Io (filosofia)

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L'Io in filosofia è il principio della soggettività, attività di pensiero alla quale è stato spesso attribuito un valore particolare poiché è il fulcro da cui nasce la riflessione filosofica stessa. Il concetto di Io corrisponde infatti al momento in cui pensante e pensato sono presenti al pensiero come la medesima realtà: nel momento in cui mi trovo a riflettere su di me, soggetto e oggetto vengono cioè a coincidere e non hanno più una connotazione che li differenzia. Questa unione immediata di soggetto e oggetto, essere e pensiero, è stata il principio fondante di quasi tutta la filosofia occidentale, dagli antichi greci fino in particolare all'Idealismo di Fichte, il quale pose all'origine della sua filosofia l'autointuizione dell'Io puro, da lui assimilata all'io penso kantiano. L'io era stato definito da Kant come l'unità sintetica originaria (o appercezione trascendentale) che ordina e unifica la molteplicità delle informazioni provenienti dai sensi.[1]
Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Io penso.

La coscienza filosofica dell'io

« Io non sono se non attività. [...] Io debbo nel mio pensiero partire dall'io puro, e pensarlo come di per sé assolutamente attivo: non come determinato dalla realtà, ma come determinante la realtà. »
(Johann Gottlieb Fichte, seconda introduzione alla Dottrina della scienza, [1798], in Grande Antologia Filosofica, vol. XVII, pag. 962 e segg., Marzorati, Milano 1971)

La coscienza dell'Io è stata in genere considerata dai filosofi la prima forma di sapere certo e assoluto, perché innato e non acquisito dall'esterno, grazie al quale poter preservare la filosofia dalle derive del relativismo e dello scetticismo. Si tratta però di un sapere non oggettivabile né comunicabile se non in forma mediata, a prezzo della perdita dell'unità originaria, la quale per poter essere descritta deve sdoppiarsi in un soggetto descrivente e un oggetto descritto.[2] L'Io infatti non è un dato di fatto, una realtà statica fissabile una volta per sempre, ma è un atto, un continuo porre se stesso. Fichte disse per questo che l’Io non è finito, ma infinito. Come tale non potrà mai divenire oggetto di conoscenza, ma è piuttosto il principio che rende possibile la conoscenza. L'Io non può mai comprendere razionalmente l'origine della propria autocoscienza, per attingere la quale egli deve rinunciare alla coscienza stessa. Si entra così nella dimensione mistica dell'estasi, che è l'identificazione dell'Io col suo Principio fondante.[3] Molti filosofi neoplatonici, come Plotino, Agostino,[4] Duns Scoto, Cusano, Campanella, Schelling, lo stesso Fichte, hanno postulato per questo l'identificazione del soggetto con Dio, visto come un unico grande Io, da cui nascono e a cui ritornano le singole anime degli individui.

È dovuto in particolare alla religione cristiana l'aver insistito su una tale concezione di Dio, come di un Essere non impersonale ma che anzi vive e agisce come Persona.[5]

Note

  1. «L'unità sintetica della coscienza è condizione oggettiva di ogni conoscenza, della quale non soltanto io stesso ho bisogno per conoscere un oggetto, ma alla quale deve sottostare ogni intuizione per divenire oggetto per me, poiché in altro modo, e senza questa sintesi, il molteplice non si unificherebbe in una coscienza. [...] Tutte le mie rappresentazioni in una qualsiasi intuizione data devono sottostare a quella condizione, per cui soltanto io posso attribuirle all'identico "me stesso" come mie rappresentazioni, e perciò posso comprenderle come unite insieme sinteticamente in un'appercezione nell'espressione generale: Io penso» (Kant, Critica della ragion pura, [1781], pag. 110, Laterza, Roma-Bari 2000).
  2. Campanella ad esempio parla di un sensus sui, un sapere e sentire che esisto, luogo dell'intimità che non essere indagato di per sè, ma che sta a fondamento di ogni altra conoscenza (cfr. Metafisica, 1623).
  3. Cfr. Johann Gottlieb Fichte, Fondamenti dell'intera dottrina della scienza, versioni del 1794 al 1812.
  4. Cfr. Agostino d'Ippona, La vera religione (391): «Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas» («Non uscire da te stesso, rientra in te: nell'intimo dell'uomo risiede la verità»).
  5. Giorgia Salatiello, Il soggetto religioso. Introduzione alla ricerca fenomenologico-filosofica, Pontificia Univ. Gregoriana, 1999.

Bibliografia

Voci correlate

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