Ramana Maharshi

Da Esopedia, l'Enciclopedia dell'[[Ordine Martinista Antico e Tradizionale|O.M.A.T.]] per gli Iniziati.

Biografia

PREMESSA

«Sono nato a Tiruchuzi (Tirucculi), un villaggio del distretto Ramnad, il 30 dicembre del 1879. Sotto ispirazione Divina ho lasciato, per il bene, la mia casa nativa all’età di diciassette anni alla ricerca di Arunachala e sono giunto a Tiruvannamalai nel 1896». Così si apre il testamento di uno dei più grandi Maestri dell’india moderna. Sedere accanto a questo Maestro - qualcuno ha scritto - portava alla consapevolezza che noi non siamo completamente uomini, in quanto l’umanità si realizza nella sua pienezza proprio quando, come nel suo caso, la natura umana diventa simbolo e tempio della Perfezione spirituale.

Ramana viene considerato un «tracciatore di sentieri». La Ghita dice che l’umanità non viene mai lasciata orfana e che il Mistero supremo trova sempre un vaso dove risuonare in modo intelligibile a quelle orecchie ben disposte all’ascolto. Ramana è uno di questi centri di risonanza e, in epoca moderna, ha indicato una via diretta alla realizzazione basata sulla sua esperienza della Realtà suprema, eccezionale in quanto si presentò a lui non cercata, né voluta.

«Fu all’incirca sei settimane prima di lasciare per sempre Madura che avvenne il grande cambiamento nella mia vita. Fu improvviso. Sedevo tutto solo in una camera al primo piano della casa di mio zio. Era raro che mi ammalassi, e quel giorno la mia salute era perfetta, ma all’improvviso fui colto da una violenta paura della morte. Non c’era nulla nel mio stato di salute che potesse giustificarla, e non cercai di spiegarla né di scoprire se ce ne fosse un qualche motivo. Sentii solo: “Sto per morire” e cominciai a pensare al da farsi. Non mi venne in mente di consultare un dottore, i miei familiari o i miei amici; sentì che dovevo risolvere il problema da solo e subito. Lo shock della paura della morte spinse la mia mente verso l’interno e dissi fra me, senza formulare effettivamente le parole: “Ecco è venuta la morte; ma cosa significa? Che cos’è che sta morendo? È il corpo a morire”. E subito rappresentai la scena della mia morte. Mi adagiai con le membra stese rigidamente, come se fosse già cominciato il rigor mortis, e imitai un cadavere per dare maggiore consistenza alla ricerca. Trattenni il respiro e le labbra serrate, affinché non potesse sfuggirne alcun suono, né potesse essere pronunciata la parola “io” o qualsiasi altra. “Bene”, dissi fra me, “questo corpo è morto. Sarà portato al campo crematorio e là bruciato e ridotto in cenere. Ma con la morte di questo corpo io sono morto? Il corpo è l’io? È silenzioso e inerte, ma sento tutta la forza della mia personalità e perfino la voce di quell’”io” dentro di me, indipendentemente da esso. Così, io sono lo Spirito che trascende il corpo. Il corpo muore, ma lo Spirito che lo trascende non può essere toccato dalla morte. Ciò significa che io sono lo Spirito immortale”. Tutto questo non era uno smorto pensiero; lampeggiava vivido in me come viva verità che percepivo direttamente, quasi al di là del processo cognitivo. L’“Io” era qualcosa di molto reale , la sola cosa reale in quello stato, e tutta l’attività conscia associata al mio corpo era incentrata su quell’“io”. Da quel momento in poi l’“io” o Sé concentrò l’attenzione su sé stesso in maniera potente e affascinante. La paura della morte era svanita una volta per tutte. Da allora in poi l’assorbimento nel Sé continuò ininterrottamente. (» . Ramana colse fin dalla prima giovinezza il frutto più elevato ricercato dai grandi saggi di ogni tempo, la diretta conoscenza (jnana) del senza una lunga sadhana preliminare, senza alcuna iniziazione o insegnamento. Quando successivamente incontrò il Vedanta Advaita, trovò che essa descriveva proprio il suo stato coscienziale e la sua esperienza.

«Non avevo letto nessun libro eccetto il Periapuranam, la Bibbia e brani del Tayumanavar o Teravam. Il mio concetto di Ishvara era simile a quello trovato nei Purana; non avevo mai sentito parlare di Brahman, Samsara, ecc. Non sapevo ancora che c’è una Essenza o Reale impersonale alla base di tutte le cose e che Ishvara e io siamo identici a essa. Più tardi, a Tiruvannamalai, quando ascoltai la Ribhu Gita e altri libri sacri, appresi tutto ciò e trovai che i libri analizzavano e denominavano ciò che io avevo sentito intuitivamente senza analisi né nomi».

La sperimentazione della Realtà esternamente ai lignaggi tradizionali, il riconoscimento da parte di questi, il riconoscimento di Ramana che questi lignaggi insegnavano la sua stessa esperienza, dimostra che la conoscenza tradizionale è viva e può mostrarsi ovunque, a prescindere dai lignaggi attivi e riconosciuti, anche se l’eccezionalità dell’esperienza del Maharshi sembra confermarci la rarità di questa possibilità. La grandezza di Ramana sta, forse, anche in questo: da un lato ha riconosciuto l’autorità della tradizione non duale, pur non formandosi all’interno della stessa, dall’altro ha lasciato una traccia indelebile di libertà per ogni ricercatore, come lui, chiunque sia determinato a realizzare la propria natura ultima può giungere al successo, quale che sia l’etnia, la religione, la filosofia, la cultura di appartenenza.

Vediamo come Osborne considerò il medesimo argomento:

«Fu quindi un nuovo e integrale sentiero che il Maharshi aprì a coloro che si rivolgono a lui. L’antico sentiero della ricerca del Sé era puro jnana-marga, che poteva essere seguito in silenziosa meditazione dall’eremita, e in più era stato considerato dai Saggi inadatto a questo kali-yuga, questa età spiritualmente oscura in cui viviamo. Ciò che Bhagavan fece non fu tanto ripristinare il vecchio sentiero quanto crearne uno nuovo adatto alle condizioni della nostra età, un sentiero che può essere seguito in città o in casa non meno che in una foresta o in un romitaggio, con un periodo di meditazione ogni giorno e il costante ricordo durante le attività della giornata, con o senza il sussidio di osservanze esterne » .

Se molti ritengono che Ramana riconobbe il Vedanta come una descrizione della sua esperienza, alcuni suoi devoti reputano che in una certa misura non collimi perfettamente con l’Advaita Vedanta, ma piuttosto che si sia allontanato da Shankara. A una domanda del celebre orientalista Oliver Lacombe se il suo insegnamento fosse quello di Shankara, da buon advaitin rispose:

«L’insegnamento del Maharshi è solo un’espressione della sua esperienza e della sua realizzazione. Altri ritengono che collimi con quello di Sri Shankara». La figura del Maharshi non può venire compresa solo da un punto di vista metafisico, né può venire compresa solo da un punto di vista devozionale considerando la venerazione dei suoi devoti. Un maestro spirituale, un saggio rishi, un santo, un filosofo… egli era tutte queste cose e, per certi versi, molto di più. Agli occhi di un devoto, la saggezza era solo un aspetto, quasi un accessorio che trapassava senza soluzione di continuità nella santità più elevata. I fatti terreni della vita di Ramana servono come semplice cornice in cui incastonare l’essenziale del suo insegnamento spirituale, così come è stato tramandato da quei devoti che ne hanno trascritto le parole, non di rado, riviste dallo stesso Ramana. Occorre però ricordare che è solo un guscio esterno, transitorio rispetto alla essenza che Ramana è. Il vero Ramana, ciò che incuteva una profonda devozione e dedizione alla sua figura, che a oltre cinquanta anni dalla sua morte richiama ogni anno migliaia di aspiranti occidentali e orientali, non era certo il suo corpo di carne e ossa, ma ciò che lo abitava. L’Assoluto che si manifestava in quel corpo da cui irradiava nello spazio circostante e che ha portato più di un devoto a credere che il semplice sedere accanto a lui bastasse per avvicinarsi al porto della liberazione ultima. Vicino a lui i devoti più intimi, quasi portati da una mano possente e silenziosa, si immergevano nel samadhi con straordinaria semplicità. La fama della sua santità è stata tale che alcuni gli inviavano le cartoline postali con la descrizione delle proprie afflizioni, nella convinzione che sarebbe bastato che le cartolina fossero portate alla sua attenzione e ogni affanno si sarebbe dileguato. A Ramana è stato avvicinato da potenti, Raja e Maharani, grandi dotti dell’oriente e dell’occidente, alcuni suoi discepoli erano dei veri e propri maestri con un proprio seguito di numerosi discepoli. Da lui si è recata gente di infima casta, paria, davanti a lui è passata una folla immensa di umanità anche solo per uno sguardo. Non solo esseroi umani, ma animali, mucche, volpi, scoiattoli si sono approcciati a Ramana e Lui mediante il semplice essere sé stesso ha impartito un insegnamento spirituale impareggiabile; si narra addirittura il caso di una mucca, Lakshmi, che ottenne prima il samadhi e infine la liberazione. Ramana è una figura dell’india moderna, abbiamo di lui foto, film, registrazioni dei suoi discorsi, gli inni di lode al sacro monte di Aruna, le istruzioni lasciate ai discepoli e i loro ricordi. Ramana è una pietra miliare della storia del mondo, una di quelle figure che il mito tramanda coem fondatori, in epoche buie, di quelle sorgenti di luce che oggi illuminano il mondo.

IL PRINCIPIO

Bhagavan Sri Ramana Maharshi. Bhagavan è un vocativo che significa beato, santo ed il è titolo con cui ci si rivolge al Signore, agli dei, semidei o santi. Maharshi è termine Tamil che rende il sanscrito maharishi che è un nome composto da maha, grande, e rishi, veggente. I rishi sono coloro che nella tradizione indiana hanno contemplato il Veda , la sapienza essenziale e che hanno poi redatto le scritture sacre in base a ciò che avevano contemplato. Ramana è abbreviazione di Venkataraman che è il nome con cui familiarmente ci si rivolgeva a Ramana che formalmente era stato chiamato Venkateshwaram in onore alla divinità a cui era devota la famiglia. Alcuni si rivolgono a Ramana premettendo al nome la particella Srì che significa prosperità, fortuna; anche santo, benedetto, appellativo che vien dato ai Maestri (Glossario sanscrito ed. Vidya). L’uso di Sri, Bhagavan e Maharshi per rivolgersi a Ramana indicano l’altissima considerazione che avevano di lui i devoti.

Venkataraman nacque il 30 dicembre del 1879 a Tirucculi nel Tamil Nadu, nel sud dell’India. Suo padre si chiamava Sundaram Aiyar, la madre Alagammal aveva un fratello maggiore Nagasvami, un minore Nagasundaram e una sorella Alamelu. La sua famiglia apparteneva alla casta dei brahmini e il padre che aveva iniziato come aiutocontabile, col tempo era diventato avvocato nel tribunale locale. . Sundaram non aveva un titolo riconosciuto per esercitare il patrocinio legale ma a dispetto di ciò aveva una ottima pratica giuridica ed era molto rispettato nella sua comunità. Venkataraman visse a Tirucculi fino ai suoi dodici anni, quando alla morte del padre, la madre e la famiglia si trasferirono a Madurai sotto la protezione dello zio Subbayyar Aiyar.

Nella famiglia di Ramana, si narra che gravi una sorta di “maledizione”, perché uno degli avi trattò male un samnyas che predisse, a ristoro dell’offesa, che ad ogni generazione, la famiglia avrebbe visto uno dei suoi componenti abbracciare la samnyas.

