Filebo

Da Esopedia, l'Enciclopedia dell'[[Ordine Martinista Antico e Tradizionale|O.M.A.T.]] per gli Iniziati.
Filebo
Titolo originaleΦίληβος
Altri titoliSul piacere
Plato Silanion Musei Capitolini MC1377.jpg
Ritratto di Platone
AutorePlatone
1ª ed. originaleIV secolo a.C.
Generedialogo
Lingua originaleErrore Lua in Modulo:String alla linea 892: attempt to call local 'str' (a table value).
PersonaggiSocrate, Filebo, Protarco
SerieDialoghi platonici, III tetralogia

Il Filebo (Φίληβος) è un dialogo scritto da Platone nella fase finale della sua produzione, probabilmente subito dopo il secondo viaggio in Sicilia (366-365 a.C.).[1]

È l'ultimo scritto in cui il filosofo attribuisce al maestro il ruolo di protagonista: discutendo con Filebo e Protarco, Socrate ricerca il «vero Bene» in grado di garantire una vita felice, partendo dalla possibilità – in seguito negata – che esso coincida con il piacere.

Interpretazione esoterica

Il mondo sensibile come mescolanza di Limite e Illimite

Dove si trovano il Bene e la Felicità? E dove sta la famosa Virtù di cui parla sempre Platone

Il Filebo parla di come “mettere in luce un certo stato e una certa disposizione dell’anima che sia in grado di rendere felice la via a tutti gli uomini”. Questo scritto di Platone propone una risoluzione delle questioni appena dette attraverso un discorso sulla mescolanza:


- Socrate: “Trovandosi questa mescolanza anche nel freddo dell’inverno e nel caldo dell’estate, sottrae ciò che è eccessivo e infinito, e realizza ciò che è moderato e proporzionato.
- Protarco: “E allora?”
- Socrate: “Allora le stagioni e quanti sono i beni in nostro possesso non scaturiscono da queste cause, vale a dire dalla mescolanza dell’infinito e di ciò che è finito?”
- Protarco: “E come no?”
- Socrate: “E tralascio innumerevoli altre cose, quali la bellezza e la forza che si trovano con la salute e altre varie e splendide qualità che si trovano nell’anima. Questa era la dea, caro Filebo, che vedendo violenza e malvagità insite in tutte le cose e osservando che in esse non vi era limite al piacere e all’abbondanza, stabilì una legge e un ordinamento che contenessero un limite: e tu affermi che fece solo danni, mentre al contrario io sostengo che essa è stata motivo di salvezza. E a te, Protarco, cosa sembra?”
- Protarco: “Queste affermazioni mi sembrano assennate, Socrate.”


In effetti, Platone sta dicendo che tutta la realtà – a tutti i livelli – è un misto, che implica una congiunzione di due principi opposti, che sono quelli di Limite ed Illimite.


- Socrate: “Dico che i due generi che sottopongo all’esame sono gli stessi di un attimo fa, poiché l’uno contiene l’infinito, l’altro il finito. Tenterò allora di spiegare come l’infinito corrisponde alla molteplicità. Quanto al finito, ci attenda un momento.”
- Protarco: “Sì, ci aspetta.”
- Socrate: “Presta attenzione. È difficile e controverso il problema su cui chiedo la tua attenzione, tuttavia rifletti. Pensa innanzitutto se potessi mai concepire un confine per il ‘più caldo’ e per il ‘più freddo’, oppure se il ‘più’ e il ‘meno’ che sono insite nella loro genesi, finché vi saranno insite, impediranno che vi sia una fine: se vi fosse una fine, anche questi due sono finiti.”
- Protarco: “Quello che dici è verissimo.”
- Socrate: “Nel ‘più caldo’ e nel ‘più freddo’ vi è sempre il ‘più’ e il ‘meno’, noi affermiamo.”
- Protarco: “Certamente.”
- Socrate: “Sempre dunque il ragionamento ci indica che questi due non hanno una fine, ma essendo tutti e due senza un limite sono del tutto infiniti.”
- Protarco: “Sono assolutamente d’accordo, Socrate.”


Questo misto di Limite e Illimite nella sfera dell’intelligibile, cioè la sfera dell’essere immutabile, è strutturale, mentre nella sfera del sensibile il misto richiede una Causa che lo realizzi.

