Pico della Mirandola

Da Esopedia, l'Enciclopedia dell'[[Ordine Martinista Antico e Tradizionale|O.M.A.T.]] per gli Iniziati.
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Biografia

Giovanni Pico della Mirandola (1463 - 1494), che pur chiudeva la sua brevissima ed intensissima esistenza (moriva a soli trentun anni di età) con la stesura delle "Disputationes in Astrologiam", cioè con una violenta presa di posizione, quasi una ritrattazione, nei confronti dell'astrologia, nella considerazione della magia come efficace e quasi indispensabile strumento di penetrazione e comprensione della natura e con essa della onnipotenza divina e insieme della centralità e originalità dell'uomo, ebbe indubbiamente comunanza di idee e consonanza di sentimenti con Marsilio Ficino. Di ciò sono documento illuminante il "De hominis dignitate", le "Conclusiones", l' "Apologia". Partiamo dalla decima Conclusione Magica, che come tutte le altre 899 Giovanni Pico, spavaldamente e solennemente si impegnava a discutere pubblicamente. In essa, infatti, rileviamo, appunto chiaramente espressa, la totale adesione alla filosofia ficiniana della "magia naturalis": "Quod magus homo facit per artem, facit natura naturaliter faciendo hominem", afferma, dunque, Pico che ciò che l'uomo - mago fa mediante la via dell'arte, la natura fa "naturalmente" facendo l'uomo. Magia è ricreare "artificialmente" (=magicamente) lo stesso processo creativo della natura. Perciò questa magia, essendo così "parte pratica della scienza della natura", è lecita e non proibita. Essa, infatti, nulla ha a che spartire con quella "in uso presso i Moderni", inconsistente priva di fondamento e verità, in quanto dovuta alle potenze delle tenebre, nemici della "verità prima", che "la Chiesa giustamente condanna". In questa esplicita dichiarazione di rifiuto della falsa magia, che fa quasi da premessa all'esternazione delle "idee sue proprie" sulla magia e sulla cabala attraverso ben 26 "Conclusiones magicae" e 72 "cabalisticae", è facile scorgere che Giovanni Pico, che pure a differenza del Ficino procederà nella esposizione senza tentennamenti e senza cercare paraventi e nascondimenti dietro questo o quell'altro autore più o meno antico più o meno autorevole, ha inteso mettere le mani avanti per mettersi al riparo da possibili fraintendimenti e dalle prevedibili reazioni di certi ambienti culturali ed ecclesiastici. E perciò, come a ribadire che la magia di cui è fautore non solo è lecita dal punto di vista della ragione e della morale, ma si muove entro la retta dottrina, nella sesta conclusione magica dirà che "non c'è opera mirabile, sia magica o cabalistica o di qualsiasi altro genere che non debba in primissimo luogo riferirsi a Dio glorioso e benedetto". A questo punto Pico può manifestare senza remore le "conclusioni" a cui studio e riflessione lo hanno portato, baldanzosamente proponendole sotto forma di "tesi" alla discussione con i dotti di tutta Italia. Ed eccolo, subito dopo aver definito nella quarta conclusione la magia parte la più nobile della scienza della natura, proclamare nella quinta, con tutto il suo giovanile entusiasmo, che "né in cielo né in terra c'è virtù potenziale e separata che la magia non possa attualizzare e unificare". In questa affermazione dell'alto valore della magia, che con scienza e arte, si volge a estrinsecare e unificare le occulte potenzialità della natura e, appropriandosene, a produrre effetti straordinari, stupefacenti, all'occhio del profano, impossibili, c'è tutto l'orgoglio dell'uomo rinascimentale di sentirsi, di essere egli stesso, proprio in virtù del suo particolare ingenium di operare mirabilia, magnum miraculum, inoppugnabile attestazione dell'onnipotenza di Dio, "la cui grazia generosamente fa quotidianamente piovere sopra gli uomini contemplativi di buona volontà acque sovracelesti di mirabili virtù". E' questo, ci