Ramana era un ragazzo come gli altri, non particolarmente propenso allo studio, attratto dallo sport, dal pugilato e dal nuoto. L’unica stranezza che mostrava era un sonno particolarmente profondo oltre a una memoria eccezionale. I suoi compagni durante il giorno temevano di affrontarlo ma di notte, profittando del suo sonno profondo , se volevano vendicarsi lo percuotevano sonoramente e lui non si accorgeva di nulla. Qualche volta lo trasportarono in un altro posto e lo abbandonavano là ancora dormiente. Un’altra sua particolare caratteristica era una grande fortuna che gli fruttò il nome di “Tangakai”, Colui che ha le mani d’oro.

L’esperienza della morte e il sorgere della consapevolezza del sé, verso i sedici anni, lo trasformarono profondamente e immediatamente.

«Tu mi hai nascosto tutta la conoscenza del conseguimento graduale, mentre vivevo nel mondo, e mi hai dato la pace …» .

Per un po’breve finse di adempiere ai suoi doveri, comportandosi secondo le istanze di chi lo circondava, profittando di ogni minuto di tempo libero per immergersi nella profondità del suo Essere. La sua coscienza della percipienza faticava a restare desta, senza sciogliersi nel Quarto.

Non ci volle molto perché in lui maturasse il senso dell’inutilità per quel che faceva, dell’inadeguatezza della sua attuale condizione terrena. Per punizione gli era stato dato da ricopiare per tre volte una lezione di grammatica. La ricopiò per due volte, quando si accinse a farlo per la terza volta si rese conto della inutilità di quel che stava facendo e si immerse in sé stesso. Il fratello maggiore che lo osservava disse «A che serve tutto questo a uno così?». Queste parole furono per Ramana la molla che fece scattare la decisione di abbandonare la vita quotidiana con i doveri di figlio e studente. Venkataramam in cuor suo matura il distacco totale. In India si parla degli stadi della vita umana, il primo è quello di studente, il secondo è del capo famiglia, il terzo dell’anacoreta e l’ultimo è quello del samnyasin, il rinunciante, colui che è distaccato da tutto e pur vivendo nel mondo non è del mondo. Questi stadi di vita dovrebbero essere un percorso graduale, mentre Ramana passò direttamente dalla condizione di studente a quella di rinunciante, senza alcuna investitura formale, a seguito di una improvvisa maturazione della sua coscienza.

«Sono stato veramente fortunato a non dedicarmi mai a quella (la filosofia). Se l’avessi fatto, probabilmente mi sarei perduto; ma le mie inerenti tendenze mi condussero direttamente a domandarmi: “chi sono io?”» .

Quando espresse la sua intenzione di rinunciare a tutto per dedicarsi all’ascesi non fu preso sul serio.

Durante la sua vita, Ramana scrisse alcuni inni di lode ad Arunachala, né si allontanò mai da essa. In uno dei suoi inni canta:

«Fin dalla mia infanzia si rivelò alla mia comprensione che Arunacala era qualcosa di grandissimo. Anche quando venni a sapere da un altro che era Tiruvannamalai, non ne compresi il significato».

Si richiama ad un episodio immediatamente precedente alla sua esperienza del Sé. Avendo chiesto ad un parente in visita da dove venisse, alla risposta “Da Arunachala”, il cuore di Ramana vibròinspiegabilmente e la sua anima si accese di gioia. Il 29 agosto del 1896 Ramana disse al fratello, che si sarebbe recato ad assistere ad una lezione, il fratello lo pregò di prendere i soldi necessari per pagare la retta della scuola. La zia gli consegnò i soldi per la retta, Ramana ne prese solo una parte, tre rupie, e si diresse verso la stazione ferroviaria. La famiglia era completamente all’oscuro delle sue decisioni. Fuggì, scappò da casa senza dire nulla, lasciando solo un biglietto, attratto da un potentissimo magnete, il sacro monte Arunachala. Il biglietto tutt’ora è conservato al Ramana Ashramam:

«Io sono andato da questo luogo per cercare mio Padre come Egli comanda. È impresa degna. Pertanto, nessuno si addolori per ciò che questo ha fatto. È inutile spendere denaro per cercare questo. La retta non è stata ancora pagata: sono state lasciate due rupie».

Ramana consultò un vecchio atlante ferroviario e chiese il biglietto per la stazione più vicina a Tiruvannamalai. Se si fosse informato avrebbe scoperto che il treno arrivava fino a Tiruvannamalai e che il biglietto costava proprio le tre rupie in suo possesso. Scese a Viluppuram pensando di fare l’ultimo tratto a piedi. Pranzò in un albergo e, al momento di pagare, l’oste gli chiese quanto denaro avesse con se. Ramana disse che aveva solo due anna, l’oste non volle essere pagato e gli diede indicazioni per arrivare a Tiruvannamalai. Ramana prese il treno per Mambalappattu un villaggio prossimo a Tiruvannamalai. Camminò per dieci miglia e si fermò nel tempio di Arayanunallur. Mahadevan riporta che qui ebbe la visione di una fulgida luce che avvolgeva l’intero luogo e che, svanita la visione, si immerse in meditazione. I sacerdoti lo scossero al momento di chiudere il tempio, così li seguì. Arrivati a un altro tempio, tre miglia più avanti, si immerse nuovamente in meditazione. Ancora una volta i sacerdoti lo scossero per mandarlo via. Il tamburino del tempio, commosso, gli cedette la sua razione di cibo.

Il mattino seguente riprese il cammino e alla fine, dopo aver molto camminato, pensò di vendere i suoi orecchini d’oro per procurare il denaro per il resto del viaggio e per un po’ di cibo. Si fermò davanti a una casa di un certo Muthukrishna Bhagavatar. Ricevette del cibo dalla padrona di casa e chiese a Bhagavatar di impegnare gli orecchini, gli disse che valevano venti rupie ma che a lui, per completare il pellegrinaggio, non occorreva tanto denaro, sarebbero bastate solo quattro rupie. Il Bhagavatar accettò gli orecchini e diede a Ramana la somma richiesta con una ricevutaper riscattarli. Ramana appena lasciata la casa del Baghavatar strappò il biglietto.

Prese il treno al mattino e l’uno settembre 1896 arrivò, finalmente, a Tiruvannamalai, dove raggiunse il grande tempio di Arunachalashvara. Alcuni, come Mahadevan, narrano che entrò nel sancta sanctorum del tempio e lì adorò il Lingam, dato che tutte le porte erano aperte ma il tempio era completamente vuoto. David Godman dice che abbracciò il lingam. Godman dice che il tempio era vuoto perché le porte erano chiuse e che si aprirono miracolosamente di fronte al giovane Ramana. Godman ricorda che il sacrario interno è sigillato da una massiccia serratura e che l’accesso al lingam è interdetto a chi non è addetto alle funzioni religiose che si trasmettono per via ereditaria. Queste circostanze non avrebbero avuto l’approvazione di essere pubblicate da Ramana sia perché egli non ha mai dato peso agli eventi soprannaturali che si verificavano accanto a lui, sia perché il suo abbraccio agli occhi dei sacerdoti del tempio sarebbe stato considerato un atto contaminante il Lingam e sarebbe stata necessaria la sua riconsacrazione. L’abbraccio con il Lingam avrebbe avuto l’effetto di placare un forte senso di bruciore nel corpo di Ramana che aveva iniziato a sentire fin dal momento della sua illuminazione.

Da allora, fino alla sua morte, Ramana non si allontanò mai da Tiruvannamalai. Anni dopo, ricordando ciò che gli era accaduto nei primi anni, disse che all’inizio pensava che lo avesse colto una strana pur se piacevole malattia e sperava che non avrebbe dovuto essere ricoverato a causa di essa. Un altro pensiero era che poteva trattarsi di una sorta di possessione da parte di qualche spirito. Lo spirito che l’aveva chiamato a sé, esercitando una “attrazione misteriosa”, per lui era la sacra montagna di Arunachala.

«Oh, grande prodigio! Sta come un monte insensibile. Per chiunque è difficile capire la sua azione. Fin dalla mia infanzia si rivelò alla mia comprensione che Arunacala era qualcosa di grandissimo. Anche quando venni a sapere da un altro che era Tiruvannamalai, non ne compresi il significato. Quando, acquietando la mia mente, mi chiamò a sé, e io mi avvicinai, scoprì che era l’inamovibile» .

TIRUVANNAMALAI

Paul Brunton in «India segreta» narra del suo incontro con il Maharshi e scrive :

«Con tre rupie in tasca e senza conoscere niente del mondo, cominciò il viaggio verso l’interno del sud. I sorprendenti incidenti che avvennero durante il viaggio provano decisamente che era guidato e protetto da qualche misterioso potere. Quando infine giunse a destinazione era completamente povero e fra gente assolutamente estranea. Ma il sentimento della rinuncia totale ardeva intensamente dentro di lui. Allora fu tale il disprezzo del giovane per ogni proprietà terrena che gettò via i suoi abiti ed assunse la posizione meditativa completamente nudo dentro al recinto del tempio. Un sacerdote lo notò e si lamentò con lui, ma senza successo. Sopraggiunsero altri sacerdoti scandalizzati e solo dopo sforzi violenti riuscirono ad ottenere una concessione dal giovane: acconsentì ad indossare un semiperizoma, e da quel giorno è tutto ciò che indossa».

Ramana giunse ad Tiruvannamalai, ai piedi del sacro monte di Arunachala, il 1 settembre del 1896 e da lì, per tutta la durata della sua parabola terrena, mai si allontanò.

Ramana trascorse i primi anni nell’ambito del grande tempio di Tiruvannamalai. Dapprima nella immensa sala in pietra con il tetto, pure in pietra, sorretto da molte colonne accanto alla torre orientale del tempio di Arunacaleshvara. (VERO NOME SALA MILLE COLONNE)

Ramana stava seduto immerso in meditazione senza dar segni di vita e questo attirò l’attenzione di alcuni giovinastri che gli giravano attorno e gli lanciavano sassi. Dopo qualche settimana si trasferì in un sacrario abbandonato sotto la sala. Ramana in questo sacrario raggiunse le estreme vette dell’ascesi. Insensibile agli stimoli esterni, non distinguendo nella oscurità del sacrario il giorno dalla notte, il suo corpo si riempì di punture di insetti e formiche, il sangue e il pus uscendo dal dorso e dalle cosce macchiavano il pavimento e il muro a cui si poggiava. I giovinastri scoperto dove si era trasferito continuarono a molestarlo lanciando pietre.

«Non conoscevo nulla, non avevo appreso nulla prima di venire qui. Un misterioso potere prese possesso di me e realizzò una completa trasformazione. Non conoscevo nulla e né avevo pianificato alcunché. Quando lasciai la mia casa a diciassette anni ero come una briciola spazzata via da una tremenda alluvione. Non ero consapevole del mio corpo o del mondo, se fosse giorno o notte. Mi era difficile persino aprire gli occhi. Le sopracciglia sembravano incollate giù. Il mio corpo divenne scheletrico. I visitatori avevano pietà per il mio stato ma non erano consapevoli quanto fossi pieno di beatitudine. Fu solo dopo anni che io incontrai il termine Brahman quando mi capitò di leggerlo nei libri sul Vedanta che mi erano stati portati. Sorridendo dissi a me stesso: “Ah è conosciuto come Brahman”».

L’assorbimento continuo di Ramana nel Sé, l’aveva fatto notare da un sadhu di nome Sheshadri che iniziò a prendersi cura di lui, cacciando i molestatori che iniziarono così a dileggiare pure lui. Un giorno Venkayachala Mudali vide i giovinastri lanciare dei sassi all’interno del sacrario, così li prese a bastonate scacciandoli dal tempio. Sheshadri uscì dal sotterraneo assicurando senza alcuna ferita e condusse Mudali a vedere Ramana immerso nella contemplazione del Sé. Aiutato da altri spostò il corpo di Ramana in un sacrario dedicato a Subrahmanya. Ramana durante i due mesi che restò in questo sacrario veniva nutrito a forza da un sadhu, Mauni Svami, che viveva lì. Il sadhu, dava a Ramana la poltiglia risultato della Puja alla statua di Parvati, a base di acqua, latte, frutta schiacciata, curcuma e altro con cui si compie il lavaggio cerimoniale. Ramana poi si spostò nel giardino del tempio sistemandosi sotto un albero. Man mano che passavano i tempi sempre più persone in pellegrinaggio a Tiruvannamalai notavano quel giovane asceta immobile sempre immerso nel silenzio. A poco a poco altri sadhu iniziarono ad occuparsi di lui, sperando in una istruzione superiore, il suo corpo era piagato dagli insetti, i suoi capelli non curati.

