare né per persuadere, come il discorso fatto in precedenza ci ha chiaramente indicato.”


La preghiera al dio Pan

L’essenza del Fedro è racchiusa nella preghiera rivolta da Socrate al dio Pan:


“O caro Pan e voi altri dèi che siete in questo luogo,
concedetemi di diventare bello di dentro,
e che tutte le cose che ho di fuori siano in accordo
con quelle che ho dentro.
Che io possa considerare ricco il sapiente
e che io possa avere una quantità di oro
quale nessun altro potrebbe né prendersi né portar via,
se non il temperante.”


Socrate chiede di diventare bello dentro di sé, chiede che le cose che possiede al di fuori siano in armonia con quello che ha dentro, chiede di considerare come vero ricco il sapiente, chiede di poter possedere tanto “oro” quanto solamente il temperante potrebbe prendersi e portarsi via. Il temperante sa quali sono i giusti limiti per l’uomo e chiede quindi tutta quanta la Sapienza che è possibile avere per un uomo.

Note

  1. Cfr. Livio Garzanti, Amare Platone: una lettura del Fedro, Garzanti Libri, 2006
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