pare, il senso dell' "Oratio de hominis dignitate", scritta per essere pronunziata a Roma al momento della presentazione e discussione delle 900 Tesi: l'interpretazione originale e coraggiosa delle istanze umanistiche fatte proprie dal ventitreenne Pico, che, nel mentre illustra, spiega ragioni significati procedimenti di elaborazione, si fa carico di annunciare il grande progetto, che era nelle aspirazioni del Ficino e negli auspici di tanti nobili spiriti di quel tempo, di una concordia generale sui temi scottanti della possibilità di accordare le nuove tendenze della cultura con la tradizione, la libertà dell'individuo con l'autorità della Chiesa, i valori della civiltà pagana con quelli del cristianesimo. Nello specifico del nostro discorso, accordo tra le teorie e le pratiche magiche, cui non pochi spiriti speculativi e contemplativi si volgono a soddisfazione del bisogno di conoscenza e verità, dell'ansia religiosa di glorificazione dell'opera meravigliosa della Creazione, con i dettami della Scrittura e il Magistero della Chiesa; tra la prisca sapienza e del santo teurgo Mercurio Trismegisto, l'egiziano, la cui filosofia magica e religiosa Pico a suo modo aforisticamente accoglie in 10 specifiche Conclusioni, e del mitico poeta e cantore Orfeo, "dei cui inni nulla c'è di più efficace per le operazioni di magia, sempre che si applichino la dovuta musica, le giuste disposizioni d'animo e tutte le altre condizioni che i sapienti conoscono", con la dottrina del Vecchio e del Nuovo Testamento. Su questa scia il Pico, tutto preso a decantare eccellenza e bontà della magia, arriva a dire "temerariamente" che "non c'è scienza che più della magia e della cabala ci faccia certi della divinità di Cristo". Qui vediamo introdursi, non come variabile, bensì come costante e fondante, nel sistema pichiano un elemento nuovo: la Cabala. Ecco, infatti, che già nella quindicesima Conclusione magica si dice che "assolutamente inefficace è l'operazione magica quando non abbia annessa, implicitamente o esplicitamente, l'opera della Cabala". La magia naturalis del Ficino, accolta dal Pico, diventa magia cabalistica. Questo connubio più complesso tra magia e cabala, al Pico dovette sembrare più consono all' auspicato progetto di pax, stante che alla conciliazione o armonizzazione non si tendeva più con un rapporto diretto tra paganesimo e cristianesimo, tra Ermete e Cristo, ora che interveniva, a intermediare, l'ebraismo, una religione che col Vecchio Testamento aveva le stesse radici di quella cristiana. Dunque Ermete - Mosè - Cristo. Allora, se la magia naturalis del Ficino poggiante su caratteri e figure (immagini) era astrologica talismanica e visiva, quella del Pico, poggiante su numeri e nomi (lettere) diviene magico - simbolica. Così Pico "sentenzia", sempre nelle Conclusioni magiche: "Dai principi più riposti della filosofia bisogna ammettere che nell'opera magica caratteri e figure possono più di quanto qualsiasi qualità materiale" (Conclusione n.24); "Come i caratteri sono propri dell'opera magica, così i numeri sono propri dell'opera cabalistica e tra gli uni e gli altri si inserisce come medio l'uso delle lettere" (Conclusione n.25). E' questo il passaggio, in un raffronto fino a qui di equivalenza, da semplice magia naturalis a magia cabalistica. Per sé prese, però, dichiara Pico, la Cabala è superiore alla magia: "Come per l'influsso del primo agente, se esso influsso è speciale e immediato, avviene qualcosa che non è attingibile per la mediazione delle cause, così per l'opera della Cabala, se è Cabala pura e immediata, avviene qualcosa a cui nessuna magia può pervenire" (Conclusione n. 26). Nella struttura delle "Conclusiones", quasi a significare un percorso, troviamo 47 "Tesi secondo la dottrina dei sapienti della Cabala" a fronte di 10 "Tesi secondo la dottrina di Mercurio Trismegisto", 72 "Tesi