Simposio (dialogo)

Da Esopedia, l'Enciclopedia dell'[[Ordine Martinista Antico e Tradizionale|O.M.A.T.]] per gli Iniziati.
Simposio
Titolo originaleΣυμπόσιον
Altri titoliConvivio
Plato Symposium papyrus.jpg
Papiro greco con frammento del Simposio
AutorePlatone
1ª ed. originaleIV secolo a.C.
Generedialogo
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PersonaggiSocrate, Fedro, Pausania, Erissimaco, Aristofane, Agatone, Alcibiade
SerieDialoghi platonici, III tetralogia

Il Simposio (in greco Συμπόσιον, noto anche con il titolo di Convivio) è forse il più conosciuto dei Dialoghi platonici.[1] In particolare, si differenzia dagli altri scritti del filosofo per la sua struttura, che si articola non tanto in un dialogo, quanto nelle varie parti di un agone oratorio, in cui ciascuno degli interlocutori, scelti tra il fiore degli intellettuali ateniesi, espone con un ampio discorso la propria teoria su Eros ("Amore").


L'ambientazione e svolgimento

La cornice in cui si inseriscono i vari interventi è rappresentata dal simposio, offerto dal poeta tragico Agatone per festeggiare la sua vittoria negli agoni delle Lenee, oppure alle Grandi Dionisie, del 416 a.C.. Fra gli invitati, oltre a Socrate e al suo discepolo Aristodemo, il medico Erissimaco, il commediografo Aristofane, Pausania, amante di Agatone, e il suo amico Fedro, figlio di Pitocle ed esperto di retorica: ognuno di loro, su invito di Erissimaco, terrà un discorso che ha per oggetto un elogio di Eros.

Verso la fine, fa una clamorosa irruzione anche Alcibiade, completamente ubriaco, incoronato di edera e viole, accompagnato dal suo komos, che si presenta per festeggiare Agatone, e che viene accolto con cordialità. Alla fine del banchetto, la mattina seguente, Socrate (uno dei pochi rimasti svegli per tutta la notte) lascia l'abitazione e, seguito da Aristodemo, si dirige verso il Liceo.

Anselm Feuerbach, Il simposio di Platone

Durante una notte ad Atene due amici, di cui uno si chiama Apollodoro, stanno passeggiando per le vie della città, conversando. A un certo punto il primo esorta Apollodoro a raccontargli del famoso banchetto tenutosi in casa di Agatone con Socrate, Pausania, Fedro e molti altri. Apollodoro è entusiasta della richiesta, perché aveva raccontato l'evento prima a Glaucone, un altro suo amico.

Apollodoro spiega che il banchetto era avvenuto molti anni prima e che era stato Socrate a divulgare la notizia ad Aristodemo, che poi la aveva sparsa per tutta la città, arrivando anche alle orecchie di Apollodoro.

Una sera Socrate viene avvistato da Aristodemo il quale nota che il filosofo si è fatto incredibilmente bello e profumato ed ha indossato perfino dei sandali, cosa rara per uno come lui. Socrate spiega che si sta dirigendo in casa di Agatone il quale sta dando una festa per celebrare una sua vittoria e Aristodemo lo segue incuriosito.

Tuttavia per la strada Socrate rimane indietro a riflettere ed entra in casa solo a metà della festa, malgrado i continui richiami di Agatone. Dopo essersi puliti ed aver bevuto del buon vino mielato, il padrone di casa chiede agli invitati di cosa vogliano discutere quella sera e uno di loro, Fedro, propone la discussione sul Eros, ovvero l'Amore. Tutti sono entusiasti dell'argomento e cominciano a dialogare.


Interpretazione esoterica

Eros come demone intermediario, figlio della mancanza

Già nel Fedro, Platone approfondisce il problema della natura sintetica e mediatrice dell’amore, ricollegandolo con la dottrina della reminiscenza.

