Cenno Biografico su Louis-Claude de Saint-Martin

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Cenno Biografico su Louis-Claude de Saint-Martin
Autore J. B. M. GENCE
Argomento Martinismo
Fonte: http://www.esonet.org


di J. B. M. GENCE

Prefazione

Coloro che hanno conosciuto personalmente L. C. de Saint-Martin, non meno semplice e modesto che sapiente e profondo, lo hanno anche riverito ed amato. Io mi felicito d'esser stato del numero.

E' a questo titolo che mi ero incaricato di consacrargli un cenno storico imparziale nella Biografia Universale. Ma ho avuto il dolore di vedere questo cenno troncato e alterato; la dottrina dell'Autore travisata; i suoi temi snaturati, i suoi sentimenti calunniati; infine si è osato unire il plagio all'oltraggio.

Non posso che premurarmi di ristabilire e di pubblicare qui il cenno nella sua integrità, per l'onore del personaggio rispettabile che ne è l'oggetto, e per quello dei suoi onesti amici che l'ingiuria fatta alla sua memoria ed alla sua coscienza tende a compromettere.


Louis Claude de Saint-Martin, sapiente e profondo spiritualista, detto Il Filosofo Incognito, nacque ad Amboise, da una famiglia nobile, il 18 Gennaio 1743. Egli deve ad una matrigna attenta i primi elementi di quella educazione dolce e devota, che lo fece, diceva lui, amare, durante tutta la sua vita, da Dio e dagli uomini.

Al collegio di Pont-Levoy, ove era stato messo per tempo, si dedicò molto alle letture e fra le tante opere, predilesse L'arte di conoscersi da se stesso dell'Abadie; ed è alla lettura di questo testo che egli attribuiva il suo distacco dalle cose di questo mondo. Ma destinato dai suoi parenti alla magistratura, diede importanza, nel suo corso di diritto, piuttosto alle basi naturali della giustizia, che alle regole della giurisprudenza, di cui lo studio gli ripugnava. Alle funzioni di magistrato, alle quali ebbe creduto di dover dare tutto il suo tempo, preferì la professione delle armi, che, durante la pace, gli lasciava del tempo libero per occuparsi di meditazioni e della conoscenza dell'uomo. Entrò come ufficiale, a 22 anni, nel reggimento di Foix, di guarnigione a Bordeaux.

Malgrado la sua propensione per la filosofia interiore, intraprese una carriera non meno attiva di quella militare. Fu infatti iniziato con le formule, i riti, le pratiche e le operazioni teurgiche da Martinez de Pasqually al quale spesso chiedeva: "Maestro, ma come! è necessario dunque tutto ciò per conoscere Dio?"

Questa via, inizialmente, non aveva affatto sedotto il nostro filosofo. Fu tuttavia così che egli entrò nella via dello spiritualismo. La dottrina di questa scuola, i cui membri prendevano il titolo di Cohen, e che Martinez presentava come un insegnamento segreto di cui aveva ricevuto la tradizione, si trova esposta, in modo misterioso, nelle prime opere di Saint-Martin, e soprattutto nel suo Quadro naturale dei rapporti che esistono tra Dio,l'uomo e l'universo.

Dopo la morte di Martinez, la scuola fu trasferita e Lione. E' qui che, munito delle armi di una dottrina opposta a quella degli enciclopedisti, che minacciava troppo di propagarsi, Saint-Martin, destinato in qualche modo a combattere l'ateismo filosofico, come doveva un giorno attaccare frontalmente il materialismo rivoluzionario, pubblicò il suo libro Degli Errori e della Verità. Demolendo le dottrine erronee di una pretesa filosofia della natura e della storia, richiama l'uomo alla Verità fondata sul Principio stesso della scienza e sulla natura dell'essere intellettuale; impiegando le tradizioni della Sacra Scrittura solo a sostegno delle prove, o enigmaticamente, per non urtare troppo i lettori imbevuti di teorie uscite dallo studio del barone d'Holbach.