« [...]mi avreste dovuto vedere a Gurumurtham: ero solamente pelle e ossa, con tutte le ossa che mi uscivano di fuori, l’osso del collo, le costole, e le anche. Non si vedeva piu lo stomaco: stava per congiungersi con la schiena, tanto si era ritirato [...] le mie unghie erano cresciute di un pollice e avevo un jata fluente e lungo (capelli lunghi coperti di stuoie) e solevo dire alle persone con cui parlavo che ero molto vecchio in anni, sebbene così giovane all’apparenza, e che ero così da secoli!» (Muliadar)».

La sua fama ormai si era così diffusa che i devoti arrivavano in massa, così occorse qualcuno che li disciplinasse. Fu allora che si unì al giovane saggio Palaniswami, un discepolo che rimase al suo servizio per oltre vent’anni. Mentre era al Gurumurtam i devoti di Ramana volevano rendergli una Puja, cioè venerarlo come un simbolo del Divino. Ramana veniva chiamato Brahmana Svami perché lo stato di continuo samadhi e silenzio non aveva permesso ad alcuno di sapere chi fosse. Quando comprese le intenzioni dei devoti, espresse il suo disappunto con un pezzo di carbone, scrivendo sul muro accanto, in tamil: «Questo è l’unico servizio richiesto per questo». I devoti capirono che il giovane asceta accettava come servizio solo il cibo che consumava. Fu allora che i devoti scoprirono che il saggio sapeva scrivere, così lo interrogarono sul suo nome e sulle sue origini. Ramana rimase in silenzio fino a quando un devoto minacciò di digiunare e non andare a lavorare fino a quando non lo avesse svelato. Ramana infine cedette e preso un pezzo di carta, scrisse in inglese «Venkataraman, Tiruchuzi». Così i devoti scoprirono oltre al suo nome e da dove veniva anche che conosceva l’inglese.

Palaniswami e Ramana si trasferirono poi in un bosco di manghi di un devoto per evitare le troppe folle che disturbavano il giovane asceta, fu messo un custode con le precise istruzioni di impedire l’accesso senza il consenso di Ramana. Fu qui che Ramana, grazie a Palaniswami, lesse le scritture del vedanta. Questi si recava alla biblioteca e presi in prestito libri sul Vedanta se li faceva spiegare da Ramana. Ramana scoprì che i libri portati da Palaniswami descrivevano quanto lui aveva esperito. Dal bosco di alberi di mango si trasferì presso un piccolo tempio e qui già aveva riacquisito la percipienza che gli permetteva di essere cosciente anche del mondo circostante, così inizio a fare la questua per il cibo e cercò di congedare Palaniswami: «Tu vai per la tua strada a mendicare il tuo cibo, e io andrò per un’altra. Non viviamo insieme». Ramana si metteva di fronte a una casa e batteva le mani e mangiava per strada quello che gli veniva offerto. Palaniswami, obbedì per la questua, ma la sera ritornava dal Maestro.

«A proposito di questo, G. V. S. chiese a Bhagavan dei suoi primi giorni, e se fosse mai andato in giro per la questua. Allora Bhagavan riferì come fosse stato il padre di T. P. Ramachandra Aiyar che per primo lo condusse con la forza a casa sua e l’alimentò, e come la prima volta che elemosinò un po’ di cibo, fu dalla moglie di Chinna Gurukal. Seguì col dire come dopo chiese liberamente l’elemosina in pressoché tutte le strade di Tiruvannamalai. Poi disse: «Non puoi nemmeno immaginare la maestà e la dignità che sentivo mentre chiedevo l’elemosina. Il primo giorno, quando bussai dalla moglie di Gurukal, mi sentivo un po’ a disagio, era ovviamente il risultato di abitudini e di educazione, ma dopo quella volta non mi sentii più affatto umiliato. Mi sentivo come un re e più di un re. Qualche volta ho ricevuto in qualche casa della vecchia farina d’avena e l’ho mangiata senza sale o qualsiasi altro condimento, per strada, all’aperto, di fronte a grandi pandit e altri uomini importanti che venivano e si prostravano di fronte a me e al mio Asramam; poi mi asciugavo le mani sulla testa e continuavo a camminare, estremamente felice e in un stato mentale in cui perfino un imperatore era come paglia o strame alla mia vista. Non puoi immaginarlo. È perché esiste questo sentiero (marga) che noi possiamo trovare nella storia, episodi di re che danno via i loro troni, intraprendendo questo percorso».


La rivelazione del nome e del luogo di provenienza indirettamente permise alla famiglia di rintracciarlo. Durante un funerale, due anni dopo la sua sparizione, lo zio seppe di un asceta di nome Venkataraman di Tirucculi. Lo zio seguì quella voce scoprendo che l’asceta che viveva nel bosco di manghi era proprio il nipote. Il guardiano del boschetto non gli permise di avvicinarlo, ma acconsentì di recapitargli un biglietto. Lo zio non aveva né inchiostro né penna, pertanto scrisse il suo messaggio usando un ramoscello per penna e il succo di un pruno selvatico come inchiostro. Quando fu poi ricevuto, tentò di convincerlo a tornare a casa dicendo che non lo avrebbero più ostacolato nella sua vocazione ascetica, il giovane rifiutò e compreso che era un diniego insormontabile scrisse alla madre di Ramana di averlo trovato e fece ritorno a Manamadurai. «Quando mio zio Nelliappa Aiyar venne a trovarmi, ero nel Mango Tope vicino a Gurumoortham. La via più breve, per arrivarci dalla stazione, passava attraverso un luogo dove viveva uno Swami. Mio zio era preoccupato per me, che avevo da poco lasciato la scuola e quindi difficilmente potevo conoscere la religione o le verità spirituali, chiese allo Swami se io realmente conoscessi qualcosa della via sulla quale mi ero avviato. Lo Swami disse a mio zio che non sapevo nulla, ma che sedevo ad occhi chiusi, in un modo fermo ed ostinato, facendo una specie di hata yoga. Mio zio credeva che non fosse possibile concludere qualcosa di valido sul percorso spirituale senza leggere i Vedanta Sastra, così rafforzò la sua misera opinione nei miei confronti, provando soltanto pietà. Quando già vivevo alla caverna di Virupakshi, un giorno stavo spiegando la quarta stanza del Dakshinamurti Stotra ad un giovane, che era solito venire spesso da me e mi aveva chiesto di spiegarglielo. In quei giorni stavo generalmente in silenzio e la gente pensava che stessi facendo mauna. Mio zio apparve all’improvviso e mi colse durante la spiegazione. Rimasi esitante per un momento, non sapendo se continuare a parlare o osservare il mauna. Ma, vedendo che mio zio aveva già compreso, non me ne curai e continuai il discorso. Questo convinse mio zio che conoscevo una gran quantità di argomenti, che lui pensava non potessi sapere. Anche lo Swami che aveva in precedenza informato mio zio che non sapevo nulla, aveva nel frattempo cambiato opinione. Ecco come era accaduto. Un giorno, ritornando dal mio pradakshina (giro) attorno alla collina, ero entrato nel Math di Easanya, dove trovai lo Swami. Questi mi mostrò il Vivekachudamani, interrogandomi su alcune strofe. Quando gliele spiegai, citando altri brani dello stesso libro e di altri, la sua considerazione nei miei riguardi cambiò completamente».


Approfittando delle ferie natalizie del figlio maggiore Nagaswami la madre di Ramana Alagammal si recò a Tiruvannamalai per convincere il figlio a ritornare a casa. Ramana non diede cenno di riconoscere la madre. Ella pianse, si disperò e importunò i devoti affinché la aiutassero a convincere Ramana. Alla fine un devoto intercesse per lei e gli chiese «Perché non le parli?». Ramana scrisse un biglietto che diceva:« In armonia con il prarabdha, l’Onnipotente ordina sempre tutte le cose. Ciò che non è destinato ad accadere non accadrà, indipendentemente da tutti gli sforzi fatti affinché accada; e ciò che è destinato ad accadere non cesserà di accadere indipendentemente dagli ostacoli posti sulla sua strada. Poiché questo è certo, è bene conservare il silenzio». Alagammal, delusa, capì che il figlio sarebbe rimasto sordo all’emotività materna e fece ritorno a casa.

Dopo due anni e mezzo dal suo arrivo Ramana ritornò a uno stile di vita “normale”, nel senso che non rimaneva immerso in meditazione per la maggior parte della giornata. Ramana lasciò anche Pavalakkunru e si stabilì in una grotta sulle pendici del monte Aruna. A due anni dal suo arrivo, Sri Ramana, ormai presente al mondo più ore del giorno, si trasferì in una caverna sulle pendici di Arunachala.


LA SACRA MONTAGNA

«Quanti sono quelli che come me si sono rovinati pensando che questa montagna fosse il supremo? O uomini che, disgustati da questa vita di intensa miseria, cercate un mezzo per abbandonare il corpo, sulla terra c’è una droga rara che, senza ucciderlo veramente annienterà chiunque La tenga in s^ gran conto. Sappiate che essa non è altri che Arunachala! (Opere p. 62 Undici versi)».

Di Arunachala i Purana shaiva narrano di una disputa sorta fra Brahma e Vishnu su chi fosse il più grande. La disputa si era presto trasformata in uno scontro che stava devastando l’universo, allora Shiva si manifestò fra loro sotto le sembianze di una enorme colonna di fuoco. I due contendenti sorpresi decisero che chi avesse trovato la fine della colonna sarebbe stato il più grande. Vishnu assunse la forma del verro Varaha e iniziò a scavare giù, attraverso i mondi inferiori, mentre Brahma prese la forma di un cigno e si involò verso l’alto. Vishnu arrivò sino al quarto mondo inferiore, ma la fine non era nemmeno lì, così si arrese e tornò indietro.

Nemmeno Brahma riuscì a raggiungere la sommità, ma raccolto un fiore caduto dal paradiso affermò di averlo colto sulla sommità.

In questo mito Siva, il Distruttore, è il Sé e distrugge l’illusione di una esistenza individuata; Vishnu, il Preservatore, è il senso dell'io e preserva l'esistenza apparentemente separata, unendo insieme tutti i suoi momenti in un insieme apparente. Scava dentro sé stesso, cercando invano di Essere. Brahma, il Creatore, è la mente quando assume la funzione creativa e vola alta, fra idee e teorie, e se anche riceve un'intuizione dal paradiso erroneamente si crede illuminata.

Quando Shiva si mostrò benedisse Vishnu per la sua verità e devozione, econdanna Brahma, per questa offesa, a non avere dedicato alcun tempio. Effettivamente i templi sono prevalentemente dedicati a Siva e Vishnu. Quegli stessi Purana sostengono che allora Brahma aveva un’ulteriore quinta testa sporgente sopra le quattro con cui viene raffigurato, recisa dallo stesso Siva. La quinta testa di Brahma è la quintessenza oltre i quattro elementi, il centrooltre le direzioni dello spazio, la pura conoscenza che trascende la conoscenza relativa della mente e dei sensi. È l'equivalente del terzo occhio di Siva, la conoscenza unitaria che sottende la dualità. La sua recisione è la caduta dell'uomo secondo la tradizione cristiana: l’uomo, privato della conoscenza diretta del paradiso precipita nel mondo degli opposti, il mondo del bene, del male e del conflitto tra loro. Si narra che Vishnu intervenne e pregò il Signore Siva, ricordandogli che Brahma è il Dio dei quattro Veda(le sue quattro facce) e che questi non sono costituiti da meri significati ma il suono originario, di base, da cui l'universo è creato ed è tenuto in essere, e, se il Dio dei Veda è distrutto, l'universo si sbriciolerebbe in rovina. Sambhu ??? rispose che Brahma restava ancora il Dio dei Veda e che in qualunque luogo, i Veda sarebbero stati salmodiati, quello sarebbe stato il suo tempio. Allora Vishnu e Brama, pregarano Siva di ritrarre il Suo splendore e lasciare che la colonna di fuoco assumesse la forma di una inerte collina in eterna e continua benedizione del mondo. Fu così che ascoltando con misericordia le loro preghiere, il Signore Shiva ritrasse il suo splendore nella collina di Arunachala e coloro che la visitano ne sono benedetti. Ogni anno, durante la festa di Kartikai, un fuoco sacro alimentato col ghee, donato dai devoti, viene accesa sulla sommità di Arunachala a simbolo della sua relae natura di puro fuoco. E’ UN CONFRONTA O E’ DA LI CHE PROVIENE?