L’anima nella sua originaria vita al seguito degli dèi ha visto l’Iperuranio e le Idee: poi, perdendo le ali e precipitando nei corpi, ha tutto dimenticato. Il desiderio di una Reintegrazione originaria è appunto Eros (che nulla ha a che fare con l’erotismo nel senso comune odierno) che, con l’anelito trascendente del soprasensibile, fa rispuntare all’anima le antiche ali.

Nel Fedro Platone ci diceva:


“l’amore non è inviato dagli dèi all’amante e all’amato perché ne traggano giovamento.
Noi dobbiamo invece dimostrare il contrario, cioè che tale manìa è concessa dagli dèi per la nostra più grande felicità; e la dimostrazione non sarà persuasiva per i valent’uomini, ma lo sarà per i sapienti.


Sull’Amore, così continua:


“in seguito alla mescolanza di entrambe le cose, l’anima è turbata per la stranezza di ciò che prova e trovandosi senza via d’uscita comincia a smaniare; ed essendo in stato di mania non può né dormire di notte né di giorno restare ferma dov’è, ma corre in preda al desiderio dove crede di poter vedere colui che possiede la Bellezza: e una volta che l’ha visto e si è imbevuta del flusso d’amore, libera i condotti che allora si erano ostruiti, riprende fiato e cessa di avere pungoli e dolore, e allora coglie, nel momento presente, il frutto di questo dolcissimo piacere.”
“Poiché dunque l’amato, come un essere pari agli dèi, è oggetto di ogni venerazione da parte dell’amante che non simula, ma prova veramente questo sentimento […] flusso che Zeus, innamorato di Ganimede, chiamò flusso d’amore, scorrendo in abbondanza verso l’amante dapprima penetra in lui, poi, quando ne è ricolmo, scorre fuori; e come un soffio di vento o un’eco, rimbalzando da corpi lisci e solidi, ritornano là dov’erano partiti, così il flusso della bellezza ritorna al bel fanciullo attraverso gli occhi, e di qui per sua natura arriva all’anima. Quando vi è giunto la incoraggia a volare, quindi irriga i condotti delle ali e comincia a farle crescere, e così riempie d’amore anche l’anima dell’amato.”


Nell’antica Grecia con la parola “simposio” si intendevano le conversazioni di maschi adulti, allietate dai giochi di giovani e fanciulle compiacenti. Ricordiamoci che nel mondo greco l’omosessualità era normalmente accettata, e le stesse famiglie tolleravano che i propri ragazzi avessero un amante.

Il simposio era, però, una vera e propria forma di Conoscenza, con cui si mirava ad arrivare al condensato di valori che rendevano nobile l’uomo.

Nel Simposio Platone fa l’analisi dell’Amore: il Demone Amore è stato generato da Penia (che vuol dire povertà) e da Poros (che vuol dire espediente, necessità) nel giorno natale di Afrodite: ha perciò una doppia natura.


In sostanza è figlio della mancanza, e può sussistere solo con questa.

Quello dell’Amore è un desiderio che vuol sopperire ad una mancanza, infatti chi ha già una cosa non la desidera:


