Neoplatonismo

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Il termine “neoplatonismo” è stato coniato nel XIX secolo per indicare quella particolare interpretazione del pensiero di Platone che ne venne data in età ellenistica, riassumendo in sé diversi altri elementi della filosofia greca, e diventando la principale scuola filosofica antica a partire dal III secolo. Sorto in età imperiale romana, il neoplatonismo andrà poi ad influenzare soprattutto la filosofia occidentale, sia cristiana che moderna.

Nascita

Il neoplatonismo nacque in un particolare momento storico, in cui l’uomo, spinto da una profonda crisi interiore, avvertiva intensamente la caducità della realtà sensibile. Era l’epoca del tardo ellenismo, un periodo di grandi difficoltà e sconvolgimenti, preludio della caduta dell’Impero romano, ma culturalmente fecondo per la varietà di correnti filosofiche e religiose da cui fu caratterizzato, e per il fatto che proprio allora stava cominciando a diffondersi il messaggio cristiano.

Plotino e i Neoplatonici

Convenzionalmente il neoplatonismo viene fatto iniziare con l’attività di Plotino di Licopoli, che visse nella prima metà del III secolo e studiò ad Alessandria d’Egitto, dove fu allievo di Ammonio Sacca. Qui assimilò i fermenti culturali sia della filosofia greca che della mistica orientale, egiziana ed asiatica. Di fronte alle incertezze del suo tempo, Plotino si rese conto di essere alle soglie di una nuova epoca, e sentì la necessità di ricorrere alla saggezza e alla sapienza degli antichi quali strumenti per mettere in salvo l’anima, purificandola dalle passioni ed elevandola all’intelligenza. Intorno ai quarant’anni si trasferì quindi a Roma dove fondò una scuola neoplatonica. Qui Plotino elaborò un’esegesi del pensiero platonico che integrava in esso dottrine aristoteliche e in parte anche stoiche, ispirandosi all’opera di filosofi precedenti come Numenio di Apamea, Alessandro di Afrodisia e Filone di Alessandria.

In primo luogo, tuttavia, egli intendeva rifarsi al pensiero razionalista di Parmenide e degli eleati basato sull’identità di essere e pensare, a partire dalla quale essi avevano ricondotto l’intera realtà all’unità. Il metodo di cui costoro si erano serviti era la logica formale di non-contraddizione, secondo cui un pensiero evita di contraddirsi solo quando riconosce di avere in sé stesso la verità dell’essere. Da Platone egli riprese poi la distinzione tra mondo iperuranio, dove ha sede una tale unità, razionalità e perfezione, e mondo terreno sottoposto alla divisione, alla caducità, e alla corruzione.

Plotino tuttavia conciliò le idee platoniche anche con la filosofia di Aristotele: partendo dalla natura, egli notava come negli organismi sia presente un unico sostrato o logos da cui scaturisce il molteplice. Mentre l’artigiano costruisce l’uno a partire dai molti, cioè assemblando più parti tra loro, la vita al contrario sembra nascere da un principio semplice che si articola nel complesso, talché l’unità si estrinseca nella molteplicità. Plotino chiamò Anima del mondo la sostanza vitale da cui prendono forma le piante, gli animali, e gli esseri umani. I gradi inferiori della natura possono evolversi e formare gli organismi più intelligenti e progrediti perché l’intelligenza dev’essere già presente dentro di lei.