La scuola di Pasqually, le cui operazioni cessarono nel 1778, si fuse a Parigi, con la società dei Gran Professi, o con quella dei Filaleti. Queste professavano in apparenza la dottrina di Martinez e quella di Swedenborg (mistico svedese), ma in realtà cercavano più la "Grande Opera" e meno la verità. Saint-Martin fu invitato, nel 1784, a quest'ultima nuova unione; ma rifiutò di partecipare alle operazioni dei suoi membri, che giudicava non parlassero che da puri massoni e non da veri iniziati (cioè uniti al loro Principio).

Saint-Martin seguiva volentieri le riunioni in cui lo si occupava in buona fede, ad esercizi che annunciavano delle virtù attive. Le manifestazioni di ordine intellettuale, ottenute attraverso la via sensibile, gli rivelavano, nelle sedute di Martinez, una scienza degli spiriti; le visioni di Swedenborg, di ordine sentimentale, una scienza delle anime; quanto ai fenomeni del magnetismo sonnambolico, che egli seguì a Lione, li reputava appartenenti ad un ordine sensibile inferiore, ma vi credeva.

Amante di tutto ciò che gli poteva far conoscere una verità, soprattutto nelle scienze sottoposte a dei principi esatti, Saint-Martin si occupava dello studio della matematica per scoprirvi lo spirito che poteva racchiudere la conoscenza dei numeri, e questo studio occasionò la sua relazione con l'astronomo Joseph Lalande; ma vi era troppa antipatia: essa durò poco. Sebbene non lo reputasse ateo, nondimeno riteneva che ne fosse prossimo.

Il nostro filosofo si riteneva più vicino al pensatore Jean-Jacques Rousseau. Pensava, come lui, che gli uomini fossero naturalmente buoni; ma intendeva, per natura, quella che essi avevano originariamente perduta, e che potevano riscoprire intenzionalmente; poiché li giudicava, nel mondo, piuttosto trascinati dall'abitudine viziosa che dalla cattiveria. A questo riguardo somigliava poco a Rousseau, che guardava come misantropo per eccesso di sensibilità poiché vedeva gli uomini non quali erano, ma quali voleva che fossero.

Lui, al contrario, amò sempre gli uomini, come migliori di quanto sembrassero essere; e le attrattive della buona società gli facevano immaginare quanto poteva valere una riunione più compiuta con il suo Principio. Pure le sue occupazioni, come i suoi piaceri, furono sempre conformi a questa disposizione. La musica strumentale, le passeggiate campestri, le conversazioni amichevoli, erano le ricreazioni del suo spirito e gli atti di beneficenza, quelli della sua anima. Egli non possedeva nulla o quasi, tanto che gli restava poca cosa da dare; e riceveva sempre in soddisfazione più di quanto donasse. Nei suoi intrattenimenti, trovava pure sempre da guadagnare. Anche nelle relazioni con i personaggi più in vista per il loro rango (quali il marchese de Lusignan, il maresciallo di Richelieu, il duca d'Orleans, la duchessa de Bourbon, il cavaliere de Bouflers, ecc.), che trovavano con ragione il suo spiritualismo troppo elevato per lo spirito del secolo. Infatti egli diceva di dovere la conferma e lo sviluppo delle sue idee sui grandi temi di cui cercava il Principio, al fatto che si intratteneva con se stesso e con le persone meno prevenute. Egli percorse questa via, come Pitagora, per studiare l'uomo e la natura, e per confrontare la testimonianza degli altri con la sua. Era a lui che poteva più realmente applicarsi il motto di Rousseau: Vitam impendere vero. Essendo tutto proteso alla ricerca della verità, scopo costante dei suoi studi e delle sue opere, Saint-Martin abbandonò infine il servizio militare per dedicarsi esclusivamente a tale ricerca ed al ministero, in qualche modo spirituale, al quale si sentiva chiamato.

Fu a Strasburgo che, dalla viva voce di un'amica, Madame Charlotte de Boecklin, ebbe la conoscenza delle opere del filosofo teutonico Jacob Böhme, visto in Francia come un visionario; e studiò in età avanzata la lingua tedesca, al fine di comprendere e di tradurre per suo uso, in francese, le opere di questo celebre illuminato, che gli rivelarono ciò che, nei documenti del suo primo maestro, aveva soltanto intravisto.