- “Prova allora” – riprese Socrate – “a far la stessa domanda per l’Eros: Eros è amore di niente o di qualcosa?”
- “Di qualcosa, evidentemente.”
- “Tieni bene a mente questo carattere dell’Eros, allora, e dimmi ancora se egli desidera ciò che ama.”
- “Lo desidera certamente”, disse.
- “Quando possiede ciò che desidera, è allora che l’ama, o quando non lo possiede?”
- “Quando non lo possiede: è probabile che sia così” - disse.
“Però supponiamo - disse Socrate - che un uomo forte voglia esser forte, che un uomo agile voglia esser agile, che un uomo in buona salute voglia essere in buona salute. Si potrebbe forse pensare, per quel che riguarda queste qualità e tutte quelle dello stesso genere, che gli uomini che le hanno desiderano averle ancora. Lo dico per difenderci contro questo possibile errore.
Se ci pensi, Agatone, è necessario che essi abbiano, al momento, ciascuna delle qualità che hanno, che le vogliano o meno: com’è possibile desiderare ciò che si ha già? Ma se qualcuno ci dicesse ‘Io sono adesso in buona salute, e desidero esserlo; io sono ricco, e desidero esserlo, desidero possedere quel che già possiedo’, allora noi gli risponderemmo: ‘Tu hai la ricchezza, la salute, la forza; quel che desideri, è di averle ancora in futuro, perché per il presente, che tu lo voglia o no, le hai già. Dunque quando dici: io desidero ciò che adesso ho già, queste parole significano semplicemente: ciò che io ho adesso, desidero averlo anche per l’avvenire.’ Sei d’accordo, non è vero?
Quindi l’uomo che si trova in questa situazione, e cioè chiunque provi un desiderio, desidera ciò che non ha ancora e che non è nel presente. E ciò che egli non ha, ciò che egli stesso non è, quel che gli manca, insomma, ecco l’oggetto del suo desiderio e del suo amore.”
- “Andiamo avanti, allora” - disse Socrate. “Ricapitoliamo i punti su cui siamo d’accordo. Non è forse vero, innanzitutto, che l’Eros si indirizza verso certe cose e, in secondo luogo, che queste cose sono quelle di cui sente la mancanza?”
- “Sì”, disse.


Dunque l’Amore-Eros platonico è Desiderio.

Esso non è né bello, né buono, ma è desiderio di bellezza e di bontà. Amore non è quindi un dio. Infatti, solo Dio è sempre bello e buono, ma Amore non è nemmeno uomo.


- “Tu rispondi come si deve, mio caro” - disse Socrate - “e se le cose stanno come tu ci hai detto, I’Eros dovrebbe amare la bellezza, non certo la bruttezza, non è vero?” Agatone fu d’accordo.
- “Ma non ci siamo trovati d’accordo anche su questo, che si ama ciò di cui si sente la mancanza e che non si possiede?”
- “Sì”, ammise.
- “L’Eros manca quindi della bellezza e non la possiede?”
- “Per forza”, disse.
- “Ma come? Chi manca della bellezza e non la possiede affatto, tu lo chiami bello?”
- “No di certo.”
- “E allora, se le cose stanno così, sei ancora dell’avviso che l’Eros sia bello?”
- “Temo proprio” - disse Agatone – “di aver parlato senza sapere quel che dicevo.”
- “Però il tuo discorso era molto elegante, Agatone. Ma ancora una piccola domanda: le cose buone sono allo stesso tempo belle, secondo te?”
- “Lo sono, a mio avviso.”
- “Allora se all’Eros manca la bellezza e se le cose buone sono anche belle, all’Eros deve per forza mancare anche la bontà.”


Eros non è mortale e neppure immortale: egli è uno di quegli esseri intermedi fra uomo e Dio.

Da qui viene anche la parola dèmone, che significa proprio “intermediario”, svincolata dall’accezione negativa moderna.

Sembra che tutti gli sviluppi del mondo che siano essi minerali, vegetali, o animali, si basino su questo principio: quella che noi scientificamente chiamiamo “evoluzione” non è altro che Desiderio di crescere, di migliorarsi, adattandosi alle condizioni circostanti. Così i cristalli con la loro poliedricità, le piante che vanno verso l’alto alla ricerca della luce o verso il basso alla ricerca di nutrimento, le giraffe che con il loro lungo collo cercano nutrimento in alto nelle foglie più tenere.

Eros è mediatore e intermediario.

Questa asserzione fondamentale nelle parole del dialogo che avviene tra Socrate e la sacerdotessa Diotima:


- Diotima: “Ma tu hai riconosciuto che Eros, mancando delle cose buone e belle, le desidera proprio perché gli mancano.”
- Socrate: “È vero, ero d’accordo con te su questo.”
- Diotima: “E allora come può essere un dio se le cose buone e belle gli mancano?”
- Socrate: “Sembra impossibile, in effetti.”
- Diotima: “Come vedi - disse -, anche tu ritieni che Eros non sia un dio. Chi sarà dunque Eros? un mortale? No di certo.”
- Socrate: “E allora?”
- Diotima: “E come negli esempi precedenti, la sua natura è a mezza via tra il mortale e l’immortale.”
- Socrate: “Che vuoi dire, Diotima?”
- Diotima: “È un dèmone potente, Socrate. I demoni, infatti, hanno una natura intermedia tra quella dei mortali e quella degli dèi.
Eros interpreta e trasmette agli dèi tutto ciò che viene dagli uomini, e agli uomini ciò che viene dagli dèi: da un lato le preghiere e i sacrifici degli uomini, dall’altro gli ordini degli dèi e i loro premi per i sacrifici compiuti; e in quanto è a mezza via tra gli uni e gli altri, contribuisce a superare la distanza tra loro, in modo che il Tutto sia in se stesso ordinato e unito. […] Il divino non si mescola con ciò che è umano, ma, grazie ai dèmoni, in qualche modo gli dèi entrano in rapporto con gli uomini, parlano loro, sia nella veglia che nel sonno.”


La Scala dell'Eros

L’apice della rappresentazione di Eros è raggiunto nella Scala dell'Eros pronunciata da Diotima, la quale la intende come un passaggio verso il luogo più elevato di tutto il cammino, cioè la perfetta visione delle cose.

Per compiere questo cammino occorre passare attraverso quattro gradini:

  • - l’amore dei bei corpi;
  • - la convinzione che in tutti i corpi la bellezza è sempre la stessa, che spinge ad abbandonare l’amore per un solo individuo;
  • - la persuasione che la bellezza dell’anima è superiore alla bellezza del corpo;
  • - la capacità di vedere la bellezza nelle opere dell’uomo e negli oggetti intellettuali, fino a comprendere che la bellezza è sempre uguale a se stessa.


Le parole di Diotima sono le seguenti:


“Chi inizia il cammino che può portarlo al fine ultimo, sin da giovane deve essere attento alla bellezza fisica. In primo luogo, se chi lo dirige sa indirizzarlo sulla giusta strada, si innamorerà di una sola persona e troverà con lei le parole per i dialoghi più belli.
Poi si accorgerà che la bellezza sensibile della persona che ama è sorella della bellezza di tutte le altre persone: se si deve ricercare la bellezza che è propria delle forme sensibili, non si può non capire che essa è una sola, identica per tutti.
Capito questo, imparerà a innamorarsi della bellezza di tutte le persone belle e a frenare il suo amore per una sola: dovrà imparare a non valutare molto questa prima forma dell’amore, a giudicarla di minor valore.
Poi, imparerà a innamorarsi della bellezza delle anime piuttosto che della bellezza sensibile: a desiderare una persona per la sua anima bella, anche se non è fisicamente attraente. Con lei nasceranno discorsi così belli che potranno elevare i giovani che li ascoltano.
E giunto a questo punto, potrà imparare a riconoscere la bellezza in quel che fanno gli uomini e nelle leggi: scoprirà che essa è sempre simile a se stessa, e così la bellezza dei corpi gli apparirà ben piccola al confronto. Dalle azioni degli uomini, poi, sarà portato allo studio delle scienze, per coglierne la bellezza, gli occhi fissi sull’immenso spazio su cui essa domina.
Cesserà allora di innamorarsi della bellezza di un solo genere, d’una sola persona o di una sola azione - una forma d’amore che lo lascia ancora schiavo - e rinuncerà così alle limitazioni che lo avviliscono e lo impoveriscono. Orientato ormai verso l’infinito universo della bellezza, che ha imparato a contemplare, le sue parole e i suoi pensieri saranno pieni del fascino che dà l’amore per il sapere. Finché, reso forte e grande per il cammino compiuto, giungerà al punto da fissare i suoi occhi sulla scienza stessa della bellezza perfetta, di cui adesso ti parlerò.