sulla Cabala secondo opinione propria" a fronte di 26 "Tesi sulla magia secondo opinione propria". E l'ultima delle 72 Conclusioni cabalistiche, che poi è l'ultima di tutte le Conclusiones, così conclude: "Come la vera astrologia ci insegna a leggere nel libro di Dio, così la Cabala ci insegna a leggere nel libro della Legge". La grande novità del Pico, così, è nell'avere scoperto, evidenziandone l'enorme portata etica e religiosa, la sacralità della Cabala ebraica averla intesa come uniforme allo spirito della dottrina cristiana, averla a pieno titolo introdotta nell'alveo della cultura filosofico - religiosa europea. Il Pico, però, poiché vive e pienamente interpreta il comune sentire rinascimentale dell'uomo - mago, mentre eleva ad altissima dignità la Cabala, considerata superamento e perfezionamento della magia, nobilita la magia stessa in quanto espressione pratica della scienza astrologica nella lettura del Gran libro dell'universo ed essa stessa operatrice di "cose divine". In piena Controriforma, Giordano Bruno di Nola (1548-1600), forse la massima voce della coscienza critica rinascimentale, spinto da una forte e sentita esigenza di rinnovamento religioso, oltre che morale e politico, non esitò a dichiarare toto corde le sue simpatie per la tradizione ermetica, ripresa e promossa da Ficino nel Quattrocento, e persino, sulle orme di Agrippa, a fare libera e aperta professione di occultismo, se non praticando, impegnandosi a fondo in una teorizzazione della magia, come essenza costitutiva dell'essere umano e del suo rapporto con l'Assoluto. Considerare questo ardente riformatore, per tanti versi anticipatore di valori moderni, da quest'angolazione non deve significare misconoscimento e sottovalutazione dei suoi grandi meriti storico - culturali e delle sue ardite conquiste concettuali. Si vuole, infatti, correttamente, sottolineare come anche in un robusto pensatore quale egli fu la nozione d'irrazionale, in quanto propria dell'essere più interno e genuino dell'uomo abbia giocato un ruolo non secondario nel suo modo di sentire e meditare, oltre che di vivere e operare. Così guardando all'opera di Bruno, rivediamo lo sforzo costante, in uno con quello del ribadire (senza però l'intento ficiniano di cristianizzarla) la grande validità della tradizione ermetica pagana, di riaffermare l'importanza di quell'arte magica che fu propria di quei popoli antichissimi e in particolar modo della antichissima civiltà egiziana, con i suoi riti e culti religiosi, con la sua cabala, che precedette quella ebraica. Ermete Trismegisto, infatti, ripete Bruno, è più antico di Mosè. Al riguardo leggiamo, per esempio, nel De magia ("Opera latine conscripta" - J. Bruni Nolani, a cura di Tocco e Vitelli, Firenze 1849, III, pp.411 - 412): "Tali erano presso gli Egizi le lettere più convenientemente definite, che si chiamano geroglifici o caratteri sacri. Per le singole cose da designare essi avevano determinate immagini desunte dalle cose della natura o da parti di esse. Scritture e voci di tal genere gli Egizi usavano per stabilire colloqui con gli dei allo scopo di effettuare cose mirabili. E così oggi i maghi, a somiglianza di quelli, costruite immagini, descritti caratteri e cerimonie, che consistono in certi gesti e culti, mediante cenni determinati esplicano i loro voti". Bruno, perciò, propendendo verso la magia, si richiamò sì al caposcuola dell'ermetismo magico rinascimentale, cioè al Ficino, del quale in più luoghi del De magia sembra ripetere concetti e teorie (influssi astrali, efficacia delle immagini e del canto etc.) quali si leggono nel De vita coelitus comparanda, ma guardò con grande ammirazione e riverenza, spesso pedissequamente seguendolo, soprattutto al vero fondatore dell'occultismo rinascimentale, cioè ad Agrippa.


Opere di Pico della Mirandola

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