Questa Causa, come anche riportato nel Menone, viene chiamata da Platone Demiurgo. Tale Intelligenza demiurgica crea il mondo materiale dal Principio materiale, cioè è un intermediario tra la sfera dei Principi (sfera intelligibile) e la sfera del mondo materiale (sfera sensibile).


- Socrate: “Per prima cosa si deve accettare il principio secondo il quale alcune di queste unità esistano veramente. In seguito si deve esaminare come queste unità, ammettendo che per ciascuna si tratta di un’unica entità sempre uguale a se stessa e che non accoglie in sé né nascita né corruzione, possa tuttavia mantenersi saldamente come una unità. Dopo di ciò si deve considerarla sia divisa nelle cose che sono generate e infinite, divenendo molteplice, sia nella sua interezza e separata da se stessa, cosa che fra tutte sembrerebbe la più impossibile, ovvero che sia una e identica nell’uno e nei molti contemporaneamente. […]
E gli antichi, che erano migliori di noi e abitavano più vicino agli dèi, tramandarono questa tradizione, per cui le cose che sempre si dice che siano e che sono costituite dall’uno e dalla molteplicità contengono in sé il seme della finitezza e dell’infinitezza.
Dunque dobbiamo, essendo le cose ordinate sempre in questo modo, cercare ogni volta di stabilire un’unica idea riguardo a ogni cosa […] finché ci si renda conto che l’unità originaria non è solo unità, molteplicità e infinitezza, ma che ha anche una struttura: e non dobbiamo attribuire l’idea di infinitezza alla moltitudine prima di aver osservato tutta la sua struttura numerica che sta in mezzo tra l’infinitezza e l’unità. Allora si può finalmente permettere che ciascuna delle unità si divida all’infinito.”


Il processo di cui parla Platone per bocca di Socrate è ancora quello dialettico, che fa sì che la molteplicità sia ricondotta all’Unità, e l’Unità capita attraverso la scissione in molteplicità. Sulla natura demiurgica della Causa, specifica:


- Socrate: “Non diciamo che è proprio questo quarto genere che modella tutte queste cose, vale a dire la causa, essendo stato sufficientemente chiarito che esso è altro rispetto a quelle?”
- Protarco: “Sì, è altra cosa.”
- Socrate: “Sarebbe corretto, ora che abbiamo distinto i quattro generi, contarli uno dopo l’altro, per ricordare ciascuno nella sua unità.”
- Protarco: “E allora?”
- Socrate: “Dico che il primo è il genere dell’infinito, il secondo del finito, poi dalla loro mescolanza nasce il terzo, che è l’essere generato: ma se dico che la causa di questa mescolanza e della genesi dell’essere è il quarto genere non sbaglio in qualcosa?”
- Protarco: “E come?”
- Socrate: “Avanti, allora! Dopo questi problemi quale discorso affrontiamo e con quali intenzioni giungiamo sin qui? Non erano forse queste? Ricercavamo se il secondo posto si dovesse assegnare al piacere o all’intelligenza. Non era così?”
- Protarco: “Sì, è così.”
- Socrate: “E forse ora, operate queste separazioni, non potremmo onorevolmente portare a termine la contesa sul primo e sul secondo, questioni su cui prima abbiamo avuto una controversia?”
- Protarco: “Forse.”
- Socrate: “Avanti! Abbiamo stabilito che la vita mista di piacere e di intelligenza vinceva. Era così?”
- Protarco: “Sì.”
- Socrate: “Allora vediamo qual è questa vita e a quale genere appartiene.”
- Protarco: “E come no?”
- Socrate: “Diremo che è parte del terzo genere, credo: infatti non risulta dalla mescolanza di due elementi, ma da tutti gli elementi infiniti legati dal finito, sicché questo tipo di vita che riporta la vittoria potremmo a ragione considerarlo parte del terzo genere.”
- Protarco: “Giustissimo.”


Platone ci ha dunque indicato che per la formazione del mondo sensibile vi sono da prendere in considerazione quattro fattori: 1) l’Illimite; 2) il Limite, che mette i confini, dà la struttura numerica e le proporzioni all’Illimite; 3) la commistione tra questi due, cioè la Mescolanza; 4) la Causa.