Sforzati di dedicarti alle mie parole con tutta l’attenzione di cui sei capace.
Guidato fino a questo punto sul cammino dell’amore, il nostro uomo contemplerà le cose belle nella loro successione e nel loro esatto ordine; raggiungerà il vertice supremo dell’amore e allora improvvisamente gli apparirà la Bellezza nella sua meravigliosa natura, quella stessa, Socrate, che era il fine di tutti i suoi sforzi: eterna, senza nascita né morte. Essa non si accresce né diminuisce, né è più o meno bella se vista da un lato o dall’altro. Essa è senza tempo, sempre egualmente bella, da qualsiasi punto di vista la si osservi. E tutti comprendono che è bella. La Bellezza non ha forme definite: non ha volto, non ha mani, non ha nulla delle immagini sensibili o delle parole.”


Solo a questo punto, l’Innamorato sarà in grado di vedere il Bello in sé: l’Amore si trasforma completamente e cambia di livello: dal piano della sensibilità multiforme, giunge attraverso il piano delle idee, al Principio primo.

La Bellezza non ha forme definite: ciò significa che, sebbene le forme Belle e da Amare del mondo sensibile siano molteplici e varie, in realtà il loro principio, l’Essenza della Bellezza, è unico, anche se non ce ne rendiamo conto. Pensiamo che l’Amore assuma solo una forma, o che in talune persone non ci sia Amore, quando invece è vero l’opposto: l’uomo Ama sempre anche se con forme diverse e desidera il Bene.


- “Ma questa volontà, questo desiderio, tu pensi sia comune a tutti gli uomini? Tutti vogliono sempre possedere ciò che è buono? Dimmi cosa ne pensi.”
- “È così, questa volontà è comune a tutti.”
- “Ma allora, Socrate - riprese -, perché non diciamo che tutti gli uomini amano, se tutti desiderano sempre le stesse cose? Come mai, al contrario, diciamo che alcuni uomini amano ed altri non amano affatto?”
- “Sono stupito anch’io di questo”, risposi.
- “Non devi stupirti, però - disse -. Il fatto è che l’amore ha molte forme, ma noi prendiamo una sola di queste forme e le diamo il nome generico di amore come se fosse l’unica. Questo nome andrebbe dato a tutte, ma per le altre forme usiamo nomi diversi.”
- “Mi fai un esempio?”, chiesi.
- “Certo. Tu sai che la capacità creativa delle persone può manifestarsi in molti campi. La creatività entra in gioco tutte le volte che qualche cosa viene prodotta, perché prima non c’era e poi c’è; così le opere degli artigiani, in tutti i campi, sono frutto della creatività e gli uomini che le fanno sono tutti dei creativi, degli artisti.
Ed è lo stesso per l’amore. In generale, ogni desiderio di ciò che è buono, che è bello, è per tutti ‘amore possente, Eros ingannevole’. Il desiderio umano ha mille forme diverse: alcune persone hanno la passione del denaro, o dello sport, o dello studio, ma noi non diciamo che amano, che sono innamorati. Altri, che seguono una particolare forma d’amore, ebbene solo per loro usiamo le parole che dovremmo usare per tutti: amore, amare, innamorati.”


- “Molti dicono, però, che amare significa cercare la propria metà. Io non sono d’accordo, perché non c’è affatto amore né per la metà né per l’intero, mio buon amico, se l’oggetto del nostro desiderio non è buono: le persone accettano di farsi tagliare anche i piedi o le mani, se sono convinte che queste parti possono portare dei mali. Io non credo affatto che ciascuno si affezioni a ciò che gli appartiene, a meno che non sia convinto che ciò che è suo sia buono e ciò che gli è estraneo sia cattivo. Gli uomini. infatti, non desiderano altro che il bene. Non la pensi così anche tu?”
- “Certo, per Zeus”, risposi.


L'oggetto dell'Amore è l'immortalità dell'Essere

L’Amore è multiforme, e vi prego di non stupirvi se vi diciamo che l’Amore ha come proprio oggetto l’immortalità, ed anche il creare nella Bellezza.


Il corpo dell’uomo è per sua natura mortale, ed è per questo che Ama: perché sente la mancanza dell’immortalità e dunque il desiderio di continuare a vivere attraverso le generazioni successive.