  • «D.:Ho letto i Cinque Inni. Trovo che gli inni sono indirizzati ad Arunachala. Ma voi diete un non-dualista, perciò, come potete rivolgervi a Dio come a un Essere separato?
  • B.: Il devoto, Dio e gli inni sono tutti il Sé.
  • D.: Ma voi vi rivolgete a Dio. Voi definite questo Monte Arunachala come Dio.
  • R.: Voi potete identificare il Sé con il corpo; perché il devoto non dovrebbe identificare il Sé con Arunachala?
  • D.: Se Arunachala è il Sé, perché sceglierlo in particolare fra tanti altri monti? Dio è ovunque. Perché Lo specificate come Arunachala?
  • R.: Cosa vi ha attirato da Allahabad in questo luogo? Che cosa ha attirato tutta questa gente qua intorno?
  • D.: Sri Bhagavan.
  • R.: Che cosa mi ha attirato qui? Arunachala. Il Potere non può essere negato. Arunachala è dentro e non fuori. Il Sé è Arunachala.

Ramana nutriva una vera e propria venerazione per la montagna sacra di Arunachala e sosteneva, senza alcuna evidenza fisica, che Arunachala fosse un axis mundi e che ai suoi antipodi dovesse esserci una montagna di pari sacralità. Neanche l’evidenza cartografica che mostrava come gli antipodi di Aruna cadessero al largo delle coste del Perù, lo fecero recedere da questa convinzione. Diceva che avrebbe potuto esserci una isola non segnata sulle carte o una montagna sottomarina.

VIRUPAKSHA

Ramana nel 1900 si trasferì sui pendii di Arunachala. Per la maggior parte del tempo risiedeva nella grotta di Virupaksha, così chiamata perchè ospita la tomba delsanto Virupaksha Deva vissuto nel tredicesimo secolo. La grotta di Virupaksha non è adatta a viverci d’estate a causa del gran caldo, così Ramana vi soggiornava per otto mesi e durante i mesi più caldi si trasferiva in grotte come la Satguru Svami, in santuari come Guru Namashivaya e soprattutto in un posto chiamato la Grotta dell’albero di mango. Soggiornò anche a Pachaiamman Koil per sei mesi nel 1905 quando la peste imperversò nella regione, rendendo Tiruvvanamalai deserta al punto che le bestie feroci, tigri e leopardi, ricomparvero nei luoghi un tempo affollati di gente. Il fedele Palaniswami lo seguì e continuò a prendersi cura di lui. Lasciò definitivamente Virupaksha nel 1916. A questo periodo risale la foto più antica che abbiamo di Ramana.Questa foto ritrae un Ramana ventenne, un giovanotto minuto e dai capelli corti. Erano passati solo quattro, cinque anni dal suo arrivo ad Tiruvannamalai. La foto fu scattata da un fotografo, discepolo di Kumbakonam Mauna Svami che aveva sentito parlare di lui e arrivato a Tiruvannamalai per conto del governo, dove non c’erano altri fotografi, per fare delle foto ad alcuni carcerati. Approfittando dell’occasione, fece una visita al giovanissimo asceta e lo fotografò.

Proprio all’inizio della permanenza nella grotta di Virupaksha risalgono gli unici due componimenti in prosa del Maharshi: «La ricerca del sé» e «Chi sono?». Nessuno di questi però è stato scritto direttamente da Ramana. «La ricerca del sé» si deve a Gambhiram Sheshayya un sovrintendente municipale che era devoto di Rama (incarnazione di Vishnu). Sheshayya poneva delle domande e Ramana rispondeva su dei pezzi di carta portati dal sovrintendente.

«Lo scopo di tutte le scritture è questa indagine sul sé. In esse si dichiara che la Liberazione sta nell’annientamento del senso dell’Ego. Come si può dunque rimanere indifferenti a questo insegnamento? Può il corpo, che è insenziente come un pezzo di legno, splendere e funzionare come “io”? No. Perciò si accantoni questo corpo insenziente come se fosse veramente un cadavere. Non si borbotti “io” , ma si cerchi dentro con slancio che cos’è che ora splende dentro il cuore come “io”. Sotto l’incessante flusso dei più svariati pensieri sorge la continua ininterrotta consapevolezza, silenziosa e spontanea, come “io dell’io” nel Cuore. Se si afferra e si rimane calmi, annienterà completamente il senso dell’“io” nel corpo e scomparirà come fuoco di canfora bruciata. Saggi e scritture proclamano che questa è liberazione» .

«La ricerca del sé» pur nella sua brevità e per le circostanze particolari in cui nacque espone un sentiero diretto alla liberazione che collima con l’asparsa yoga di Shankara e Gaudapada, i codificatori del Vedanta Advaita. In essa Ramana descrive, con piena maturità spirituale a dispetto della sua età biologica, la costituzione dell’uomo secondo la dottrina Vedanta, utilizzando una originale analogia in cui il Sé viene visto come il Fuoco sacro che arde imperituro nel tempio psicofisicoe presentando una sintesi di cosmologia e ontologia, infine descrive anche i mezzi indiretti di realizzazione quali l’astanga yoga.

«Il Sé è autorifulgente. Non si deve dargli un’immagine mentale. Il pensiero che lo immagina è esso stesso schiavitù, perché il sé è la fulgidezza che trascende l’oscurità e la luce; non si dovrebbe pensare al Sé con la mente. Tale immagine finirà in schiavitù, mentre il Sé splende spontaneamente come l’Assoluto … Poiché l’ego nella forma di pensiero dell’”io” è la radice dell’albero dell’illusione, la sua distruzione abbatte l’illusione, come un albero è abbattuto dal taglio delle radici. Solo questo facile metodo di annientamento dell’ego è degno di essere chiamato bakti ( devozione), Jnana (Conoscenza), Yoga (unione), o Dhyana (meditazione) (idem)».


Poco dopo fra il 1901 e il 1902 un altro devoto Sivaprakasam Pillai pose altre domande incentrate sulla realizzazione della propria natura essenziale: “Chi sono Io?”, “ come posso realizzare chi in realtà sono?”. Ramana era ancora nella fase in cui parlava con estrema parsimonia, al punto che i discepoli pensavano che avesse fatto voto di silenzio ( muni). Ramana raccontò anni dopo che il suo silenzio non era una scelta volontaria ma una sua interiore vocazione, non parlava perché non sentiva la necessità di farlo. Ramana rispondeva al solito con il mezzo che lui riteneva più diretto il silenzio, il Silenzio vien detto sul piano del manifesto è il simbolo più alto del Sé, quando ciò non bastava rispondeva a Sivaprakasam Pillai scrivendo con il dito sul terreno. A un’altra domanda se c’era bisogno cancellava quanto aveva scritto con il palmo della mano e scriveva la risposta. Pillai tornato a casa prese l’abitudine di segnare quello che si ricordava delle domande e delle risposte. Venti anni dopo pubblicò una piccola biografia di Ramana e pose come appendice le domande e le risposte. I devoti di Ramana apprezzarono moltissimo questa piccola appendice. L’appendice venne poi pubblicata dal Ramanashramam e via via con le successive edizioni si arrivò a una trentina di domande e risposte. Nel 1920 Lo stesso Bhagavan Ramana riscrisse il tutto in forma di piccolo trattato elaborando alcune risposte e eliminandone altre. Il risultato finale di questo singolare dialogo realizzativo che si svolse venti anni prima, nei pressi della grotta di Virupaksha, scrivendo con il dito sul suolo del sacro Monte di Aruna,.è il “ chi sono Io”.

«Ogni essere vivente desidera di essere sempre felice, incontaminato dal dolore; e tutti hanno il più grande amore per sé stessi. Il che è solamente dovuto al fatto che la felicità è la loro vera natura. Quindi, per realizzare quella inerente e incontaminata felicità, che in realtà sperimentiamo ogni giorno quando la mente è sottomessa nel sonno profondo, è essenziale che conoscano se stessi. Per ottenere tale conoscenza, il mezzo migliore è la domanda “chi sono?” ? nella ricerca del Sé.

“CHI SONO?”, Io non sono questo corpo fisico, né sono i cinque organi della percezione sensoriale; io non sono i cinque organi dell’attività esterna, né le cinque forze vitali, e neppure sono la mente pensante. Né sono quell’inconscio stato di nescienza che conserva semplicemente le sottili vasana (potenzialità latenti della mente), pur essendo libero dall’attività funzionale degli organi sensoriali e della mente, e inconsapevole dell’esistenza degli oggetti della percezione sensoriale.

Perciò, respingendo in blocco tutti i succitati complementi fisici e le loro funzioni, dicendo: “ Io non sono questo; no, non sono né questo né quello”, ciò che allora rimane separato e da solo, quella pura Consapevolezza è ciò che io sono. Questa consapevolezza è per sua stessa natura Sat-Chit-Ananda ( Esistenza-Coscienza_Beatitudine) (p. 39 Ramana Maharshi Opere – Chi sono)».

Ramana quindi insegnava il sentiero della discriminazione fra ciò che è Reale e ciò che è perituro perfettamente collimante con il sentiero del vedantico neti, neti (non è questo, non è neanche quest’altro). Ramana dà anche una via estremamente pratica. Dice che la mente non è altro che l’insieme dei pensieri e che la radice di tutti questi pensieri, il primo pensiero è quello dell’”io”. Ecco che, dissolto questo primo pensiero, il resta solo il Sé che brilla incontaminato.

«Anche quando pensieri estranei spuntano durante tale investigazione, non cercate di completare il pensiero che sorge, ma invece investigatevi a fondo dentro: “ A chi si è presentato questo pensiero?. Non importa quanti pensieri vi si presenteranno, se investigherete con vigile attenzione, appena ogni singolo pensiero sorge, a chi si sia presentato, scoprirete che si è presentato a “me“. Se poi vi domandate : “Chi sono?“, la mente si introverte e anche il pensiero sorgente si placa. In questa maniera, se perseverate sempre più nella pratica della ricerca del Sé, la mente acquista crescente forza e facoltà di permanere nella propria Sorgente (p. 40 Ramana Maharshi Opere – Chi sono)».