Le Scuole neoplatoniche

Il neoplatonismo si impose come corrente dominante della tarda antichità e soppiantò le altre principali correnti filosofiche imperiali, soprattutto lo stoicismo e l’aristotelismo, ottenendo una posizione di egemonia non solo tra i filosofi pagani, ma anche tra i cristiani. Il dibattito intorno al platonismo e all’interpretazione che ne aveva dato Plotino portarono alla fondazione di diverse scuole, alcune delle quali concorrenti le une con le altre, che si situavano nei principali centri di insegnamento delle nuove dottrine. Le principali scuole neoplatoniche pagane furono:

  • - la scuola di Roma, fondata da Plotino e continuata dai suoi discepoli Porfirio e Amelio;
  • - la scuola di Alessandria, che ebbe tra i suoi esponenti Olimpiodoro e la filosofa Ipazia;
  • - la scuola siriaca, fondata da Giamblico, discepolo di Porfirio, che si distinse per la sua revisione delle teorie del fondatore e per il marcato recupero delle tradizioni neopitagoriche e della sapienza contenuta nel cosiddetto Corpus Hermeticum;
  • - la scuola di Atene, legata con quella siriaca per il tramite di Prisco, i cui maggiori esponenti furono Plutarco di Atene e Siriano, e i cui risultati sono testimoniati dalle opere di Proclo;
  • - la scuola di Pergamo, fondata da Edesio di Cappadocia e che ebbe nell’imperatore Giuliano uno dei principali rappresentanti.

Come praticamente tutte le scuole filosofiche post-ellenistiche, anche il neoplatonismo considera la filosofia prima di tutto come esegesi, cioè interpretazione dei testi. I filosofi neoplatonici non si consideravano per nulla degli innovatori, quanto piuttosto dei fedeli lettori dei dialoghi del maestro. Il loro compito non era elaborare nuove dottrine, ma portare alla luce il vero messaggio degli scritti platonici. Anche per questo, le opere che di loro ci sono giunte - e in ogni caso la maggior parte degli scritti che produssero - sono per lo più commenti ai testi di coloro che essi consideravano i pensatori più importanti tra quelli che li avevano preceduti: Platone e Aristotele in primo luogo, ma anche la tradizione ermetica e neopitagorica. Nonostante i loro proclami di assoluta fedeltà, i pensatori neoplatonici non vanno considerati dei semplici ripetitori: il loro pensiero porta notevoli tratti di originalità, e condizionerà fortemente l’interpretazione che della filosofia antica daranno le epoche successive.

Concezioni dottrinarie

I punti salienti delle sistemazioni dottrinali delle varie correnti neoplatoniche e soprattutto del pensiero del massimo esponente di questa filosofia, Plotino, ci dicono che la creazione avviene in modo tale che Dio rimane immobile al centro di essa, senza volerla né consentirvi. Essa è un processo di emanazione, simile a quello per il quale la luce si spande intorno al corpo Luminoso o il calore intorno al corpo caldo. Tale emanazione è anche un processo di degradazione . Ciò che emana dall’Uno è inferiore all’Uno, proprio come la luce è meno luminosa. Gli esseri che emanano da Dio non possono dunque avere né la sua perfezione né la sua unità, ma procedono sempre più verso l’imperfezione e la molteplicità. La molteplicità viene emanata perché il momento della divisione è essenziale come quello dell’unità, essendo due termini dialetticamente legati. Il processo di emanazione non è però il risultato di un’attività finalistica o antropomorfa, perché l’Uno non si propone alcuno scopo, ma genera in maniera involontaria e spontanea.

1) L’intero cosmo deriva la sua esistenza da un principio primo ineffabile, totalmente trascendente e buono, chiamato da Plotino “Uno”;

2) La potenza infinita dell’Uno genera l’universo attraverso un processo spontaneo e necessario, tramite il quale l’energia vitale emanata dall’Uno penetra ovunque, formando i diversi livelli di cui è costituita la realtà. Tale processo di emanazione avviene per natura non meccanicamente o in vista di un fine deliberato, bensì in maniera organica, a partire da un principio assolutamente semplice e irriproducibile. La prima emanazione dell’Uno è l’Intelletto (Nous) che è l’immagine più vicina di esso. L’intelletto contiene già la molteplicità in quanto implica la distinzione tra il soggetto che pensa e l’oggetto pensato. Questo Intelletto è la sede delle idee platoniche.