Il corpo è mortale, e non l’anima, che è immortale:

- “Mi esprimerò più chiaramente. Tutti gli uomini, mio caro Socrate, hanno capacità creative sia nel corpo che nell’anima.
Tutti noi, quando abbiamo raggiunto una certa età, per natura proviamo il desiderio di generare, ma non si può generare nulla nella bruttezza: si può solo nella bellezza.
Nell’unione dell’uomo e della donna c’è qualcosa di creativo, qualcosa di divino.
Tutte le creature viventi sono mortali, ma in loro c’è una scintilla d’immortalità: è la fecondità dei sessi, la capacità di generare nuovi esseri viventi. Ma questo non può avvenire se non c’è armonia: e non c’è armonia tra la bruttezza e tutto ciò che è divino, perché solo la bellezza è in armonia con gli dèi. […]
E dunque Eros – concluse – non desidera affatto la bellezza, mio caro Socrate, come tu credi.”
- “E cosa allora?”
- “Desidera creare e far nascere nuova vita nella bellezza. […] E proprio così” - ripeté -. “Ma perché creare nuova vita? Perché per qualsiasi essere mortale l’eternità e l’immortalità possono consistere solo in questo: nel creare nuova vita. Ora, il desiderio d’immortalità accompagna necessariamente quello del bene - lo sappiamo, ormai - se è vero che l’amore è desiderio di possedere per sempre il bene. E così da tutto quello che abbiamo detto segue questo, che l’amore ha come proprio oggetto l’immortalità.
Quale pensi che sia, Socrate, la causa dell’amore e del desiderio? Non vedi in che strano stato sono gli animali, quando il loro istinto li spinge a procreare? Tutti gli animali - che si muovano sulla terra o volino nell’aria - sembrano impazziti, l’amore li tormenta, e li spinge ad accoppiarsi. Poi quando viene il momento di nutrire i loro piccoli, sono sempre pronti a combattere per difenderli: anche i più deboli affrontano animali più forti di loro e sono pronti a sacrificarsi per amore dei loro piccoli. Soffrono loro le torture della fame, pur di sfamare i figli e far tutte le altre cose necessarie. Presso gli uomini si può pensare che tutto questo sia il frutto di una riflessione razionale. Ma presso gli animali, da dove proviene questo amore che li mette in tale stato? Puoi dirmelo? […]
Infatti su questo punto la natura mortale segue sempre lo stesso principio quando cerca, nella misura dei suoi mezzi, di perpetuare la vita e divenire immortale. E non può farlo che in questo modo, attraverso l’amore, che fa sì che un nuovo essere prenda il posto del vecchio. Riflettiamo: quando si dice che ciascun essere vivente rimane se stesso (per esempio che dalla nascita alla vecchiaia permane la sua identità), ebbene questo essere non ha mai in sé le stesse cose. Diciamo sì che è sempre lo stesso, ma in realtà non cessa mai di rinnovarsi ogni momento in certe parti, come i capelli, le ossa, il sangue, insomma in tutto il suo corpo. E questo non è vero soltanto per il suo corpo, ma anche per la sua anima: i sentimenti, il carattere, le opinioni, i desideri, i piaceri, i dolori, i timori, niente di tutto questo rimane costante per ciascuno di noi, ma tutto in noi nasce e muore. […]
Non meravigliarti dunque se ciascun essere è dominato dall’amore e si preoccupa tanto dei propri figli, perché questo è nella natura dei viventi: è al servizio dell’immortalità.
Devi esserne certo, Socrate. Pensa alle ambizioni che hanno molte persone e ti meraviglierai senza dubbio della loro assurdità; se rifletti, meditando sulle mie parole, ti accorgerai di quanto è strano lo stato di coloro che desiderano diventar celebri e acquistar gloria immortale per l’eternità: sono disposti per questo a correre ogni rischio, più ancora che per difendere i loro figli. Sono pronti a mettere in gioco il loro denaro, ad affrontare tutti i disagi, a rischiare la loro stessa vita. […]
A mio avviso, è per rendere immortale il loro valore, per acquisire un nome glorioso, che gli uomini fanno quel che fanno, e questo tanto più se le loro qualità personali sono alte - perché è l’immortalità che essi desiderano. Allora, disse, gli uomini fecondi nel corpo pensano soprattutto alle donne: il loro modo d’amare è tutto nel cercare di generare dei figli e così assicurare alla loro persona l’immortalità - questo essi credono - e la memoria di sé e la felicità per tutto il tempo a venire.
Altre persone, però, sono feconde nell’anima: c’è infatti una fecondità propria del nostro spirito che a volte è superiore a quella del corpo. Ecco qual è: è la forza creativa della saggezza e delle altre virtù in cui il nostro spirito eccelle.”