La pratica del «Chi sono?» non rinnega però gli usuali mezzi dello yoga. La semplicità della ricerca del Sé proposta da Ramana che si inserisce nella Tradizione del Vedanta advaita non è adatta ai più e quindi gli altri mezzi non sono sconsigliati. Ramana traccia però la differenza fra il sentiero diretto del «Chi sono?» e gli altri mezzi dicendo:

« Per Placare la mente non c’è altro mezzo più efficace e adeguato della ricerca del Sé. Anche se la mente si placa con altri mezzi, è così soltanto apparentemente; essa sorgerà di nuovo (p. 41 Ramana Maharshi Opere – Chi sono »

Nel 1095 Ramana per sei mesi risiedette a Pachaiamman Koil allo scoppiare della epidemia di peste ritornò sui fianchi della montagna. Ramana era estremamente parco quando si trattava delle esigenze del suo corpo raccontò in una occasione:

«Quando ero a Pachaiamman Koil avevo un piccolo asciugamano stracciato e lacero, quasi uno straccio, con i fili che fuoriuscivano dappertutto. […] Non la svolgevo mai in pubblico: la tenevo arrotolata come una palla e la usavo per asciugarmi il corpo, le mani o la bocca, a seconda dei casi. La lavavo e l’asciugavo in un luogo tra due rocce, luogo che non fu mai visitato da alcuno di quelli che erano con me. Anche il mio perizoma era ridotto ad uno straccio. Quando la parte esterna era logora, lo rivoltavo dentro e fuori. Quando andavo nella foresta lo rammendavo di nascosto con un suo stesso filo, e con una spina del pero spinoso per ago. Così nessuno seppe mai o sospettò lo stato sciagurato del mio asciugamano e del mio perizoma. Un giorno però uno di quelli che erano con me, andò di giorno al luogo dove li facevo asciugare e per caso scoprì lo stato dei miei vestiti. Tutti allora si scusarono per aver permesso tale stato di cose, dicendo di aver commesso un sacrilegio inescusabile (l’apachara) e così via. Essi avevano con loro, in quantità, interi pezzi di stoffa, molti asciugamani, ecc. e me li offrirono perché li usassi. Non sapevano come era malridotto e lacero il mio asciugamano e il mio perizoma, altrimenti me li avrebbero sostituiti da tempo con altri dei loro ( Muliadar Day by Day». Nella grotta di Virupaksha il 18 novembre del 1907 ci fu l’incontro fra Venkataraman e Ganapati Shastri. All’età di sei anni Ganapati si dimostrò un bambino prodigio e successivamente dichiarato, da un’assemblea di Pandit Kavyakantha, « Colui che ha la poesia in bocca». Ganapati salì da Ramana in una giornata caldissima dopo mezzogiorno e lo trovò seduto solo sotto la veranda della grotta. Si prostrò ai suoi piedi faccia per terra e prese i suoi piedi con le sue mani e con voce tremante gli disse:

«Ho letto tutto ciò che c’è da leggere, e ho persino compreso pienamente il Vedanta-shastra; ho fatto japa per quanto me lo suggerisce il cuore, eppure non comprendo che cos’è tapas. Perciò cerco rifugio ai tuoi piedi. Ti prego illuminami sulla natura del tapas (http://www.cosmicharmony.com/Sp/Ramana/Ramana.htm )».

Per un po’ lo svami rimase a guardare serbando il silenzio Ganapati che aspettava ansioso ai suoi piedi e disse:

« Se si guarda da dove la nozione dell’io sorge, la mente sarà assorbita in Quello. Questo è tapas. Se un mantra è ripetuto e l’attenzione è diretta alla sorgente da cui il suono mantra sorge, la mente sarà assorbita in Quello. Questo è tapas».

Queste risposte riempirono Ganapati di gioia che rimase qualche ora in sua compagnia. Si informò da Palinisvami sul nome del saggio ed egli lo informò che il suo nome era Venkataraman Aiyar. Ganapati compose immediatamente cinque stanze in lode dello svami nelle quali, per ragioni metriche, contrasse Venkataraman in Ramana che da allora divenne l’usuale modo di rivolgersi a lui. Sempre a Ganapati Shastri si deve l’attribuzione a Ramana del titolo di Maharshi.

Nel 1908 Ramana, da gennaio a marzo, si sposta insiema a Ganapati Muni a Pachaiamman Koli. Nei pressi del tempio di Pachaiamman Koil c’erano molti alberi di tamarindo di proprietà del municipio. Ogni anno questi alberi venivano affittati a un privato che si curava della raccolta. Nel 1908 i tamarindi furono affittati a un contrattista mussulmano. Per proteggere i frutti dei tamarindi dalle scimmie il contrattista usava scacciarle tirandogli pietre con una catapulta, facendo però attenzione a che le scimmie non venissero ferite. Caso volle che una pietra colpì una delle scimmie sul capo in modo così violento che essa morì. Moltissime scimmie circondarono il corpo della morta e iniziarono a guaire e a lamentarsi per la sua morte. A un certo punto presero il corpo della loro compagna e lo portarono a Ramana dentro il tempio di Pachaiamman.

Ramana aveva un ottimo rapporto di amicizia con le scimmie che lo consideravano oltre che amico un arbitro per risolvere le loro controversie. Riusciva a comunicare con estrema facilità con loro e frequentemente egli sedava le loro dispute e veniva richiesto come mediatore per risolvere i problemi di territorialità fra le diverse tribù in guerra e i loro membri litigiosi.

In quel momento di collera e dolore per loro fu naturale andare da Ramana.

Le scimmie appena gli furono vicine scoppiarono in grida di dolore e piansero. Ramana pianse insieme a loro e dopo un po’ le scimmie si calmarono. Allora Ramana disse ai parenti della scimmia uccisa «La morte è inevitabile per chi è nato. Colui per le cui mani questa scimmia è morta anche incontrerà la morte un giorno. Non c’è bisogno di addolorarsi». Le scimmie pacificate da Ramana se ne andarono portandosi dietro il corpo della morta. Due o tre giorni dopo il contrattista mussulmano fu costretto a letto da una malattia molto grave. La storia dell’insegnamento sulla morte che Ramana aveva impartito alle scimmie, addolorate per la morte della loro compagna, era intanto passata di bocca in bocca fino all’orecchio del contrattista che la aveva inavvertitamente uccisa. I membri della famiglia si convinsero che l’improvvisa malattia del loro familiare fosse dovuta a una maledizione del santo a cui le scimmie si erano rivolte per avere cordoglio. Si recarono da Ramana per implorare il suo perdono e affinché levasse la maledizione. Gli dissero «È cosa certa che lo ha colpito una vostra maledizione, per pietà salvalo dalla morte. Dateci della vibhuti ( cenere sacra). Se cospargiamo il suo corpo con essa egli certamente guarirà». Ramana rispose « Vi sbagliate. Mai maledico o benedico qualcuno. Ho mandato via le scimmie che erano venute qui parlando loro semplicemente della verità che inevitabilmente chi nasce dovrà morire. Inoltre non do mai a nessuno della vibhuti. Per piacere andate a casa e accudite il paziente che avete lasciato solo». I mussulmani non si lasciarono convincere così facilmente e dissero che non se ne sarebbero andati se non avessero ricevuto la vibhuti, così Ramana, per levarseli di torno, alla fine gli diede della cenere di legna prendendola dal fuoco con cui fuori dal tempio, a volte, preparava qualche cibo. I familiari la presero ringraziandolo di cuore e tornati a casa la usarono per curare il contrattista che guarì dalla sua grave malattia in pochi giorni.

Verso il 1912 Ramana ebbe una nuova esperienza della morte e della persistenza del Sé. Insieme a alcuni suoi devoti fra cui Vasudeva Shastri si era recato a Pachaiyamman Koil. Al ritorno passando accanto a quella che veniva chiamata la roccia della tartaruga lo colse una improvvisa debolezza e una cortina bianca gli offuscò la vista. Sedette per terra e, fra la disperazione e le grida dei suoi compagni, il suo respiro si arrestò e il corpo cambiò di colore.

«La mia consueta corrente della coscienza continuò anche in quello stato. Non avevo affatto paura, e non soffrivo per le condizioni del corpo. M’ero seduto accanto alla roccia nella solita posizione, avevo chiuso gli occhi e non stavo appoggiato alla pietra. Il corpo rimasto senza circolazione e respiro, manteneva ancora quella posizione. Tale stato continuò per dieci o quindici minuti. Poi una scossa passò all’improvviso in tutto il corpo e la circolazione e il respiro ripresero con enorme forza, mentre il sudore sgorgava da ogni poro. Il colore della vita riapparve sulla pelle. Allora riaprì gli occhi e dissi “ andiamo”. Raggiungemmo la grotta di Virupaksha senza altri incidenti. Fu l’unica crisi in cui si arrestarono tanto la circolazione quanto il respiro (Mahadevan p. 43)».

La madre di Ramana dopo averlo ritrovato ogni tanto andava a visitarlo. Durante una di queste visite, nel 1914, si ammalò. Ramana non solo si prese cura di essa con estrema sollecitudine ma addirittura compose un inno ad Arunachala invocandone la guarigione.

«O Signore, Montagna del mio rifugio, che guarisci i mali delle nascite ricorrenti! È in tuo potere guarire la febbre di mia madre. O Dio che uccidi la morte! Mostra i Tuoi piedi nel Loto del Cuore di colei che mi diede la luce perché trovasi il mio rifugio ai Tuoi Piedi di Loto, e proteggila dalla morte. Che cosa è la morte se la scruti in faccia? Arunachala fuoco ardente della Conoscenza! Circonfondi mia madre della tua luce e falla una cosa sola con te. Che bisogno c’è della cremazione? Arunachala che scacci l’illusione! Perché indugi a scacciare il delirio di mia madre? C’è forse qualcuno all’infuori di te che possa vegliare come una madre su chi ha cercato rifugio in te e liberare dalla tirannia del karma? (pag 90 Ramana Maharshi Opere Ubaldini editore)».

Morto lo zio presso cui la madre di Ramana viveva questa si trasferì a Tiruvannamalai. Al principio insieme a un’altra devota, Echammal, si recava la mattina a Virupaksha e la sera ritornava in città. Nel 1916 la madre di Ramana si insediò a Virupaksha. La cosa al principio non fu gradita dagli altri membri della piccola comunità che lì viveva. Virupaksha era un cenobio di asceti maschi che vivevano nel celibato e non volevano la presenza di una donna che vivesse in mezzo a loro. Ramana alle loro rimostranze disse con semplicità: «Se voi volete che essa se ne vada io me ne andrò con lei», al che ogni voce contraria cessò (David Godman An introduction to Sri Ramana’s Life and Teachings http://davidgodman.org/ ). La madre portò anche un’altra novità nella vita di quegli asceti, insistette affinché si creasse una cucina.

SKANDASHRAM

I residenti erano diventati troppo numerosi per la grotta di Virupaksha e poco tempo dopo Ramana e la sua “famiglia” si trasferì a Skandashram.

Skandasramam venne chiamato così poiché l’Asramam era stato progettato e costruito da un certo Kandaswami, un vecchio devoto, con grandi sacrifici, e inauditi sforzi fisici.

Il vecchio discepolo aveva ispezionato vari luoghi, sulla collina e nella foresta, per scegliere il sito adatto, ed alla fine suggerì il sito dove oggi sorge lo Skandasramam che Bhagavan approvò.Kandaswami iniziò a trasformare la foresta di pruni selvatici che si trovava sul pendio della montagna. Il risultato delle sue fatiche, senza alcun aiuto di altri, fu l’asramam.

«È stato un miracolo che su questo colle, quando necessario, sgorgò l’acqua dove prima non ce n’era e dove nessuno l’avrebbe sospettato, e come, cessato il bisogno l’acqua scomparisse nuovamente.

Non potete immaginare in che stato si trovava originariamente il posto. Kandaswami lavorò con uno sforzo quasi sovrumano, con le sue mani fece ciò che neanche quattro uomini messi insieme avrebbero potuto fare. Tolse tutti gli alberi, rimosse le pietre e i massi dal terreno, appianò e livellò il suolo, creò un giardino e eresse l’Asramam. Ci donarono quattro palme da cocco da piantare e Kandaswami scavò grandi fosse quadrate, di circa dieci piedi di profondità. Ciò potrà darvi un’idea della gran mole di lavoro che compì. Era un uomo forte e ben costruito (Giorno per Giorno)»

L’arrivo di Alagammal porto a un cambiamento nello stile di vita degli asceti si creò una cucina. Prima Ramana e gli altri rinunciatari dovevano andare in città a mendicare il cibo a meno che qualche devoto si preoccupasse di portarglielo. Il primo Ashram nacque, qualcuno dice, con la creazione della cucina.Appena l’idea che a Skandashram si voleva impiantare una cucina venne resa nota i necessari utensili vennero portati dai devoti che risiedevano in città senza che peraltro essi venissero chiesti. Chhaganlal Yogi ( Living Whith the Master – Part III The Maharshi Marzo/Aprile 1994) racconta come la madre di Ramana quando aveva la necessità di qualche cosa in cucina semplicemente andava dal figlio e gli diceva « servirebbe un mestolo», e lui rispondeva «vedremo» senza chiedere o fare alcunché per procurarlo, dopo due giorni un devoto arrivava con mezza dozzina di mestoli e li poneva ai piedi della madre, «abbiamo bisogno di un vassoio», «vedremo»e dopo qualche ora veniva un discepolo con un vassoio dicendo « Ho pensato che vi sarebbe potuto essere utile».. In questo modo, si racconta, sorse la cucina di Skandashram.