La Mescolanza è un insieme di elementi (commistione di Illimite e Limite) che sono generati da una Causa. E ogni corpo è a sua volta una unità che può generare una moltitudine di cose:


“Osservando che tutti quegli elementi di cui si è appena detto sono mescolati in una unità, non li chiamammo con il nome di corpo?”
- Socrate: “Certo. Dopo di ciò in essa mischiavi la stirpe del finito.”
- Protarco: “E quale?”
- Socrate: “Alludo a quel genere del finito che ora non abbiamo riunito, dovendo invece farlo così come avevamo fatto con la natura dell’infinito raccogliendola in uno. Ma forse anche ora si farà la stessa cosa, se, radunando quei due, anch’essa diventerà evidente.”
- Protarco: “Di quale parli e cosa intendi dire?”
- Socrate: “Si tratta del genere di ciò che è ‘uguale’ e di ciò che è ‘doppio’ e di quanto fa smettere che le cose siano opposte fra di loro e avverse, rendendole misurabili e concordi, introducendo in esse il numero.”
- Protarco: “Capisco. Mi sembra che tu sostieni che, mescolando questi elementi di cui abbiamo parlato, derivi l’origine di nuove realtà per ciascuna di queste mescolanze.”
- Socrate: “Mi pare che hai inteso perfettamente.”


Interdipendenza fra Intelligenza e Piacere

Il dialogo si svolge fra Socrate, Protarco e Filebo: non sappiamo nemmeno se questi due ultimi personaggi erano reali o fittizi, ma è con essi che Platone risolve la realtà sensibile attraverso fondamenti metafisici. Il discorso parte con la comparazione tra Intelligenza e Piacere, e si arriva a dire che l’Intelligenza è senz’altro superiore, anche se il Piacere è importante: Intelligenza e Piacere, infatti, non possono essere compresi come in totale indipendenza l’uno dall’altro, perché se si avesse solo Piacere, non si avrebbe memoria per ricordarsene; se si possedesse la sola Intelligenza, non si avrebbe alcun tipo di Piacere. Questo è il punto, che è lampante:


- Socrate: “Esaminiamo e valutiamo la vita del piacere e quella dell’intelligenza, tenendole separate.”
- Protarco: “Come dici?”
- Socrate: “Non vi sia l’intelligenza nella vita del piacere, né piacere nella vita dell’intelligenza. Bisogna che uno non abbia più bisogno dell’altro, se uno dei due è un bene: e se uno dei due mostrasse di aver bisogno dell’altro, questo non si potrebbe più considerare ciò che per noi è realmente un bene.”
- Protarco: “E come potrebbe?”
- Socrate: “Proviamo a dimostrare queste cose su di te?”
- Protarco: “Sì, va bene.”
- Socrate: “Rispondi.”
- Protarco: “Dimmi.”
- Socrate: “Accetteresti tu, Protarco, di vivere tutta la vita godendo dei più grandi piaceri?
- Protarco: “E perché no?”
- Socrate: “E riterresti di aver ancora bisogno di qualcosa, se fossi nel pieno del loro possesso?”
- Protarco: “Nient’affatto.”
- Socrate: “Pensaci bene. Dell’intelligenza e del pensiero e del ragionare, tutte cose necessarie e di quant’altre cose sono ad esse connaturate, tu non avresti bisogno?”
- Protarco: “E perché mai? Con la possibilità di godere avrei già tutto.”
- Socrate: “E se vivessi sempre così, potresti sempre godere per tutta la vita dei più grandi piaceri?”
- Protarco: “E perché no?”
- Socrate: “Ma se tu non avessi pensiero, e memoria, e scienza, e vera opinione, non saresti innanzitutto costretto a ignorare proprio questo, se godi oppure no, essendo appunto privo di intelligenza?”
- Protarco: “Necessariamente.”
- Socrate: “E, analogamente, non essendo fornito di memoria, è inevitabile che non potresti ricordare di aver mai goduto, e non ti rimane neppure il più piccolo ricordo del piacere giunto in questo momento: e ancora, non essendo fornito di vera opinione, non puoi immaginare di godere mentre stai godendo, e se sei privo della facoltà di calcolo non ti sarà possibile calcolare per quanto tempo ancora potrai godere. Sarai allora costretto a vivere non la vita che è propria di un uomo, ma quella di un mollusco o di quegli animali marini che vivono nelle conchiglie. È così, oppure possiamo pensare ad altre cose opposte a queste?”
- Protarco: “E come?”
- Socrate: “Una vita così è per noi preferibile?”
- Protarco: “Questo discorso mi ha momentaneamente gettato in una completa afasia.”
- Socrate: “Non arrendiamoci ancora, ma analizziamo com’è la vita quando prendiamo parte dell’intelligenza.”
- Protarco: “Di quale vita parli?”
- Socrate: “Poniamo il caso che uno di noi accettasse l’idea di vivere provvisto completamente dell’intelligenza e del pensiero, della scienza e della memoria nel suo insieme, senza prender parte, né molto, né poco al piacere, e neppure al dolore d’altra parte, rimanendo così del tutto indifferente a siffatte passioni.”
- Protarco: “Né l’una né l’altra vita fra queste che mi hai prospettato sceglierei, e neanche a un altro la questione apparrebbe in modo diverso, io credo.”
- Socrate: “E cosa pensi di una vita che unisca insieme l’una e l’altra, Protarco, e risulti dalla comune mescolanza di ambedue?”
- Protarco: “Mescolata, vuoi dire, di piacere, di pensiero e di intelligenza?”
- Socrate: “Proprio di questi elementi intendevo dire.”
- Protarco: “Ognuno sceglierà per primo questo tipo di vita piuttosto che uno che contenga qualsivoglia delle altre due.” […]
- Socrate: “Dunque Filebo afferma che per tutti i viventi il bene consiste nel godimento, nel piacere, nella voluttà, e in tutto ciò che rientra in questo genere di cose. La ragione della nostra controversia consiste allora nel fatto che non queste realtà, ma che l’attività dell’intelligenza, della mente, e della memoria, e altre cose affini, come l’opinione giusta e i veritieri ragionamenti, siano migliori e preferibili al piacere per tutti quanti hanno la possibilità di prenderne parte: ed è proprio questa possibilità che rappresenta per tutti quelli che stanno vivendo o vivranno il vantaggio senz’altro più significativo.”