3) Dall’Intelletto procede la seconda emanazione, l’Anima del mondo, che è Verbo e Atto dell’Intelletto. L’Anima da un lato guarda all’Intelletto da cui proviene e con ciò pensa; dall’altro guarda a se stessa e si conserva; dall’altro ancora, guarda a ciò che è dopo di lei e lo ordina, lo governa e lo regge. Così l’Anima universale ha una parte superiore che è rivolta all’Intelletto ed una parte inferiore che è rivolta al corpo: con questa governa l’universo corporeo ed è Provvidenza. L’idea centrale del neoplatonismo è che la natura, in quanto generata dalla potenza infinita dell’Uno, non è una combinazione meccanica e accidentale di più parti, ma è animata da un’unità interiore che obbedisce alle leggi che essa stessa si dà, e autodeterminandosi si articola nel molteplice. Questa unità vitalizzatrice è appunto l’Anima del mondo. L’anima funge da tramite: da un lato è rivolta verso l’unità superiore dell’intelligibile, ma per la sua cecità è portata a discendere disperdendosi nel molteplice; essa ha così una doppia natura, fonte di lacerazioni e dualismi. Le anime singole sono parti dell’Anima del mondo. L’Anima universale ha penetrato la materia vivificandola e penetrandola, ma rimanendo in se stessa unica ed indivisibile e fattore di legame per tutte le anime. Dominato com’è dall’Anima universale, il mondo ha un ordine e una bellezza perfetti. Per scoprire quest’ordine bisogna guardare al tutto nel quale trova il suo posto e la sua funzione ogni singola parte, anche quella apparentemente imperfetta o cattiva. Il vizio stesso ha una funzione utile al tutto .

Mondo intellegibile e mondo sensibile

Dio, l’Intelletto e l’Anima del mondo costituiscono il mondo intellegibile. Il mondo corporeo suppone per la sua formazione, oltre l’azione dell’Anima del mondo, un altro principio da cui derivino l’imperfezione, la molteplicità ed il male. Questo principio è la materia, concepita da Plotino negativamente, come privazione di realtà e di bene. Essa è l’oscurità che comincia là dove termina la Luce. La materia è un inganno perché in realtà è un semplice non-essere. Essa è il luogo delle presenze oscure e maligne, ma è anche indice di qualcosa di superiore: è un segnale decifrando il quale l’uomo riconosce il primato dell’uno rispetto al molteplice. Le anime umane sono decadute dalla loro condizione iniziale, nella quale erano unite all’anima del tutto e assolutamente libere dai bisogni del corpo, sino ad interessarsi eccessivamente del corpo a loro affidato, esse vivono in una condizione di dimenticanza e di lontananza dalla loro reale condizione. La necessità della dispersione scende quindi fino al punto più basso rappresentato dalla materia: anche il male in essa presente ha perciò una sua causa, perché sottostà ad una necessità cieca, ed è pertanto inevitabile; è il regno dell’apparenza e degli inganni del mondo, dal quale il filosofo cerca di risollevare gli uomini, indicando loro la via della salvezza e della libertà.

Oltre la semplice soteriologia

Lo scopo dell’uomo si configura perciò come un cammino di liberazione dalle conseguenze della caduta, e dai falsi bisogni che la eccessiva attenzione per i corpi ha imposto alle anime. Al termine di questo percorso l’anima riacquisirà il suo status iniziale, e la coscienza della propria felicità. Tutto il sapere giace già a livello inconscio nella nostra mente per una sorta di innatismo delle idee, che si risvegliano tramite il contatto coi sensi non per una nostra volontà deliberata, ma in virtù di una reminiscenza involontaria. La vera sapienza è quella che nasce dalla ragione e non dai sensi. Analogamente, il processo di emanazione che avviene per necessità dal punto più alto a quello più basso, ha il suo contraltare nella libertà dell’uomo, il quale, unico fra tutte le creature, ha la possibilità di compiere il percorso a ritroso tramite la purificazione. L’anima deve tentare di compiere quel cammino di liberazione per ritrovare la sua condizione originaria. Poiché soltanto l’anima del sapiente sa compiere però una tale ascesa, si viene a creare una profonda differenza tra i pochi eletti che riescono a raggiungere la salvezza e la moltitudine dei sofferenti che, incapaci di raggiungerla, restano ciechi alla luce.