Della cucina se ne occupava Agammal, Ramana tuttavia ben volentieri dava una mano. Un giorno la madre volle preparare il poppadum, una specie di stiacciata fatta di farina di ceci neri e sfoglia fritta e lo chiamò perché la aiutasse. Ramana in quell’occasione invece di darle una mano compose il canto del poppadum.

«Non c’è bisogno di andarsene per il mondo e sentirsi scoraggiati: fa il tuo poppadum in casa secondo la lezione di tu sei quello, senza paragone; l’Unica parola, mai proferita, senza parlare chiara parlerà. Intatto è il silenzio di Colui che è il saggio esperto, la grande apoteosi, col suo eterno retaggio si Essere-Saggezza-Beatitudine. Fa il poppadun e quando è fatto friggilo mangialo, così i tuoi appetiti potrai soddisfare.

Il grano che è il raccolto di ceci neri, il cosiddetto ego o sé, cresciuto nel corpo, il fertile campo delle cinque guaine, mettilo dentro la macina di pietra del mulino, che è la ricerca della Saggezza, il “Chi sono ?”. Soltanto in questo modo il Sé guadagnerà la libertà. Questo dovrà esser frantumato e ridotto in polvere finissima come il non-sé; perciò dovremo distruggere i nostri attaccamenti. Fa il poppadun e quando è fatto friggilo mangialo, così i tuoi appetiti potrai soddisfare».

Successivamente alla piccola comunità si aggiunse anche il fratello minore di Ramana Nagasundaram, rimasto vedovo, che in seguito divenne monaco prendendo il nome di Niranjananda svami. Ramana fu, all’inizio, duro con la madre poi, pian piano, la madre di Ramana inizio a cambiare e si vestì di arancione, i colori della rinuncia, della samnyas e divenne la Madre di tutto l’ashram.

Nel 1922 la madre si ammalò per l’ultima volta e tutte le attenzioni e cure furono inutili.

Bhagavan, il 19 maggio del 1922, presentendo che quello era il giorno in cui la madre avrebbe esalato l’ultimo respiro si sedette al suo fianco e gli pose una mano sulpetto e l’altra sulla testa. Disse a tutti di andare a mangiare perché, se lei moriva, sarebbe stato considerato impuro, dalle persone ortodosse, mangiate in una casa dove si era posata la morte. Alcuni andarono a mangiare, altririmasero.

Quando il suo passaggio sembrava imminente, Ganapati Muni, T.K. Sundaresa Iyer, e altri decisero di recitare dai Veda. Sull’altro lato, Saranagati Ramaswami e un signore del Punjab iniziarono a recitare Rama Japa . Poi tutti iniziarono a cantare la canzone Aksharamanamalai e Arunachala Siva.

Fra i canti e la recitazione di sacre scritture, la Madre, lasciò il corpo. Bhagavan continuò a tenere le sue mani sul suo cuore e sulla testa. A chi si meravigliava che egli stesse ancoraseduto disse:

« Quando Palaniswami diede il suo ultimo respirofeci la stessa cosa. Pensai,l’anima è calata nel cuore, e rimossi le mie mani. Egli aprì gli occhi e la forza vitale uscì dagli occhi. Così questa volta, per essere certo, ho lasciato le mani più di quanto fosse necessario».

Si alzò e andarono a mangiare e poi si riunirono di nuovo vicino il corpo senza che provassero alcun senso di contaminazione.

Ganapati Muni sollevò la questione sulla possibilità di una donnadi raggiungere lo stato di Realizzazione. Bhagavan disse che lo stato di realizzazione non è relato alla forma del corpo grossolano. Kunju svami che ha lasciato un racconto di questo evento ha scritto: «noi tutti, ci sentimmo soddisfatti che la Madre aveva conseguito la liberazione e fummo felici.Felicissimi, in verità, perché vedevamo la faccia e il corpo della Madre adesso irradiaresplendore e luce (IL MAHARSHI Giugno / Agosto 1991 Vol.2-No. 3) ».

Dal momento cheBhagavan aveva dato la mukti, e il suo intero corpo e faccia splendevano, fu deciso che il corpo della Madre avrebbe avuto una sepoltura cerimoniale, invece della consueta pira per le vedove brahmine. Il corpo venne adornatocon kumkum, malas e fiori. Si stabilì che corpo della Madre sarebbe stato seppellito vicino Pali Tirtham. La morte della Madre venne tenuta segreta perchési temeva che, se si diffondeva, si sarebbe radunata una inimmaginabile folla al samadhi (funerale). I parenti della madre vennero avvertiti però con un telegramma.

Usando dei fusti di bambù legati insieme, da Skandasramam,il corpo della Madre fu portato a Pali Tirtham.

Il corpo fu posto sotto un albero di Asavastha e Bhagavan, a lungo, con altri devoti sedette vicino esso. La mattina seguente arrivarono i parenti, da Tiruchuzhi e altri posti. Nel frattempo, nonostante la riservatezza, la città intera seppe della morte della Madre e si recò là.Molti negozianti arrivarono con scorte di banane, canfora, ecc. , pandit recitavano le scritture e Bhagavan, maestosamente, sedeva accanto al corpo. Sembrava di essere in un tempio.

C’erano molti cactus selvaggi in quel posto e, mentre alcuni devoti li rimuovevano, Perumal Swami scavò la fossa e costruìdentro essa il samadhi . Intorno le 10.30, 11.00 ogni cosa fu pronta.

Bhagavan aveva indicato deipassaggi nel Tirumandir, un testo scritto dal grande saggio Tiruvarul, spieganti come il corpo del jnani deve essere seppellito e non arso.Conformemente il corpo della madre fu portato alla fossa del samadhi e ivi deposto,Bhagavan sparse sul corpo un gran quantità di vibhuti. Altri continuarono aggiungendo canfora, pasta di sandalo, ecc., seguendo in pieno le ingiunzioni del santo Tiruvarul. Dopo il samadhi fu chiuso, delle pietre furono poste sopra di esso e fu costruito un piccolo reliquiario.

Dopo la cerimonia Ramana e il suo seguito si spostarono a Palakottu dove si organizzò per far mangiare circa 200 persone. Alla testa della processione c’era un gruppo di musicisti con tamburi e corni. La distanza per Palakottu era solo di duecento yarde, ma Bhagavan camminava così lentamente che occorsero due ore per coprire il percorso.

Sulla tomba della madre fu costruito un tempio e venne eretto un linga. Nirajanandi Svami andò a risiedere lì, in un edificio dal tetto di paglia.

RAMANASHRAMAM

Ramana continuò a vivere a Skandashram ma andava a visitare la tomba della madre ogni giorno. Sei mesi dopo senti l’impulso a restare lì. Verso la fine dello stesso anno, il 1922, il Maharshi scese da Skandashram e si stabilì presso la tomba della Madre. Egli lo spiegò così :«Non fu per mia volontà che mi spostai da Skandashram. Qualcosa mi condusse qui e io obbedì. Non fu una mia decisione ma la Divina Volontà».

Dopo i funerali della Madre tutti ritornarono a Skandashram. Alcuni sentirono che aver costruito il samadhi non era sufficiente. Sentivano che doveva essere posto un Linga, sopra la tomba della Madre, e celebrare giornalmente una puja e che anche il Mandala Abhishekam doveva essere celebrato nel 48 giorno. Chinnaswami iniziò a celebrare la puja e un linga fu eretto. Dopo aver celebrato la puja, Chinnaswami e altri, tornarono a Skandashram per colazione. Furono fatte altre costruzioni furono sopra il samadhi prima del 48 giorno, il giorno del Mandala Abhishekam. Bhagavan e tutti i suoi devoti andarono a Pali Tirtham per la cerimonia. Furono fatte molte e differenti specie di prasad per quell’occasione, e, in tal modo, il Mandala Abhishekam fu celebrato in grande scala. Dopo questa cerimonia, alcuni sentirono che un più elaborato e appropriato altare doveva essere costruito sopra la tomba della Madre. Chinnaswami e Dandapaniswami (un eccellente cuoco) solevano andare sul posto, fare puja, cucinare, mangiare e dopo andarsene, e i piani per la costruzione furono posposti. In quei giorni, alcuni devoti dalla città usavano mandare una sporta con le provviste giornaliere a Skandashram. Chinnaswami e Dandapaniswami solevano prenderne la maggior parte giù, alla tomba della Madre, lasciandone un po’ per la gente di Skandashram. Chinnaswami e Dandapaniswami iniziarono a cucinare a Pali Tirtham cibi ricercati e persino a fare di mattina il caffè. Sri Ramakrishnaswami e altri furono tentati di scendere giù. Un giorno Chinnaswami invitò Kunjusvami a scendere giù e mangiare il speciale Mulagutami Dosai che stava facendo. Disse, “ Domani mattina vieni.Dopo aver mangiato puoi prenderne un po’ per Bhagavan a Skandashram” Kunjsami scese giù la stessa notte, pensando che in questo modo poteva prendere il dosai per Bhagavan la mattina presto. Bhagavan chiese la sera a Ramakrishnaswami, che si occupava di Bhagavan in assenza di Kunjuswami, dove era andato. Egli gli disse che era andato al samadhi della Madre per prendere il Dosai. Il giorno dopo, la mattina presto, si copri con uno scialle, siccome era la stagione fredda, e scese a Pali Tirtham. Silenziosamente si sedette accanto ai suoi devoti e disse. “ non c’è nulla per un Atithi ( ospite)”? Chinnaswami e altri chiesero a Bhagavan di rimanere e mangiare il dosai, promisero di mandarne un po’ su ai devoti di Skandashram. Gli fu offerto dosai caldo e caffè con latte di capra. Scherzando disse « adesso capisco perché tutti, uno dopo l’altro, sono tentati di andarsene da Skandashram». Shaday Shettiyar, il curatore di Draupadi Koil, e il più giovane fratello della signora che aveva coperto di paglia il casotto, costruito sopra l’altare della Madre, venne a sapere che Bhagavan era sceso giù. La sorella di Shettiyar non poteva andare su a Skandashram per visitare Bhagavan. Così Shettiyar decise di portarla per il darshan di Bhagavan. Andò in città per prenderla. Ella venne con un carro pieno di provviste con il desiderio di cucinare e offrire Bhiksha (offerta di cibo) a Bhagavan. Ella e lui lo supplicarono di restare e accettare il suo Bhiksha. Ganapati Muni, che era a Skandashram, lo venne a sapere. Dopo aver fatto colazione anche lui scese giù. Ogni volta che veniva, aveva l’abitudine di dialogare per almeno un’ora con Bhagavan su diversi argomenti. Altri vennero. Tutti loro sederono di fronte a Bhagavan. Si fece buio. Non c’erano torce accese e, come consuetudine, Bhagavan non salìva alla collina attraverso la città. Perciò decise di trascorrere la notte vicino l’altare della Madre e salire la mattina seguente. Durante la mattina, quando si stavano preparando a salire, arrivarono la sorella e il marito di Bhagavan. Anche loro portando provviste per cucinarle, e chiesero di offrire Bhiksha a Bhagavan. Così, per non dispiacergli, rimase.