Il Demiurgo è Causa di tutto

Il Demiurgo, la Mente, è entità ordinatrice ed è Causa di tutto:


- Socrate: “Non crediamo, Protarco, che di quei quattro generi - il finito e l’infinito e la loro mescolanza, e il genere della causa che è quarto e si trova in tutte le cose - proprio quest’ultimo che procura l’anima e origina l’esercizio del corpo e la scienza medica per il corpo malato e in altri casi ristora e cura, sia definito come la sapienza totale e dalle svariate forme, mentre di questi stessi elementi che sono in tutto il cielo, in parti enormi, e ancora nella loro bellezza e allo stato puro, per questi non abbia escogitato la natura di ciò che è più bello e più onorevole.”
- Protarco: “Ma un ragionamento di questo tipo non avrebbe alcun valore.”
- Socrate: “Se allora questo discorso non si può fare, seguendo quell’altro discorso che spesso abbiamo fatto, potremmo dire meglio che esiste nel tutto un immenso infinito, e una sufficiente quantità di finito, e una causa che li sovrintende non di poco valore, che dispone e ordina gli anni, le stagioni e i mesi, e che sarebbe giusto definirla con il nome di ‘mente’ e di ‘sapienza’.”
- Protarco: “Giustissimo.”
- Socrate: “Ma la sapienza e la mente senza l’anima mai potrebbero esistere.”
- Protarco: “No, certo.”
- Socrate: “Tu dirai che all’interno della natura di Zeus vi sono un’anima e una mente regali, in virtù del potere della causa, e altri elementi positivi negli altri dèi, e lo dici nella maniera che è più gradita a ciascuno.”
- Protarco: “Certo.”
- Socrate: “Non penserai che noi abbiamo pronunciato invano questo discorso, Protarco, ma è una conferma di quelli che già anticamente rivelavano come la mente guidi sempre il tutto.”
- Protarco: “Certo.” […]
- Socrate: “Riguardo alla mente e al piacere dobbiamo anche ricordare che la prima è affine alla causa e appartiene in definitiva al suo genere, mentre il piacere è infinito e appartiene a un genere che non ha e non avrà in sé e da sé principio, né mezzo né fine.”
- Protarco: “E come non ricordarlo?”
- Socrate: “Prendiamo due altri generi.”
- Protarco: “Quali?”
- Socrate: “L’uno è il generarsi di tutte le cose, l’altro il loro essere.”
- Protarco: “Ammetto questi due, l’essere e il generarsi.”
- Socrate: “Giustissimo. E allora quale di questi è in funzione dell’altro? Diciamo che il generarsi è in funzione dell’essere o l’essere in funzione del generarsi?”
- Protarco: “Ora mi chiedi se quello che ha il nome di ‘essere’ è ciò che è in funzione del generarsi?”
- Socrate: “Mi sembra di si.”
- Protarco: “Per gli dèi, mi domandi proprio questo: ‘Dimmi, Protarco: tu affermeresti che la costruzione delle navi è in funzione delle navi, piuttosto che le navi essere in funzione della loro costruzione, e così per le altre cose’?”
- Socrate: “Proprio così voglio dire, Protarco.”
- Protarco: “Perché non puoi essere proprio tu a rispondere a te stesso, Socrate?”
- Socrate: “Non c’è nessun motivo in particolare: ma prendi anche tu parte al discorso.”