Egli lo guardò sempre dopo come la più grande luce umana che fosse apparsa. Saint-Martin visitò l'Inghilterra, ove si legò, nel 1787, con l'ambasciatore Barthélemy, e conobbe William Law, editore di una versione inglese e di un compendio dei libri di Jacob Böhme.

Nel 1788 fece un viaggio a Roma con il principe Alexis Gallitzin, che in seguito ebbe modo di dire al Sig. Fortia d'Urban questa ragguardevole frase: "mi riconosco veramente uomo solo dopo aver conosciuto il Sig. de Saint-Martin". Di ritorno dalle sue escursioni in Italia, Germania e Inghilterra, non potè rifiutare la croce di Saint-Louis, di cui non si credeva degno, sebbene la dovesse più alla nobiltà dei suoi sentimenti che ai suoi servigi.

La rivoluzione, nelle sue diverse fasi, trovò Saint-Martin sempre lo stesso, sempre proteso al suo scopo: Justum et tenacem propositi virum. Elevato dai suoi principi al di sopra delle considerazioni della nascita o dell'opinione corrente, non emigrò; e, avendo in grande orrore i disordini e gli eccessi, sia dell'anarchia, sia del dispotismo, vide nella rivoluzione francese i disegni terribili della Provvidenza, e credette di vedere nell'uomo che venne più tardi a reprimerla un grande strumento temporale. In quell'epoca, in cui lo spirito di famiglia sembrava essere, come la società, in dissoluzione, e precisamente nel 1793, Saint-Martin andò a dare le sue cure costanti ed a rendere gli ultimi doveri ad un padre infermo e paralitico. Nello stesso tempo, malgrado lo stato di disagio in cui si trovava per la sua modica fortuna, contribuiva, in qualità di cittadino, ai bisogni pubblici del suo comune. Di ritorno nella capitale, fu costretto però ad abbandonarla presto perché compreso nel decreto di espulsione dei nobili del 27 germinale anno II°.

Mentre la maggior parte degli uomini si occupava degli interessi politici che agitavano le nazioni, egli era in corrispondenza su dei temi elevati ed importanti per la loro influenza sul destino e la natura dell'uomo, con un barone svizzero, membro del consiglio sovrano di Berna.

Viveva solitario, separato dalle sue conoscenze, al centro di un mare di passioni tempestose e si guardava, nel suo isolamento, come il Robinson Crusoè della spiritualità.

Intanto una pretesa congiura di un'associazione religiosa, detta Madre di Dio, era allora all'esame della giustizia rivoluzionaria, ed egli corse il rischio di un mandato di arresto; fortunatamente però sopraggiunse il 9 termidoro. Infatti, la sua corrispondenza con il barone svizzero, naturalista e filosofo religioso, che era portato verso le manifestazioni esteriori e sensibili e lo interrogava su questi argomenti, avrebbe potuto farlo sospettare.

Ma in realtà il Saint-Martin riportava sempre il suo amico al senso morale e interiore, e lo rinviava al suo carissimo Böhme. Essi si legarono intimamente, senza mai vedersi; e si scambiarono reciprocamente i ritratti. Durante il discredito totale degli assegnati (titoli di debito pubblico emessi durante la rivoluzione francese), Saint-Martin accettò del barone svizzero, ma solamente in deposito, l'offerta di una somma in denaro, della quale la sua filosofia, o piuttosto la fede evangelica, gli aveva insegnato a fare a meno. Stimando interamente la fermezza di Rousseau, trovava poco conveniente nella bocca di un uomo che predicava tanto la beneficenza, di fermarne il libero corso rifiutando i doni; ed egli, dal canto suo, offriva generosamente al barone, la cui casa di Morat era stata saccheggiata durante l'invasione francese, alcuni pezzi di argenteria che gli restavano.