Ramakrishnaswami, realizzando che Bhagavan non sarebbe ritornato, porto giù la kaupina di Bhagavan e altre cose. Per sei o dieci giorni, l’uno o l’altro, offrirono il Bhiksha e Bhagavan rimase giù ai piedi della collina. Chinnaswami chiese a Kunjuswami e a Gopala Rao di andare e rimanere a Skandashram per custodire le cose che erano là. Rimasero a custodire Skandahram per otto o dieci giorni e ogni giorno il cibo gli veniva mandato su. Kunjusvami inizio a pensare che doveva essere vicino a Bhagavan, e non a custodire cose, oggetti. Appena questo pensiero venne formulato, lui e Gopala Rao andarono a Pali Tirtham. Chinnaswami domandò perché avevano lasciato Skandashram e si convenne che sarebbero tornati su la mattina seguente. La mattina, prima che potessero tornare su, qualcuno venne giù e disse che tutte le cose di Skandashram erano state rubate. Bhagavan disse, « adesso non è necessario che nessuno vada a proteggere le proprietà». Questa osservazione rese chiaro che Bhagavan approvava di rimanere al samadhi della madre vicino il Pali Tirtham,e, adesso, non c’era per nessuno necessità di invitare Bhagavan di rimanere. A poco a poco tutti quelli che ruotavano attorno alla sua figura si sistemarono a Pali-Tirtham dove la madre era stata sepolta. Così nacque Ramanashramam in cui Ramana rimase fino alla sua morte. Un abitante del villaggio vicino l’ashram ebbe un sogno in cui gli fu detto di offrire il primo vitello che sarebbe nato dalle sue vacche al Ramanashramam. Egli, in adempimento a quanto richiestogli in sogno, portò la prima vitellina che nacque, insieme alla madre, a Ramana. L’ashramam a quel tempo era circondato da una fitta giungla e c’erano dei ghepardi che cacciavano nei dintorni. La gente dell’ashram non volendo assumersi la responsabilità della mucca e della sua vitella rifiutarono l’offerta. Il padrone delle bestie però aveva preso il suo sogno con estrema serietà e non voleva affatto riportarsi indietro le bestie che dovevano restare insieme, perché la madre doveva nutrire la vitellina fino allo svezzamento. Alla fine mucca e vitella furono affidate ad alcuni devoti che risiedevano in città. Alla vitella fu dato il nome di Lakshmi. Lakshmi veniva all’ashram per pascolare ogni giorno e sedersi nella hall accanto a Ramana. La sera, come le altre donne facevano, ritornava in città.

Ramana aveva un grande rispetto per tutti gli animali e disse in un’occasione:

«Non è vero che la nascita nello stato umano è necessariamente la più alta, e che la realizzazione possa essere raggiunta soltanto da un essere umano: anche un animale può raggiungere l’auto-realizzazione (Muliadar 2-9-46) ».


Una volta Lakshmi entro nella hall mentre Ramana stava leggendo i giornali e iniziò a leccare i fogli. Ramana la guardo e gli disse «Aspetta un momento Lakshmi». Ma Lakshmi continuò a leccare i fogli. Ramana posò il giornale e mise le sue mani dietro le corna della mucca e poggio la fronte sulla sua fronte e rimasero così, immobili. Dopo un po’ Ramana si girò verso Shantammal che assisteva sbalordito alla scena e gli disse « Sai cosa Lakshmi sta facendo? È in samadhi». La mucca rimase immobile con il respiro sospeso fino a quando Ramana gli disse « Lakshmi come ti senti adesso?» . Al che girando attorno a Ramana se ne andò. Alla fine laksmi non tornò più la sera in città e si sistemò definitivamente al Ramanashramam ( The Maharshi Novembre Dicembre 1998 Eternal Bhagavan di Shantammal). Il 17 giugno del 1948 Lakshmi si ammalò. Il mattino successivo era palese che era ormai prossima alla morte. Ramana andò da lei e la salutò chiamandola madre, prese la sua testa sulle ginocchia la guardò negli occhi e le tenne una mano sul cuore e l’altra sulla testa e rimase così finchè Laksmi non abbandonò il corpo. Secondo la tradizione che il corpo del jnani dovesse essere interrato e non arso sulla pira funebre Laksmi ebbe una sepoltura cerimoniale e sulla sua tomba si pose una statua e una lapide su cui Ramana in tamil scrisse che Lakshmi aveva conseguito la liberazione.

ATIASRAM

IRamana Ashramam all’inizio era solo qualche capannuccia costruita attorno al samadhi della madre, lo stabilirsi di Ramana a Pali Tirtham, sul luogo dove il corpo della Madre era stato seppellito, porto a uno sviluppo dell’insediamento.

Alla data del 1993 l’Ashramam copriva 14 acri di terreno. Il tempio a Mathrubhutheswara e la hall del samadhi erano circondate da case per gli ospiti c’erano anche due dormitori, un dispensario, una scuola vedica, una stalla, uffici, una libreria, una grande cucina e una sala da pranzo. L’ashram contava tutta una serie di altre strutture e oltre ad avere la custodia di Skandashram si era pure acquisita la proprietà della grotta di Virupaksha.

È singolare come attorno a queste figure di rinunciatari poi sorgano, sotto la pressione dei devoti, delle strutture così variegate che presentano anche notevoli aspetti di complessità gestionale amministrativa e contabile. Un Ashram è una struttura complessa e la sua gestione richiede una certa organizzazione logistica.

Una volta che l’ashram divenne anche un centro di interessi economici, inevitabilmente, sorsero delle liti perché qualcuno, più intraprendente degli altri, pensò bene di impossessarsene, questo successe quando ancora Ramana era vivo. Un suo vecchio devoto, Perumal Swami, avanzò la pretesa che l’ashramam fosse di sua proprietà e dichiarò di essere l’unico amministratore legale, questo a dispetto dello stesso Saggio attorno cui e per cui era sorto l’ashram. Tale questione finì in tribunale e la causa si protrasse per venti anni prima di essere risolta. Perumal basò le sue pretese su queste considerazioni:

«Ramana essendo un samnyas non poteva legalmente possedere terreni né altre proprietà. Non possedendo nulla egli non poteva designare come amministratore suo fratello. Essendo stato lui l’indiscusso amministratore di Skandashram e non avendo, Ramana, per le ragioni su citate, la possibilità di rimuoverlo egli era anche l’amministratore di Ramashram».

Ramana fu chiamato in un cross examination, cioè fu interrogato dai due avvocati, quello che tutelava gli interessi dell’ashram e quello di Perumal. La lite legale verteva sulla proprietà dell’università di beni che costituiva Ramanashramam.

  • «Domanda.: Avete lasciato casa in giovane età perché non avevate attaccamento per casa e proprietà. Ma qui si dibatte sulla proprietà dell’Ashram. Come si spiega?
  • Maharshi: Io non la cerco. Le proprietà sono cadute su di me. Io né le amo né le odio.
  • Domanda: Sono state date a voi?
  • Maharshi: Sono state date allo Svami, chiunque egli potesse essere. Ma il corpo è considerato lo svami nel mondo, quel corpo è questo. Esso riduce sé stesso a me stesso …
  • Domanda: Come avete potuto approvare la costruzione di Skandasramam sulla Collina che era terra per tempio senza aver preventivamente ottenuto il permesso dalle autorità?
  • Maharshi: Guidato dallo stesso Potere che mi fece venire qui e risiedere sulla Collina.
  • Domanda: Voi non toccate soldi ne altre offerte, credo.
  • Maharshi La gente qualche volta pone dei frutti nelle mie mani. Io li tocco.
  • Domanda: Se ricevete qualche specie di offerta, perché non ricevete anche soldi?
  • Maharshi: Non posso mangiare i soldi. Che ci potrei fare con essi? Perché dovrei prendere ciò di cui non so che farmene?

La corte dovette esaminare la questione di basilare importanza per il proseguio del processo e cioè a quale ashrama appartenesse Ramana, in quanto, come già detto, per la legislazione indiana chi abbraccia formalmente la rinuncia ed entra in un ordine tradizionale di samnyas può considerarsi come legalmente morto e i suoi beni confluiscono ai suoi eredi.

Ramana non ha mai espresso la sua rinuncia al mondo in modo formale. Consapevole che è stato chiamato dalla corte perché si attestasse l’ashrama di appartenenza egli inizia la sua deposizione con il ricordo delle circostanze che lo portarono a Tiruvannamalai e del momento cruciale per il processo quello della rinuncia.

«Sono di nascita bramino. Quando venni in questo luogo avevo diciassette anni. La mia upanayana ( la cerimonia del cordone brahmino) era stata fatta prima che venissi qui. Prima di venire qui vivevo fra gente che era nell’ashrama grihastha. Entro un’ora da quando venni in questa città io abbandonai il mio cordone e ebbi la mia testa lavata. Avevo più o meno tre rupie gettai anche quel denaro (David Godman (http://davidgodman.org) Bhagavan the Atiasrami The Mountain Path, 1991)».

Gettare via il cordone significava gettare via il segno visibile del suo appartenere alla casta dei brahmini, lavarsi la testa e gettare le monete significava che egli aveva rinunciato ai possedimenti terreni e abbracciava la vita del samnyas senza però dare adesione formale a un ordine di samnyas tradizionale. Ramana abbracciò quindi a diciassette anni la vita del sadhu. Quaranta anni dopo il suo arrivo a Tiruvannamalai, fra novembre e dicembre del 1936, di fronte a una Corte di giustizia, venne chiamato in una lite civile che aveva ad oggetto delle proprietà proprio colui che a diciassette anni aveva gettato via tutto ciò che gli apparteneva per rimanere nudo e solo con il Solo. Lui che da allora aveva indossato solo un pezzetto di stoffa per coprire le parti intime per rispetto dell’altrui pudore.

Gli fu domandato a quale asrama appartenesse. La risposta di Ramana fu sorprendente in quanto non disse di essere come ci si aspettava un samnyas ma neanche disse di appartenere agli altri tre ashrama. Disse di appartenere all’ atiasrama. Gli si chiese che cosa fosse l’atiasrama e lui rispose che è aldilà dei quattro asrama comunemente conosciuti. L’interrogante chiese se quello che diceva avesse un fondamento negli shastra, Ramana rispose affermativamente.

Su questo punto, cruciale, che vedeva crollare il fondamento delle pretese della parte avversa, Ramana venne dall’avvocato di Perumal interrogato a fondo.

  • Domanda: Avete parolato di atiasrama l’altro giorno. C’è una autorità per esso è menzionato da qualche parte?
  • Bhagavan: Si, nelle Upanishad, la Suta Samhita [dello Skanda Purana], Bhagavata, Barata e altre opere.
  • D. Ci sono restrizioni o discipline per questo stato?
  • B. Ci sono delle caratteristiche di esso menzionate.
  • Q. C’è un Guru per ciascun asrama. C’è un Guru per un atiasrama?
  • B. Si.
  • Q. Ma voi non ammettete un Guru.
  • B. C’è un Guru per ciascuno. Io ammetto un guru anche per me.
  • Q. Chi è il vostro Guru?
  • B. Il Sé.
  • Q. Per chi?
  • B. Per me stesso. Il Guru può essere interno o esterno. Egli può rivelare sé stesso internamente o esternamente.
  • Q. Può l’atiasrami avere proprietà?
  • B. Non ci sono restrizioni per loro. Essi possono fare ciò che ad essi piace. Suka è detto essere sposato e aver avuto figli anche.
  • Q. Un atiasrami è come un capofamiglia in quel caso.
  • B. Ho appena detto che egli è sopra i quattro riconosciuti asrama.
  • Q. Se possono sposarsi, avere proprietà ecc. essi sono solo grihastas.
  • B.Questa può essere la vostra visione.
  • Q. Possono avere proprietà e trasferirla ad altri?
  • B. Essi possono o non possono. Dipende dal loro prarabdha ( destino).
  • Q. Ci sono Karma ( regole) per loro?
  • B. La loro condotta non è regolata secondo regole o codici (Talks with Sri Ramana Maharshi, talk no. 281).

In seguito a questa vicenda il gruppo dei discepoli anziani fece presente a Bhagavan che persino mentre lui era presente erano stati tormentati e che erano preoccupati di quel che sarebbe potuto accadere una volta che lui fosse morto. Ramana disse «che cosa suggerite di fare dunque» e loro proposero la nomina di un gruppo di amministratori.