- Protarco: “Certamente.”
- Socrate: “Dico che in funzione del generarsi vengono disposti i mezzi, tutti gli strumenti e il materiale, e che ogni diverso generarsi si genera in funzione di ciascun diverso essere, e che il generarsi, nella sua totalità, è in funzione dell’essere nella sua totalità.”
- Protarco: “Chiarissimo.”
- Socrate: “Dunque il piacere, se è vero che è generazione, si potrebbe generare necessariamente a causa di un certo essere.”
- Protarco: “E allora?”
- Socrate: “Ciò in funzione del quale verrebbe sempre generato ciò che viene generato in funzione di qualcosa, apparterrebbe al destino del bene: ciò che è generato in funzione di altro appartiene ad altro destino, carissimo.”
- Protarco: “È assolutamente necessario.”
- Socrate: “E se dunque è vero che il piacere è generazione, lo collocheremo correttamente se lo collocassimo in diversa posizione rispetto a quella del bene?”
- Protarco: “Giustissimo.”


Maggior Bene sarà all’interno di ciò che è mescolato bene, ed è proprio da questa mescolanza che bisogna partire, perché è segno distintivo che è possibile sintetizzare tale mescolanza in Unità.


- Socrate: “Vi è maggior speranza che quel che cerchiamo si manifesterà in ciò che viene mescolato bene o in ciò che non lo è?”
- Protarco: “Sì, vi è molta più speranza nel primo caso.”


Elementi della Mescolanza

Questa giusta mescolanza sta nella 'Giusta Misura, ed in definita nella giusta combinazione di 5 elementi ben descritti e gerarchicamente posti, che sono gli elementi più affini al Bene:


  • 1) Misura;
  • 2) proporzione/Bellezza;
  • 3) Intelligenza;
  • 4) Scienza/retta opinione (lo si capisce già dal Menone;
  • 5) Piacere.


- Socrate: “Dirai in ogni luogo, Protarco, facendolo dire dai messi e spiegandolo ai presenti, che il piacere non è il possesso che si deve conseguire per primo e nemmeno per secondo, ma che il primo bene consiste nella misura, nella proporzione, nell’opportunità, e in tutto quanto bisogna ritenere che sia simile a questo e abbia assunto la natura dell’eterno.”
- Protarco: “Mi sembra sia così, secondo quanto detto ora.”
- Socrate: “Il secondo riguarda proporzione, bellezza, perfezione, sufficienza e tutto quanto appartiene a questo genere.”
- Protarco: “È verosimile.”
- Socrate: “E come terzo, secondo la mia congettura, se considererai la mente e l’intelligenza, non ti allontanerai molto dalla verità.”
- Protarco: “Può darsi.”
- Socrate: “E quarte non sono le cose che abbiamo stabilito appartenessero all’anima stessa, ovvero le scienze, le arti, le opinioni che vengono definite giuste, e che sono al quarto posto dopo quelle tre, se è vero che sono più affini al bene che al piacere?”
- Protarco: “Può darsi.”
- Socrate: “E come quinti non abbiamo considerato i piaceri che abbiamo definito non dolorosi, e che, essendo puri, attribuimmo all’anima stessa, seguendo gli uni le scienze, gli altri le sensazioni?”