Fedele ai suoi doveri pubblici come a quelli dell'amicizia, assolveva allora personalmente il suo servizio nella guardia nazionale. Egli ci fa sapere che montava la sua guardia, nel 1794, al Tempio, dove era detenuto il figlio di Luigi XVI. Tre anni prima, era stato inserito nella lista dei candidati per la scelta di un governatore del Delfinato. Nel maggio 1794, incaricato di redigere, per il suo comune, lo schedario dei libri provenienti dai depositi nazionali, fu attratto dalle ricchezze spirituali contenute in un libro che trattava la vita della suora Margherita del Santo Sacramento. Verso la fine dello stesso anno, sebbene la sua qualità di nobile gli interdicesse il soggiorno a Parigi, fu designato dal distretto di Amboise, come uno degli allievi alle scuole normali, destinate a formare degli istruttori per propagare l'istruzione.

Dopo aver, come Socrate, consultata la sua indole, accettò questa missione, nella speranza che potesse, con l'aiuto di Dio, in presenza di duemila uditori animati di ciò che egli chiamava lo spiritus mundi, impiegare utilmente il suo carattere di natura spirituale e combattere con successo il filosofismo materiale e antisociale. Richiese di ritornare nella capitale, dove giunse a proposito per difendere e sviluppare la causa del senso morale, contro il deputato Garat, professore della dottrina del senso fisico o dell'analisi dell'intendimento umano.

La "pietra" che egli scagliò, sono i suoi termini, contro l'analista filosofo, non fu affatto perduta; ed essa colpì ancora nei dibattiti di cui il ricordo è rimasto. (Corrispondenza inedita di Saint-Martin con Kirchberger, 19 marzo 1795).

Ritornato tranquillamente e con onore nel suo dipartimento, fece parte nel 1795, delle prime assemblee elettorali; ma non fu membro di alcun corpo legislativo. La pace tra la Francia e la Svizzera rese più attiva con Berna la sua relazione, che gli servì da intermediaria per un'altra corrispondenza prediletta con Strasburgo, sospesa dalle circostanze. C'era pure più che mai, tra i due amici, uno scambio di spiegazioni per l'uso del testo di Jacob Böhme, e di chiarimenti per l'altro sulla dottrina di Saint-Martin. Gli scritti del nostro filosofo ne avevano bisogno, pure quelli dove sembrava più chiaro, e dove i tratti di luce che egli fa scaturire, lasciano talvolta desiderare una aperta lettura.

Al centro di una rivoluzione a causa della quale egli diceva, nel suo linguaggio spiritualista, che la Francia era stata visitata per prima e molto severamente perché era stata la più colpevole, osò emettere dei principi molto diversi da quelli che erano allora professati, sebbene desse l'esempio della sottomissione all'ordine stabilito. Tra gli altri, nel suo Chiarimento sull'associazione umana, mostra la base luminosa dell'ordine sociale nel regime teocratico, come il solo veramente legittimo. Ma non aveva affatto in vista di fondare una setta. I suoi scritti anonimi erano sempre quelli del Filosofo incognito e li distribuiva agli amici raccomandando loro il segreto. I suoi temi, risalendo a Dio come principio dell'autorità, miravano semplicemente a ricondurre gli uomini dal vincastro allo scettro; a quell'unità di principio in cui la patria e il principe devono trovare la legge in se stessi, senza aver bisogno di ricorrere ad alcun libro, nemmeno ai propri.

La vita interiore e raccolta attraverso la quale l'uomo cerca di operare in sè la conoscenza del Principio stesso della realtà, vita ben superiore all'intuizione puramente razionale di Kant, è l'idea che finì per dominare negli scritti dell'autore, anche in quelli dalla forma meno grave, sotto la quale ha nascosto la sua filosofia, quando il soggetto poteva dar luogo alla satira. Un tono di allegria, che gli sfugge, e che gli si rimprovera, era piuttosto nel suo umore che nel suo modo di pensare meditativo e nel suo carattere portato alla bonarietà.