Attraverso la sacerdotessa Diotima, Platone lascia intendere che l’uomo per arrivare alla vera comprensione ha bisogno di qualcosa di più della sola razionalità o del suo essere uomo comune. Ci vuole un insegnamento e un’assistenza particolari: un insegnamento iniziatico.


- Diotima: “Chi non è sapiente deve per forza essere ignorante? Non ti sei mai accorto che c’è una via di mezzo tra la sapienza e l’ignoranza?”
- Socrate: “E qual è?”
- Diotima: “Avere un’opinione giusta, senza però saperla giustificare.”
- Socrate: “Ma allora chi sono i filosofi, se non sono né i sapienti né gli ignoranti?”
- Diotima: “È chiaro chi sono: anche un bambino può capirlo. Sono quelli che vivono a metà tra sapienza ed ignoranza, ed Eros è uno di questi esseri. La scienza, in effetti, è tra cose più belle, e quindi Eros ama la bellezza: è quindi necessario che sia filosofo e, come tutti i Filosofi, è in posizione intermedia tra i sapienti e gli ignoranti.”


Il Filosofo quindi non è ignorante come l’uomo comune (perfettibile), né perfetto: è però uno che ha intrapreso una Via verso la perfezione, un iniziato.

Trasposizioni cinematografiche

Nel 1988, il regista italiano Marco Ferreri ha trasposto filmicamente, per la televisione francese, alcuni dialoghi del Simposio nel film Il banchetto di Platone.

Note

  1. Platone, Simposio, intr. di B. Centrone, a cura di Matteo Nucci, Einaudi, Torino 2009.

Bibliografia

Edizione principale

  • Plato, Symposium, in: Platonis opera, recognovit brevique adnotatione critica instruxit Ioannes Burnet, tomus II tetralogias III-IV continens, Oxford 19102

Edizioni italiane

  • Platone, Simposio, a cura di Giorgio Colli, Adelphi, Milano 1979
  • Platone, Simposio, intr. di V. Di Benedetto, a cura di Franco Ferrari, Rizzoli, Milano 1986
  • Platone, Simposio, a cura di Giovanni Reale, «Lorenzo Valla», Milano 2001
  • Platone, Simposio, intr. di D. Susanetti, trad. di C. Diano, Marsilio, Venezia 2006
  • Platone, Simposio, intr. di A. Taglia, trad. di G. Calogero, Laterza, Bari 200810
  • Platone, Simposio, intr. di B. Centrone, a cura di Matteo Nucci, Einaudi, Torino 2009
  • Platone, Simposio, a cura di G. Giardini, in: Tutte le opere, a cura di E.V. Maltese, Newton Compton, Roma 2009
  • Platone, Simposio, intr. di Umberto Galimberti, trad. e cura di F. Zanatta, Feltrinelli, 1995

Saggi

  • Francesco Adorno|F. Adorno, Introduzione a Platone, Laterza, Bari 1997
  • Charles Kahn|C. Kahn, Platone e il dialogo socratico, trad. it., Vita e Pensiero, Milano 2008
  • G. Reale, Eros dèmone mediatore, Bompiani, Milano 1997
  • F. Trabattoni, Scrivere nell'anima, La Nuova Italia, Firenze 1994


Voci correlate


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