Influenze buddiste

Platone parla di mescolanza e di Piacere, perchè influenze vennero dal Buddismo.

In Europa le prime notizie sugli usi e costumi degli indiani dell’India e sulla religione buddista giunsero, ad esempio al tempo delle conquiste di Alessandro Magno (326-323 a.C.), il quale era rimasto molto colpito dall’ascetismo indù.

Il buddismo si sviluppa a partire dal VI sec. a.C., prima di Platone, dall’India del nord.

Fra l’VIII e il VI sec. a.C. sono accaduti dei veri terremoti spirituali in tutte le civiltà superiori, dal bacino del Mediterraneo alla Cina.

Prendendo come punto di riferimento l’Illuminazione di Siddartha Gotama (circa 523 a.C.), nello stesso periodo di tempo, infatti, tramontano le antiche monarchie di origine sacrale e si sviluppa la filosofia di Pitagora da Samo, Eraclito da Efeso e quella degli Eleati. In Cina, ove insegnano Confucio e Lao Tsu, si estingue l’idealizzato periodo di “Primavere e Autunni”. In Persia domina la religione di Zarathustra. A Roma crolla la monarchia. Nel Vicino Oriente declinano le civiltà teocratiche come quella egizia e quella assiro-babilonese.


Il successo del buddismo è dato dalla semplicità dell’insegnamento e dalla sua accessibilità: ha esautorato infatti il potere (talvolta troppo orientato ad aspetti terreni) dei sacerdoti indiani, e non ha un ritualismo complicato. Anche il buddismo, come il Filebo, fa un discorso sul ciò che sta in mezzo, sulla Giusta Misura e sulla natura della Mescolanza. Platone dice quanto segue:


- Socrate: “Forse, Protarco, potrai dimostrarlo. Ma rispondi: nell’intemperanza puoi osservare piaceri più intensi - non dico più numerosi, ma superiori per forza ed intensità - che nella vita dove regna la moderazione? Rispondimi facendo attenzione.”
- Protarco: “Ho capito quel che vuoi dire, e vedo che vi è molta differenza. Per quanto riguarda le persone moderate, esse sono fedeli alla massima che ogni volta esorta: ‘Nulla di troppo’. Quanto invece alle persone che sono smodate e intemperanti, il violento piacere che li domina fino alla follia li scredita.”
- Socrate: “Bene. E se le cose stanno così, è chiaro che i grandi piaceri e anche i grandi dolori si sviluppano in un certo malessere dell’anima e del corpo, e non nella virtù.
- Protarco: “Certamente.”


Secondo il Buddismo, bisogna liberarsi dalla “confusione”, da ciò che è mescolato, attraverso la concentrazione e la meditazione, sino a raggiungere uno stato che è meta spirituale. Tutte le cose composte sono destinate a disintegrarsi: bisogna prenderne atto, e purificarsi nell’atarassia, cioè col distaccamento dal corpo, dalle passioni e dai sentimenti. Si contempla la vita così com’è, in maniera distaccata, non giudicandola.

Lo scopo della meditazione è permettere che il subconscio raggiunga la coscienza, decondizionando la mente. Il Nirvana è inteso come uno stato naturale di felicità, a sua volta intesa come impassibilità, non agitazione, “trasparenza immobile della coscienza”. È una conquista positiva.

Questo non significa allontanarsi dal mondo sensoriale, ma non considerarlo; e allo stesso modo non considerare gli stati mentali (quindi soggettivi) che ne conseguono, bensì lasciarli liberi.

Il pensiero non va diretto verso il proprio Ego, non ci si deve identificare con l’Ego e con i suoi desideri, eppure ne va riconosciuta l’esistenza, per una corretta presa di coscienza.


La sofferenza non è dell’individuo, ma è una cosa che fa parte della mescolanza, è in sé, ed è causata da tre tipi di desiderio: il piacere dei sensi, il desiderio di essere o divenire, il desiderio di non essere. Essa è comunque motore propulsore del cammino spirituale. La mancanza è sempre presente, come si afferma anche nel Simposio.