Egli aveva letto ugualmente le Meditazioni di Descartes e le opere di Rabelais e amava visitare i luoghi in cui essi avevano avuto origine, poiché le loro regione era anche la sua. Si spiega così come, dopo la lettura di Rabelais, la sua gravità aveva potuto rasserenarsi, componendo il Ministero dell'uomo spirito, opera seria ed elevata, e il Coccodrillo, poema grottesco e bizzarro. Quest'ultimo è una finzione allegorica, che mette alle prese il bene e il male, e che copre, sotto un'apparenza fantasmagorica, degli insegnamenti ed una critica di cui la verità troppo nuda avrebbe potuto ferire alcuni corpi scientifici e letterari. Al centro di questo enigmatico ed oscuro romanzo, si trovano ottanta pagine di una metafisica luminosa e profonda, concernente la questione dell'influenza dei segni sulla formazione delle idee, proposta attraverso un assunto. La discussione di questa questione porta a dei risultati singolari, per le nozioni tratte in parte dall'ordine spirituale, alle quali essa accenna, quali il Desiderio, anteriore o superiore all'idea, ecc.; nozioni che egli sostiene con severe motivazioni.

In quest'epoca, le vedute e i sentimenti elevati che gli facevano ammirare il suo filosofo tedesco, si diffondevano perfino nelle questioni dell'ordine naturale che trattava. In seguito le sue osservazioni divennero più feconde. Portato a scoprire, sotto la natura temporale e visibile, un mondo interiore e invisibile che, secondo lui, la natura doveva manifestare all'uomo intellettuale e morale attraverso la cultura, ritenne che l'uomo non potesse rimanere estraneo alla sua scienza. Seguiva il progresso delle scoperte in ogni genere di conoscenze, e ne confrontava i risultati con quelli che aveva acquisiti in Jacob Böhme e attraverso le sue proprie riflessioni. E' frugando così in un mondo sconosciuto, che egli compose e produsse lo Spirito delle cose, in cui si sforza di sollevare un angolo di velo e di gettare alcuni barlumi su una natura che gli sembrava essere stata svelata, per una sorta di ispirazione, attraverso gli sguardi del Böhme. Si concepisce, in questa ipotesi, che le scienze di cui aveva percorso il cammino, fossero allora molto meno avanzate di oggi; se si eccettua ciò che la conoscenza dell'uomo interiore aveva potuto rivelargli con la meditazione, egli è dovuto rimanere indietro in parecchie delle sue spiegazioni, che non si accordano sempre con le nuove scoperte, indipendentemente di quanto esse si allontanino necessariamente dalle opinioni recepite.

Malgrado l'estensione delle sue conoscenze e l'originalità delle sue idee che gli facevano tutto riportare al suo spiritualismo, si ammirava in Saint-Martin un senso retto ed una modestia semplice ed amabile. Il suo carattere affabile e il suo spirito comunicativo gli fecero acquistare senza dubbi molti amici; ma non cercava affatto di fare dei proseliti; voleva degli amici che fossero dei discepoli, non semplicemente dei suoi libri, ma di se stessi. Teneva un giornale delle sue lezioni; e come le traduzioni del suo caro filosofo erano delle provviste per la sua vecchiaia, così i suoi nuovi amici erano delle acquisizioni e si giudicava perciò molto ricco in rendite di anime.

A vedere la sua aria umile e la sua semplice esteriorità, non ci si aspettava nè la scienza profonda, nè le luci straordinarie, nè le alte virtù che nascondeva. Il candore, la pace dei suoi intrattenimenti, e, lo si osa dire, l'atmosfera di beneficenza che sembrava diffondersi intorno a lui, manifestavano l'uomo saggio che la filosofia e la religione avevano formato.

Gli amici della morale ameranno ricordarsi una conversazione che ebbe il Sig. Joseph-Marie de Gérardo (filosofo e uomo politico) col nostro filosofo sugli spettacoli (Archivio letterario n° III, 1804). Saint-Martin li amava molto. Spesso, durante gli ultimi quindici anni della sua vita, s'era messo in cammino per gioire dell'emozione che gli permetteva la vista di un'azione virtuosa messa in scena da Corneille o Racine. Ma avviandosi gli veniva il pensiero che ciò fosse soltanto l'ombra della virtù di cui andava a comprare il godimento, e che con lo stesso denaro poteva fare in modo che questa virtù avesse luogo realmente? Mai aveva potuto, diceva egli, resistere a questa idea; saliva da un infelice, vi lasciava il valore del suo biglietto di platea e rientrava a casa sua soddisfatto e appagato.