Concezione dell'Uno e gerarchizzazione del cosmo

L’Uno è indefinibile di per sé, in quanto se definito verrebbe delimitato; ma ci si può avvicinare a Lui dicendo piuttosto ciò che l’Uno non è, eliminando tutti quegli attributi che altrimenti lo renderebbero finito: non è volontà, né atto morale, né coscienza. L’Uno è semmai ciò che rende possibile la coscienza, la quale nella forma dell’Intelletto o Noùs ci fa accorgere della realtà fenomenica. Nel neoplatonismo pagano Dio restava comunque un’entità impersonale, che si rivela indirettamente, e a cui è possibile risalire solo tramite la consapevolezza del suo contrario, cioè del falso, mentre la verità rimane qualcosa di assolutamente inconsapevole. Il pensiero neoplatonico cristiano cercherà di spiegare che noi non possiamo definire Dio in modo univoco a causa dell’inadeguatezza del nostro linguaggio. Il pensiero ermetico dice che il nostro linguaggio, quanto più è ambiguo, polivalente e si avvale di simboli e metafore, tanto più sarà adatto a nominare un Uno in cui si realizza la coincidenza degli opposti.

Un’altra tendenza sempre più marcata fu la gerarchizzazione del cosmo. Così facendo, veniva salvato al contempo l’impianto del politeismo tradizionale, e fu per questo che il neoplatonismo pagano, lottò strenuamente contro la diffusione sempre più forte della religione cristiana, contestando i presupposti teologici del pensiero della Chiesa, come la dottrina dell’incarnazione o quella della Trinità. Se ne trova eco nella polemica tra Celso e Origene, testimoninata dal Contra Celsius di quest’ultimo. La battaglia raggiunse l’apice sotto l’impero di Giuliano, che cercò di rifondare il culto pagano rileggendolo sulla base della filosofia neoplatonica. Dopo il suo fallimento, il neoplatonismo, pur battuto, continuò a sopravvivere, e arrivò a produrre alcuni dei suoi più importanti pensatori nello stesso ambito cristiano.

Diffusione del Neoplatonismo

Sant’Agostino, capostipite del neoplatonismo cristiano, ha avuto a cuore il rapporto tra la fede e la ragione, tra dubbio e verità: pur essendo due termini apparentemente antitetici, essi si conciliano l’uno con l’altro, perché non si può dubitare senza con ciò ammettere l’esistenza di una verità che si sottrae al dubbio. Alla reminiscenza platonica, inoltre, Agostino sostituì la dottrina dell’illuminazione: le idee si rivelano non per un atto deliberato dell’uomo, ma per una loro autonoma volontà. Per lui il male è non-essere, inteso come assenza di luce. In ambito cristiano il neoplatonismo conobbe notevole diffusione, soprattutto a partire dal circolo intellettuale che si era formato a Milano verso la fine del III secolo, attorno alla figura dell’arcivescovo Ambrogio: fu grazie ai contatti con il cenacolo milanese che Agostino, il futuro vescovo di Ippona e Padre della Chiesa conobbe il pensiero dei “filosofi platonici” che furono così determinanti nel suo allontanamento dal manicheismo.

Con San Bonaventura avviene un profondo cambiamento rispetto alla prospettiva pagana. L’Uno viene visto come un Dio personale, e non più come un atto impersonale che genera per necessità. La difficoltà di spiegare il processo di emanazione, cioè il motivo che spinge Dio a creare il mondo, viene superata così dall’idea dell’Amore e del dono: Dio crea perché ama. L’amore non sarebbe però identificabile con la scala dell’eros platonica, ma corrisponderebbe alla “carità” cristiana, cioè una dimensione pressoché ignorata dai Greci, a cui si aggiungeva la consustazialità delle tre ipostasi che (già con Origene) assumono un rapporto paritario: l’Uno-Padre consustanziale con il Nous-Figlio, a sua volta consustaziale con l’Anima-Spirito Santo. Prima invece, soprattutto con Plotino, la trinità Uno-Nous/Intelletto-Anima erano in rapporto di subordinazione. Con la rivalutazione “caritatevole” dell’Amore, inoltre, anche il rapporto con la materia inizia ad essere rivalutato: il Basso inizia ad avere pari valore dell’Alto, proprio perché frutto di Amore.