«Degli amministratori potrebbero non avere un reale interesse nella gestione dell’Ashramam e usarlo solo come una vacca da latte per i propri scopi. È meglio che quelli che gli sono legati per sangue e sentimento abbiano permanentemente l’amministrazione».

Fu così deciso che la miglior cosa da farsi fosse un testamento. Della stesura della bozza del testamento fu incaricato Sundaram Chetty un giudice non più in servizio dell’alta corte di Salem. La bozza venne letta clausola dopo clausola a Ramana alla presenza di mezza dozzina di devoti di un certo grado sociale come testimoni. Ramana approvò apportando poche correzioni. Fu chiesto a Ramana se avesse ben inteso il senso della clausola e se la accettasse, espresso il suo consenso si passava alla successiva. Bhagavan aveva una calligrafia perfetta, alcune suoi scritti in Tamil sembrano delle stampe e denotano una pulizia e precisione del tratto notevole eppure appose come segno distintivo una x, ad ogni pagina, come consenso alle singole clausole, e alla fine un tratto come firma ad approvazione generale del testamento. La linea seguiva la seguente dichiarazione “ In segno della mia esecuzione di questo documento io appongo il mio marchio e anche autorizzo G. Sambasiva Rao a segnare per me in mia presenza perché io non ho abitudine ad appore la mia firma. I testimoni apposero a loro volta la firma e l’atto fu registrato.

«Io non appartengo a nessun ordine di Sannyas, ma se un nome deve essere dato al mio stato, io sono un atyasramita. Nel corso del tempo diversi contribuzioni di danaro vennero fatte come un dono a me, e con quel danaro, sale, magazzini e altri edifici furono costruiti, così come pozzi, serbatoi e altre amenità vennero all’esistenza. Tutte le proprietà qui sotto descritte e comprese in quel che vien chiamato “Sri Ramanashramam” ( e gli accrescimenti a ciò) sono dedicati da me all’idolo attualmente installato e consacrato in esso, cioè, Sri Mathrubhutheswara Swami e anche all’idolo o statua come mio simbolo che sarà installata e consacrata dopo il mio decesso sul mio samadhi in un posto appropriato nello stesso Ashram. Io indico mio fratello, Nirajananda svami, come il solo amministratore. Dopo lui, T.N. Venkatarama Iyer, sarà il solo amministratore. Questo diritto di amministrazione o curatela investirà, come un diritto ereditario, l’ultimo familiare e si devolverà secondo la linea maschile di discendenza di generazione in generazione. Per rendere quanto più possibile Sri Ramanashramam un centro per la diffusione della conoscenza spirituale e un posto di santità che renda possibile la realizzazione degli obiettivi relati all’avanzamento della spiritualità. Dopo aver fatto fronte alle spese necessarie dell’Ashram cioè la Pooja, il Naivedyam, ecc. degli Idoli, l’amministratore potrà prendere, dall’eccedenza delle entrate, ciò che è necessario per il mantenimento di sé stesso e della sua famiglia ( The Maharshi maggio/giugno 1993 vol 3 – n.3».

Dopo il mahanirvana di Ramana ci furono diversi tentativi legali di contestare ai familiari di Ramana l’amministrazione dell’ashramam e delle sue proprietà e il testamento giocò, in queste cause, un importantissimo ruolo.

IL MAHASAMADHI

Nel 1947 la salute di Ramana iniziò a declinare. Nel febbraio del 1949 fu notato una piccola escrescenza sotto il gomito sinistro simile per colore e forma a un cece nero. All’inizio si pensò che durante la notte muovendosi al buio avesse urtato il recinto del giardino dove qualche volta, svegliandosi, di notte si recava. A un certo punto la cosa fu detta al dottor Shankar Rao, un medico in pensione che serviva come dottore dell’ashram, che insieme al dottor Srinivasa Rao, un altro devoto, esaminarono l’escrescenza. Dopo averla esaminata i due dottori decisero di asportarla. La cosa fu fatta in modo riservato, senza anestesia. Dopo un mese sembrava che la ferita fosse ben rimarginata ma un’altra escrescenza apparve nel braccio. Venne un eminente chirurgo, il dottor Raghavachari, da Madras che, in anestesia locale, la rimosse il 27 di marzo. Si scoprì che si era in presenza di un tumore chiamato sarcoma e si iniziò una radioterapia, nello stesso periodo un medico ayurvedico prescrisse delle erbe da applicare alla ferita. La salute di Ramana si deteriorò velocemente. Ramana diventava ogni giorno più debole e a volte quando si alzava dal divano le sue membra si scuotevano così violentemente che chi era in sua compagnia aveva paura che cadesse, lui cercava di minimizzare l’angoscia dei suoi devoti dicendo « Oh, oh! Guardate sto danzando». I dottori vollero prelevare un po’ di tessuto per effettuare delle analisi e nel farlo tentarono di anestetizzare Ramana ma lui, in modo fermo e reciso, non volle dicendo al dottore di asportare quel che voleva. Durante l’asportazione di parte del tessuto tumorale Ramana diede segni di sentire gran dolore, il medico che aveva protestato alla sua decisione irremovibile di non usare anestetico osservo: «Vi avevo detto che sarebbe stato estremamente penoso», «Si», replicò Bhagavan, « il corpo sperimenta sofferenza. Ma io sono il corpo? ( The Maharshi Luglio agosto 1996 The recollections of N. Balaram Reddy) ».

Ci fu una terza operazione il 7 agosto del 1949. Il tumore riapparve e venne consigliato di amputare il braccio. Ramana disse: « Non è il caso di allarmarsi. Il corpo è in sé stesso una malattia. Lasciate che abbia la sua fine naturale. Perché mutilarlo? Basterà una semplice medicazione sulla parte colpita ( pag 77 Mahadevan Ramana Maharshi )». Si fece un’altra operazione il 19 dicembre di quell’anno, tutte queste operazioni furono fatte nel dispensario dell’Ashram.

Nel febbraio del 1950 apparve una nuova massa tumorale. Molti devoti persero la speranza che la vita di Ramana fosse risparmiata. Alcuni invece credevano che Ramana non potesse morire per questa malattia, che un saggio come Bhagavan non poteva soccombere a una comune mortale afflizione. Man mano che il suo corpo si indeboliva la sua magnifica aurea e il suo splendente sguardo che avevano sondato l’anima dei suoi devoti lasciando una impressione e un mutamento incancellabili, sembrava espandersi vieppiù. Balam Reddy, un suo devoto, durante l’ultima fase della sua malattia, vedeva una aurea luminosa in cui era immerso Bhagavan ma la imputava al suo stato d’animo e alla sua devozione. Un giorno accompagnò in visita un ministro del governatorato di Madras , all’uscita il ministro gli domandò cosa fosse quella brillanza o radianza che pervadeva la stanza del Maharshi. Il 15 marzo un team di dottori allopatici si riunirono nel dispensario dell’Ashram e si confrontarono sulle condizioni fisiche di Ramana. La conclusione fu che Ramana sarebbe vissuto al massimo un altro mese. La previsione si dimostrò corretta. I dottori in quell’occasione dissero anche che ogni restrizione alimentare fosse inutile e che avrebbe potuto mangiare o bere ciò che più gradiva. Intanto le notizie della sua imminente morte portarono uno straordinario flusso di devoti che volevano avere il darshan del saggio di Arunachala. La direzione dell’ashram emise un bollettino il 14 aprile, il giorno della morte di Ramana, in cui si diceva che il darshan del saggio era sopseso. Ramana fece ritirare il bollettino e benché il suo corpo dovesse soffrire atroci spasimi egli volle dare il suo ultimo darshan alla usuale ora dalle 5 alle 6 del pomeriggio.

« Ad ogni darshan noi scrutavamo il suo viso per scorgere i segni della sua fine. Essi vennero la sera del quattordicesimo giorni di aprile. Stava disteso come al solito ma la sua mascella rilassata cadeva lasciando la bocca aperta e i suoi occhi straordinari erano serrati. La morte era così fortemente impressa sul suo volto che centinaia di uomini e qualche donna, violando le regole dell’ashram che non voleva la loro presenza dopo il calar del sole, sedevano sotto il porticato o si stringevano alla sua ringhiera aspettando nervosamente qualche novità. Un gruppo di preti brahamani del vecchio tempio si disposero a cerchio intorno a un’incensiere e iniziarono a cantare un inno alla sacra montagna. Era una canzone scritta dallo stesso Bhagavan anni prima. Dei poliziotti vennero dalla città e presero posizione. Tutti avevano gli occhi fissati su una piccola finestra tramite cui si potevamo vedere le teste degli attendenti attorno al letto di Bhagavan e il ventaglio che uno di loro muoveva indietro e avanti sopra il sant’uomo. Guardavamo il ventaglio, il solo segno che Bhagavan fosse vivo. I preti cantarono verso dopo verso l’inno alla montagna sacra, la cui facciata meridionale saliva nel cielo blu scuro punteggiato di stelle sopra l’ashram: “ Arunachala Shiva! Arunachala Shiva! Arunachala Shiva! Arunachala”. I devoti si muovevano inquieti sotto la sferza delle voci. Pochi stavano pressati contro la ringhiera sotto la piccola finestra. Giunse il sarvadhikari e sua sorella, attraversarono la folla e entrarono nella camera dell’ammalato, La polizia spinse la gente avanti e ordinò di indietreggiare. La folla attendeva nervosamente. All’improvviso qualcuno urlò “ il ventaglio si è fermato”! La folla gemette e spinse avanti. “ Mio Dio!”, disse qualcuno. Il ventaglio si mosse ancora. La voce della folla crebbe , seguendo il comando dei preti che cantavano. Il fratello riapparve sul porticato e stette sopra i devoti, alto, sdegnoso, ruminando betel. “ Nessuna folla qui” raucamente strillò, agitando la mano flaccida a un gruppo che stava sotto la veranda. “ Indietro”. Un assistente camminando rapidamente lo oltrepassò e sparì nella folla. Si sparse la voce che i più stretti discepoli di Bhagavan erano stati chiamati per l’ultimo darshan. Un giovane indiano si precipitò da Chadwick. “ Puoi vederlo adesso!”, strillo emozionato. “ Io non voglio vedere” Chadwick irritato sbottò lasciando cadere la testa fra le mani. La concitazione della folla che mulinava nei pressi della porta si ingigantì. Preghiere e grida e concitate domande ribollivano in una isterica baraonda. I devoti combatterono per attraversare la folla e arrivare alla piccola stanza. Il canto dei preti si sovrapponeva alla confusione: “ Arunachala Shiva! Arunachala Shiva! Arunachala Shiva! Arunachala!”. E giusto quando la follia raggiunse il suo apice il ventaglio arresto il suo movimento nella piccola stanza e una meteora taglio un sentiero d’oro nel cielo e sparì sopra Sri Arunachala nel momento in cui Sri ramana Maharshi diede il suo ultimo respiro. Mentre combattevo per farmi strada verso la piccola stanza udii Chadwick lamentarsi “ se ne è andato”. Una donna americana svenne e fu portata via. Un gruppo di donne indiane uscì dalla stanza barcollando e stringendosi le une alle altre con le facce segnate dall’angoscia. Dietro di loro uscirono gli assistenti portando il corpo sul suo divano, spingendosi attraverso la folla isterica dentro la hall del tempio. Qui tenuto su da cuscini e sommerso da ghirlande di gelsomino, il corpo che una volta ospitava un dio sedette tutta la notte, dando un finto darshan ai devoti che sedevano attorno a lui cantando inni ("I saw a god die" By Darrel Berrigan in The Maharshi Marzo Aprile 1993)».

Il 14 aprile del 1950, alle ore 8 e 47, con gli occhi sempre fissi sul sacro Monte, il respirò di Ramana lasciò la sua abitazione di carne.

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Testo gentilmente fornito da Pietro Mancuso - Vie ortodosse alla conoscenza non ortodossa

Bibliografia

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