Le speranze di un uomo, giunto alla sessantina (1803), che aveva un così vivo interesse per la realtà, si erano accresciute tanto, che diceva di avvicinarsi ai godimenti dello spirito annunciatigli da tempo.

In questo periodo, intanto, aveva avuto degli avvertimenti di un male fisico, lo stesso che aveva portato via suo padre; ma non se ne affliggeva, pur presentendo la fine, in quanto si affidava alla provvidenza.

Infatti, dopo un colloquio da lui sempre desiderato e avvenuto grazie al mio interessamento, con il matematico Rossel, profondo conoscitore della scienza dei numeri, il cui senso occulto l'aveva sempre occupato, ebbe a dire: "Sento che me ne vado; la provvidenza può chiamarmi; io sono pronto. I germi che mi sono sforzato di seminare fruttificheranno; parto domani per la campagna di un mio amico; rendo grazie al cielo di avermi accordato l'ultimo favore che gli chiedevo". Disse allora addio al Sig. Rossel, e ci strinse la mano.

Il giorno seguente, in effetti, si recò nella casa di campagna del conte Lenoir La Roche, in quella di Aunay che aveva tanto amato. Dopo un leggero pasto, ritiratosi nella sua camera, ebbe un attacco d'apoplessia. Sebbene la lingua fosse impacciata, potè tuttavia farsi intendere dai suoi amici, accorsi e riuniti accanto a lui. Sentendo che ogni soccorso umano diveniva inutile, esortò tutti quelli che lo circondavano di porre la loro fiducia nella provvidenza ed a vivere fra loro fraternamente, nei sentimenti spirituali. Quindi pregò Dio in silenzio e spirò senza agonia e senza dolore; era il 13 ottobre 1803.

Sebbene Saint-Martin fosse allora abbastanza noto in determinati ambienti, era generalmente così poco conosciuto nel mondo, che all'annuncio del suo decesso, lo confusero con Martinez de Pasqually, suo primo maestro, morto nel 1779 a San Domingo.

Benchè Saint-Martin sia passato per il capo di una dottrina religiosa, i suoi sentimenti, come si è detto, erano ben lontano dall'essere dettati da vedute particolari o esclusive. Tutti i suoi discorsi e i suoi scritti avevano per oggetto, al contrario, di mostrare che la via della verità poteva aprirsi a tutti gli uomini veramente cristiani, con la meditazione; non che Saint-Martin, come ha avanzato l'autore di "Serate di San Pietroburgo" (Joseph de Maistre), non credesse alla legittimità del sacerdozio cristiano, ma pensava che ovunque l'istituzione del Cristo poteva operarsi con la fede sincera nei poteri e nei meriti del Redentore.

Pur professando nei suoi scritti un cristianesimo così indulgente, egli era incorso nell'avversione dei pretesi apostoli della tolleranza e della filantropia. Ciò è dovuto al fatto che la sua religione non era nè politica, nè simulata; ed in quanto alle luci che partivano dalla sua convinzione, malgrado le nubi in cui sembra avvilupparsi, offuscavano i lumi del filosofismo.

Saint-Martin ha scritto molto; e i suoi libri sviluppano sempre per gradi, con più forza e chiarezza, il carattere religioso di cui portano l'impronta. Essi sono stati commentati e in parte tradotti soprattutto nelle lingue del Nord-Europa.

Dando uno sguardo generale alla dottrina di Saint-Martin, di cui ciascuno dei suoi scritti offre un punto di vista particolare, si vede come degli spiriti sviati dalla passione, o abbandonati agli errori dei sensi, non abbiano potuto intenderlo nè gustarlo. Ma è lecito credere che a misura che le idee morali e i sentimenti religiosi rinascenti, si semplificheranno, epurandosi con l'influenza di una cultura dello spirito più ampia, si sentirà il bisogno di opporre uno spiritualismo illuminato e ragionevole a questa tendenza delle scienze naturali verso un materialismo che attribuisce gli organi fisici, delle facoltà e delle funzioni, e che rende, agenti passivi e ciechi, i principi dell'attività e dell'intelligenza.