Una vera e propria ripresa delle idee neoplatoniche si ebbe durante il Rinascimento, e durante il quale verranno affiancate ad influenze ermetiche, magiche ed esoteriche, senza tuttavia smarrire la loro struttura logica di fondo. La rinascita del neoplatonismo fu favorita in particolare dall’influsso della cultura bizantina, grazie all’apporto di intellettuali provenienti da quell’area; la filosofia rinascimentale tuttavia non si limitò a recepire il platonismo greco, ma lo rielaborò integrandolo non solo col neoplatonismo già presente in ambito occidentale, ma anche con l’aristotelismo apportato dagli arabi . Marsilio Ficino in particolare diede vita a un’accademia con l’intento di far rivivere la tradizione neoplatonica, intesa come un percorso spirituale che partiva da Platone sino a giungere al Cristianesimo. Sul piano filosofico, venne recuperata in particolare la concezione secondo cui tutti gli aspetti della realtà materiale partecipano all’essere, con un ritorno al concetto di Anima Mundi, identificata con lo Spirito Santo della Trinità cristiana, quale principio vivificante e unificatore della molteplicità sensibile.

Nel Cinquecento, Giordano Bruno interpreta il neoplatonismo in un’ottica panteista, inquadrando la filosofia in un’ottica di Eros: secondo Bruno la verità oggettiva è tale solo quando si fa vita nel soggetto.

Nel Seicento il neoplatonismo inizia ad entrare in crisi col dualismo elaborato da Cartesio: il cogito ergo sum cartesiano proponeva l’idea di una ragione che si pone esternamente rispetto all’oggetto della sua indagine, concependo la natura come un qualcosa di inerte, svuotato di ogni coscienza animata, e dissolvendo così l’unità immediata di soggetto e oggetto. Nella ricerca della verità, cioè, il soggetto non risultava più coinvolto, e ciò inizia ad essere l’avvio per lo snaturamento dei rapporti di natura, che iniziano ad essere caratterizzati da razionalismo e non più razionalità, con la conseguente deriva del relativismo. Lo stesso farà Hegel in futuro, con cui soggetto e oggetto ridiventano, come già in Cartesio, due momenti distinti, riducendo di fatto la verità a un semplice pensato oggettivabile e quantificabile.

Ciò non vuol dire che l’idea originaria neoplatonica non rimanga viva, soprattutto in termini esoterici: con Spinoza ad esempio si ripropone l’unità immediata di essere e pensiero e si ritorna alla ricerca della verità una, così come Gian Battista Vico, anch’esso in funzione anti-cartesiana, applicò le idee platoniche alla storia, da lui concepita come uno sviluppo in divenire delle verità eterne.

Il neoplatonismo ha influito sulla cultura occidentale in maniera determinante anche se spesso velata. Costituisce però un legame tra la filosofia antica, l’età imperiale, il medioevo e l’età moderna. La sua nascita nell’ambiente fecondo della cultura ellenista ha contribuito inoltre a sviluppare un tipo di conoscenza scientifica che ha dato avvio, attraverso Archimede e gli alchimisti rinascimentali, alla scienza moderna.

Bibliografia

  • Nicola Abbagnano, Storia della Filosofia Antica, Volume I
  • Platone, Timeo
  • Giovanni Reale, Storia della filosofia greca e romana, Vol. 8, Plotino e il neoplatonismo pagano, Bompiani, Milano 2004