- Socrate: “Occorre vedere, dopo di ciò, dove si trova ciascuno dei due, e in quale condizione e animo si generano, qualora si generino. Innanzi tutto il piacere: come abbiamo esaminato per primo il genere cui appartiene, così condurremo per prima questa indagine. E però non potremo mai esaminarlo adeguatamente, se la nostra analisi sarà separata da quella sul dolore.”
- Protarco: “Se dobbiamo prendere questa strada, prendiamola.”
- Socrate: “Abbiamo, tu e io, la stessa opinione sulla loro origine?”
- Protarco: “Quale opinione?”
- Socrate: “Mi sembra che dolore e piacere appartengano per natura al genere misto.”
- Socrate: “Voglio dire che, spezzandosi l’armonia che si trova in noi, esseri viventi, avviene da quel momento la dissoluzione della nostra natura e contemporaneamente la nascita della sofferenza.”
- Protarco: “Quello che dici mi sembra verosimile.”
- Socrate: “Quando invece questa armonia torna di nuovo a riunirsi e rientra nella sua natura si deve dire che ha origine il piacere, se proprio dobbiamo fornire una breve e veloce spiegazione intorno a questioni di grandissima importanza.”
- Protarco: “Credo che sia giusto quello che tu dici, Socrate: ma proviamo a spiegare queste cose in modo ancora più chiaro.”
- Socrate: “Non è dunque più facile riflettere su quegli esempi noti a tutti e di evidenza scontata?”
- Protarco: “E quali esempi?”
- Socrate: “La fame: non è dissoluzione e dolore?”
- Protarco: “Certamente.”
- Socrate: “Ma il mangiare, poiché mi riporta di nuovo alla sazietà, è piacere?”
- Protarco: “Sì.”
- Socrate: “Anche la sete è corruzione e dolore, ma è piacere la possibilità che il liquido ha di ristabilire nuovamente l’umidità là dove c’era aridità. E quella separazione e dissoluzione contro natura, ovvero la sensazione di caldo soffocante, è dolore, mentre il ritorno secondo natura a una temperatura più fresca è piacere.”


L’Io è sottoposto a questa schiavitù, che è rottura dell’armonia (Dolore) e ristabilimento dell’armonia (Piacere).


Liberazione dall'attaccamento al Dolore

Tale schiavitù è data dalle tre radici del male: cioè concupiscenza (brama), ira (odio) e ottenebramento (cecità mentale). Ma si badi bene, lo dice Platone e anche la filosofia buddista: non ci si deve liberare dal dolore, ma dall’attaccamento al dolore. Il dolore, in quanto tale, c’è sempre stato, c’è sempre, e sempre ci sarà.


- “Socrate: Bisognerebbe fare una ricerca dicendo molto sulla genesi del piacere e su tutte le forme che esso assume. Prima ancora ci sembra però che bisogna capire che cosa è mai e dov’è che si genera il desiderio.”
- Socrate: “Non dicevamo forse che fame e sete e molte altre condizioni simili sono dei desideri?”
- Protarco: “Assolutamente sì.”
- Socrate: “E a quale identità rivolgiamo la nostra attenzione per chiamare con un solo nome queste cose così differenti fra loro?”
- Protarco: “Per Zeus, non è facile a dirsi, Socrate, eppure si deve.”
- Socrate: “Riprendiamo di là, da quegli stessi punti.”
- Protarco: “Da dove?”
- Socrate: “Ogni volta che diciamo: ‘Ho sete’ diciamo qualcosa?”
- Protarco: “E come no?”
- Socrate: “E come se dicessi: ‘C’è un vuoto’?”
- Protarco: “Sì, e allora?”
- Socrate: “E dunque la sete non è desiderio?”
- Protarco: “Sì, di bevanda.”
- Socrate: “Di bevanda o della soddisfazione di un bisogno che la bevanda procura?”
- Protarco: “Della soddisfazione che procura la bevanda, credo.”
- Socrate: “Allora chi di noi è vuoto ha verosimilmente un desiderio che si muove nell’opposta direzione rispetto a ciò che sta provando: vale a dire che chi è vuoto vuole riempirsi.”
- Protarco: “Chiarissimo.”


Il Piacere non è dolore in sé e per sé, ma il dolore è un dolore riflesso, dato dalla mancanza del piacere cui l’uomo si attacca.