Le opere di Saint-Martin hanno per scopo, non solamente di spiegare la natura attraverso l'uomo, ma di ricondurre tutte le nostre conoscenze al Principio di cui lo spirito umano può divenire il centro. La natura attuale, decaduta e divisa da se stessa e dall'uomo, conserva nondimeno nelle sue leggi, come l'uomo in parecchie sue facoltà, una disposizione a rientrare nell'unità originaria. Attraverso questo doppio rapporto, la natura si mette in armonia con l'uomo, come pure l'uomo si coordina con il suo Principio. Ne consegue che il nosce te ipsum deve abbracciare l'idea dell'io, la nozione dell'io razionale e quella dell'io spirituale. Questa conoscenza non è dunque la semplice teoria di un tipo o soggetto di nostre idee, che Platone concluse trattarsi della nozione di un archetipo, tratta essa stessa dalle idee di unità ed oggetto. Descartes e Leibnitz discendono pure, attraverso un'idea comune, dall'astratto al sensibile, ma dopo essersi elevati dal soggetto all'oggetto, il primo per via della concezione, il secondo per la via della percezione. Kant, non superando il limite del sensibile, separa l'oggetto astratto dal soggetto e lo lascia nel rango delle nozioni generali di cui la sua ragione intuitiva non può rendere conto.

Seguendo Saint-Martin, l'uomo, preso per soggetto, non percepisce nè scorge l'oggetto astratto del suo pensiero; egli lo riceve, ma da una sorgente diversa da quella delle impressioni sensibili (Vedi Quadro naturale dei rapporti che esistono tra Dio, l'uomo e l'universo). Inoltre l'uomo che si raccoglie e che fa abnegazione, per sua volontà, di tutte le cose esteriori, opera ed ottiene la conoscenza intima del Principio stesso del pensiero o della parola, ossia del suo Prototipo, o del Verbo, di cui è originariamente l'immagine e il tipo. l'essere divino si rivela così allo spirito dell'uomo; è, allo stesso tempo, si manifestano le conoscenze che sono in rapporto con noi stessi e con la natura delle cose. E' a questa natura originale, in cui l'uomo si trovava in armonia con il suo Principio, ch'egli deve tendere, con la sua opera e il suo desiderio, riunendo la sua volontà a quella del Riparatore. Allora, l'immagine divina si riforma; l'anima umana si rigenera; le bellezze dell'ordine si scoprono e la comunicazione tra Dio e l'uomo è ristabilita.

Si vede, secondo questo compendio della dottrina di Saint-Martin, che lo spiritualismo, di cui la via gli era stata prima aperta da Martinez de Pasqually ed in seguito appianata da Jacob Böhme, non era più semplicemente la "scienza degli spiriti" ma quella di Dio. I mistici del medio evo e quelli della scuola di Fénelon, unendosi attraverso la contemplazione del loro Principio, seguendo la dottrina del loro maestro Ruysbroeck, erano assorbiti in Dio dall'affetto. Qui si tratta di un piano più elevato; non è solamente la facoltà affettiva, è la facoltà intellettuale, che conosce in sè il suo principio divino, e attraverso lui, il modello di quella natura che Malebranche vedeva non attivamente in se stesso, ma speculativamente in Dio e di cui Saint-Martin scopre il tipo nel suo essere interiore attraverso una operazione attiva e spirituale, che è il germe della conoscenza.

E' verso questo scopo che le opere dell'autore, nell'ordine della loro composizione, sembrano dirigersi, marciando progressivamente, per la strada da lui seguita e che tutti possono seguire. Considerato anzitutto come autore e poi come traduttore, l'uno è ancora il seguito o il completamento dell'altro, trattandosi sempre dello stesso spirito.

(NOTA: Questo cenno biografico è stato pubblicato a Parigi il 1° Settembre 1824 dalla Stamperia De Migneret, rue du Dragon, 30.


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