Quando anima e corpo si vengono a trovare in una comune disposizione, si ha un movimento chiamato “sensazione”. E la memoria è la salvezza dalla sensazione: quando l’anima afferra quanto può su di sé senza il corpo, essa ha un ricordo; tale ricordo è tanto più vero quanto il vuoto che si colma è riempito da vero Desiderio, perché ogni impulso e desiderio è proprio dell’Anima:


- Socrate: “Quando l’anima e il corpo si vengono a trovare in una comune disposizione e in un movimento comune essi si muovono, questo movimento potrai definirlo senza paura di sbagliare con il nome di ‘sensazione’.”
- Protarco: “Quello che dici è verissimo.”
- Socrate: “Non abbiamo ormai appreso quello che intendiamo definire ‘sensazione’?”
- Protarco: “E allora?”
- Socrate: “Dicendo che la memoria è la salvezza della sensazione, secondo la mia opinione diremmo bene.”
- Protarco: “Giusto.”
- Socrate: “Ma non diciamo che il ricordo differisce dalla memoria?”
- Protarco: “Forse.”
- Socrate: “E non lo diciamo a questo proposito?”
- Protarco: “Quale?”
- Socrate: “Quando l’anima afferra quanto può essa stessa in se stessa, senza il corpo, quello che provava una volta insieme al corpo, diciamo che allora essa ha un ricordo. O no?”
- Protarco: “Certamente.”


- Socrate: “Resta l’anima che potrebbe avere un contatto con il desiderio di riempimento, ed è chiaro che è possibile tramite la memoria: con quale altro mezzo potrebbe stabilire un contatto?”
- Protarco: “Praticamente con nient’altro.”
- Socrate: “Comprendiamo allora la conclusione che possiamo tirare da questi discorsi?”
- Protarco: “Quale?”
- Socrate: “Questo discorso non ci dice che il desiderio sia proprio del corpo.”
- Protarco: “Perché?”
- Socrate: “Perché mostra che i tentativi di ogni essere vivente vanno sempre in direzione opposta alle condizioni in cui si trovano.”
- Protarco: “Certo.”
- Socrate: “E l’impeto che si muove in direzione opposta rispetto alle passioni sarebbe in grado di dimostrare che la memoria è all’opposto delle passioni.”
- Protarco: “Certo.”
- Socrate: “Dimostrando che la memoria sospinge verso la cosa desiderata il discorso ha rivelato che ogni impulso e desiderio e principio direttivo di ogni essere vivente è proprio dell’anima.”


È la Memoria, la rimembranza dunque, che all’opposto delle passioni è in grado di riempire il vuoto che spinge verso il desiderio di riempimento dell’anima. Però “se il corpo non è messo in agitazione/tensione ... né il piacere né il dolore avrebbero mai origine”.

Il testo buddista del Dhammapada (Il dito che punta la Luna) recita:

“Ha lasciato il piacere e il dispiacere,
non c’è più in lui alcun seme
di un ritorno all’esistenza,
ha conquistato tutti i mondi.
Il suo cammino è ignoto
agli uomini, agli spiriti e agli dei.”

Note

  1. F. Adorno, Introduzione a Platone, Bari 1978, p. 189.

Bibliografia

Edizioni italiane

  • Platone, Filebo, a cura di G. Cambiano, in: Dialoghi filosofici, Utet, Torino 1970
  • Platone, Filebo, a cura di A. Zadro]], in: Opere complete, a cura di G. Giannantoni, Laterza, Bari 1982, vol. 3
  • Platone, Filebo, a cura di E. Pegone, in: Tutte le opere, a cura di E.V. Maltese, Newton Compton, Roma 2009

Letteratura critica

  • F. Adorno, Introduzione a Platone, Laterza, Bari 1978
  • Cosenza P. (a cura di), Il Filebo di Platone e la sua fortuna. Atti del Convegno internazionale dell'Istituto universitario orientale di Napoli, D'Auria, Napoli 1996
  • C. Kahn, Platone e il dialogo socratico, trad. it., Vita e Pensiero, Milano 2008
  • M. Migliori, L'uomo tra piacere, intelligenza e Bene. Commentario storico-filosofico al “Filebo” di Platone, Vita e Pensiero, Milano 1993
  • G. Reale, Per una nuova interpretazione di Platone, Vita e Pensiero, Milano
  • F. Trabattoni, Platone, Carocci, Roma 1998

Voci correlate

Collegamenti esterni

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